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Io, Guglielmo e la bambola

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Illustrazione di Agrin Amedì
Barbie mi metteva in soggezione al punto che, innervosito, l’avevo afferrata e infilata nella tasca posteriore dei jeans. Poi con una maglietta avevo coperto la metà che rimaneva fuori, bionda e improvvisamente docile.

Barbie mi metteva in soggezione al punto che, innervosito, l’avevo afferrata e infilata nella tasca posteriore dei jeans. Poi con una maglietta avevo coperto la metà che rimaneva fuori, bionda e improvvisamente docile.
In piedi sui pedali ero andato a casa di Guglielmo. Quando eravamo rimasti soli in camera sua, gliel’avevo mostrata. Guglielmo non aveva sorelle, ma aveva già visto delle bambole, perciò non rimase troppo colpito.
«Aspetta e vedrai», gli avevo detto.
L’avevo posizionata al centro del tappeto e avevo invitato Guglielmo a sedersi accanto a me, di fronte a Barbie.
Lei mi aveva guardato ancora con quei suoi occhi gelidi e felini, e di nuovo una mano invisibile aveva ricominciato a disegnare scarabocchi dentro il mio stomaco.
Avevo guardato Guglielmo, cercando di scoprire se anche a lui faceva lo stesso effetto. Dal sorriso imbarazzato che mi spedì con la coda dell’occhio sembrava di sì.
Da quel giorno, tre volte a settimana, ci ritroviamo a casa sua e passiamo tutto il tempo a guardarla, eccitati e misteriosamente attratti.
Restiamo in silenzio, fantasticando ognuno dentro la propria testa rispetto alla nostra vita insieme a lei. Di Ken non abbiamo né i muscoli né il camper con il quale portarla a spasso, ma ciascuno dentro di sé cerca disperatamente qualche motivo valido per guadagnarsi quello sguardo provocante che continua per tutto il tempo a colpirci dal centro del tappeto, con la precisione e l’efficacia di un raggio laser.
«Credo di essermi innamorato», dice a un tratto Guglielmo, rompendo per la prima volta il silenzio dopo settimane di muta venerazione.

Passano due giorni, i pomeriggi cominciano a riaccorciarsi e la luce obliqua di un tenue tramonto di fine estate illumina la cameretta di una tinta un po’ malinconica.
«Anch’io, mi sa», gli rispondo.
Poi non succede nient’altro. Quando la madre lo chiama per la cena io riprendo la mia Barbie e me ne torno a casa pedalando senza fretta. Chiudendo gli occhi, attraverso nuvole di moscerini che si accalcano nelle zone più umide.
I pomeriggi successivi non sono più gli stessi. Percepisco un comportamento diverso da parte di Guglielmo. Si siede sempre un po’ più avanti rispetto a me, oppure mi dà dei colpi con il sedere per guadagnare spazio, facendo finta che siano stati accidentali. Lo colgo a guardami di nascosto, come se cercasse di indovinare le mie fantasie solo per immaginarne di migliori.
Perfino a scuola avverto la sua ostilità, e non posso nascondere che anche io provo una strana insofferenza nei suoi confronti. Se lo vedo a ricreazione un malessere mi stringe la gola, come quando andiamo a trovare Zia Bruna in campagna, che la strada per arrivarci è piena di curve e a me viene sempre da vomitare.
Però continuiamo a vederci di pomeriggio, tre volte a settimana, mentre mia sorella è a lezione di danza.
Ci sediamo davanti a Barbie, aspettando qualcosa di inafferrabile. Guglielmo ha iniziato a mettere la gelatina sui capelli e il profumo del papà. Se lo spruzza su un polso e poi lo strofina un po’ contro l’altro, come ha visto fare a lui. Mi sembra di essere in competizione, e non mi piace. È una cosa sciocca e difficile da ammettere. Non siamo più dei mocciosi che litigano per un giocattolo. Eppure è proprio quello che stiamo facendo, e per di più lo stiamo facendo per una stupida bambola da ragazzina.

Improvvisamente, un giorno, Guglielmo si alza. Ci metto un po’ a capire cosa stia succedendo. Non avevo mai preso in considerazione il fatto che qualcuno di noi avrebbe potuto spingersi a tanto. Prende Barbie, la porta all’altezza del viso guardandola negli occhi e poi si volta verso di me.
«Vorrei che tu me la prestassi», dice con voce esitante. «Solo per qualche giorno.»
Questo è troppo.
Provo a strappargliela di mano, ma lui stringe forte il pugno e non riesco a tirarla via. Alza il braccio tentando di allontanarla il più possibile dal mio raggio d’azione. Tento di spingerlo via con la sinistra, ma lui si aggrappa alla mia manica. Ci sbilanciamo, facciamo qualche passo, e poi crolliamo uno sopra all’altro.
Barbie è immobile sul tappeto. È sdraiata su un fianco. Stavolta ci dà le spalle, offesa dal nostro comportamento.
Passano lunghissimi secondi di imbarazzo in cui proviamo a renderci conto di quello che è successo. Guglielmo ha il fiatone, io sento i battiti del cuore che lentamente tornano alla normalità. Poi prendo la bambola di mia sorella, mi aggiusto il collo della maglietta, e me ne vado senza salutare.
La serata è fresca. Pedalo tenendo Barbie in mano, ma non provo più niente per quello sguardo fasullo. È la prima volta che litigo con Guglielmo e mi sento in colpa. La stringo forte. Poi la lancio con un gesto ampio del braccio al di là del muro di cinta di una villa.
La strada è deserta, sono le otto. Da una finestra aperta arriva la sigla del telegiornale che sta iniziando. I moscerini, almeno loro, sono sempre al solito posto.
Chissà che c’è per cena.

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