Condividi su facebook
Condividi su twitter

Maledetta canzone

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Sto salendo sul palco del contest più seguito al mondo in Italia. Sono pronto a cantare. È la finale e mi batto senza ombra di dubbio con un altro cantante. Sono con la mia chitarra in mano.

Sto salendo sul palco del contest più seguito al mondo in Italia. Sono pronto a cantare. È la finale e mi batto senza ombra di dubbio con un altro cantante. Sono con la mia chitarra in mano. I giudici mi guardano e mi chiedono se sono pronto. Le dita delle mani sono già sul primo accordo. La gola si stringe dopo quella domanda. Sto per portare una canzone inedita. Non è l’ansia da palco scenico a irrigidirmi. Ma questa canzone. Ricordo il giorno in cui l’ho scritta. Non era un giorno felice. Faceva caldo ed io morivo di fame. Ricordo la penna scivolare su quel foglio bianco a righe. Parola dopo parola. Minuto dopo minuto. Io scrissi così:
«Oggi ho dormito. Ho dormito con la finestra aperta. Mi mancava sentire la brezza sulla pelle.
Oggi ho sognato. Ho sognato che lei mi mandava un messaggio. Ero felice nel leggere il suo nome sullo schermo del telefono.»
Poi mi svegliai. E fu dura accettare che nulla era successo. Nulla era cambiato.
Fu così dura come quando da piccolo paravo con la faccia i colpi di mio padre.
Io ero solo nel mio letto e fissavo il telefono. Dove sei?, mi chiedevo. 
Il cuore batteva, era gonfio di sangue. Sentivo il suo rimbombo netto nella mia solitudine.
Non la sento da mesi. Forse è arrivato il momento di scriverle. Un momento fin troppo rimandato. 
Forse dovrei farmi coraggio, o forse dovrei lasciar perdere tutto. 
Forse dovrei provare. Sì, forse dovrei provare.
Era bello parlare con lei. Era bello scherzare con lei, ed era ancora più bello guardarla con la paura di caderci dentro. Era bello sognare insieme. Era bello condividere qualcosa, ed era ancora più bello essere simili e uniti.
Ma io ho paura. Maledetta paura. Le situazioni nuove mi spaventano e forse non ero pronto a fare il grande passo. 
Lei me lo disse: «Mi sento frenata, non posso terminare una corsa se già in partenza sono stanca». 
Anche in questo eravamo simili. Le sue paure erano le mie paure. I suoi sogni erano i miei sogni. La sua felicità era la mia felicità. 
Ma oggi sono solo. 
Non la sento da mesi. Forse è arrivato il momento di scriverle. Momento fin troppo rimandato. 
Forse dovrei farmi coraggio o forse dovrei lasciar perdere tutto. 
Forse dovrei provare. Sì, forse dovrei provare.
Le lancette scorrono lente sull’orologio. Sono ancora nel letto. Sto fissando lo schermo da un’ora. 
Che fare?, mi chiedo. Maledetto coraggio, perché ci sei sempre e poi te ne vai quando ho più bisogno di te?
Torna ti prego. Perché le mie dita non scorrono più sullo schermo del cellulare. Ti prego, torna da me, per darmi la forza di muovere queste mani e scriverle qualcosa. E se non torni tu, ti prego, manda qualcuno. Anche Dio va bene. Sono anche disposto a credere che c’è qualcuno nel cielo. 
Maledetta paura. Non posso scendere a compromessi con te. Tu non fai prigionieri. Tu vuoi che io cada; e che la perda. E ti ringrazio. Perché lo so che vuoi proteggere il mio cuore distrutto; lo so che fa male e so che potrei soffrire di più, ancora. Ma mi dispiace, oggi basta, non voglio più darti ascolto.
Non la sento da mesi. Forse è arrivato il momento di scriverle. Un momento fin troppo rimandato. 
Mi faccio coraggio, non lascerò perdere tutto. 
Forse ci proverò. Sì, io ci proverò.
Cantai, e una lacrima percorse il mio viso. Mi era difficile riportare alla mente quei momenti. Ma vinsi. 
Dopo la premiazione un giudice si avvicinò a me e mi chiese: «Come è finita?».
Io deglutii. Sorrisi. «L’ho sposata», risposi.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'