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Ciao, mi chiamo Jo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono le nove del mattino. Sono le nove di un mattino di sole. Sono le nove di un mattino di sole a casa mia. Sono le nove di un tragico mattino di sole.

Sono le nove del mattino.
Sono le nove di un mattino di sole.
Sono le nove di un mattino di sole a casa mia.
Sono le nove di un tragico mattino di sole.
Come dire che per me non sarà una splendida giornata di sole ma una giornata di merda. Sto aspettando mia figlia e la sua ospite. Anzi, la mia ospite, perché la ragazza che mia figlia verrà a farmi conoscere sarà la mia badante. La chiamano assistente o governante ma il concetto non cambia, è una straniera con la quale convivere, una rumena che magari neanche parla la mia lingua, che viene da un paese che non ho mai visitato e che non è in cima alla lista dei paesi che visiterei. E’ una persona che potrà girare liberamente in casa mia, toccare i miei panni sporchi, cucinare i miei pasti e accompagnarmi a fare una passeggiata. Sono sempre stata una donna indipendente, non posso accettarlo.
Nell’attesa sto sdraiata sul divano e due pozze di sole liquido mi scaldano i piedi. Osservo il salone che mi circonda, la vetrina di fine ottocento con i suoi piccoli e preziosi oggetti allineati sugli scaffali, il bel tavolo di cristallo e le sue poltroncine di velluto, la ribalta sulla quale troneggiano alcune foto di famiglia, mia figlia piccolina che sorride sdentata all’obiettivo, io e le mie sorelle il giorno della mia laurea, io e mio marito il giorno del nostro matrimonio. Lui mi tiene una mano sulla spalla e si stringe a me con un sorriso ampio, senza riserve, mentre io sto accanto a lui con le labbra atteggiate al sorriso, appena una piega sfuggente, e tengo le mani compostamente lungo il corpo. Sorrido all’idea di quanto una foto possa essere rappresentativa della realtà. Infatti quel giorno ho sposato un uomo che non amavo. Ma adesso non ho voglia di ripensare a questa storia.
Oggi non sono più la stagista che sposa il capo, oggi sono una signora affetta da artrite. Dopo l’ultimo capitombolo sulle scale di accesso al mio palazzo, non ho potuto fermare la portiera che ha prontamente avvisato mia figlia Marianna. Marianna è una donna pratica, non ama perdere tempo ed è portata a risolvere rapidamente i problemi. In questo è tale e quale suo padre.
Io sono un suo problema o almeno lei crede che lo sia.
Fino a qualche tempo fa io e Marianna ci incontravamo poco, prevalentemente qui in casa, un numero ragionevole di volte, tale da giustificare la parentela che ci unisce. In realtà io e mia figlia siamo unite come due rette parallele, camminiamo affiancate ma non riusciamo ad incontrarci. Di solito quando Marianna viene a trovarmi suona imperiosamente il campanello e quando le apro la porta guarda subito oltre la mia persona, come se temesse che stia offrendo il caffè a qualche avanzo di galera o che abbia un extraterrestre accomodato sul divano. Non so perché si comporti così. In realtà non gliel’ho mai chiesto. Mi alzo in piedi, mi liscio la bella gonna di seta e mi preparo a ricevere le mie ospiti.
Questa volta il trillo del campanello è più delicato, un’unica scampanellata e poi il silenzio. Mi dirigo a passi veloci verso la porta di casa (oggi è una di quelle giornate di tregua, le mie ginocchia hanno deciso di non aggiungere un carico ulteriore al mio dramma personale) e intanto rifletto su come la vita sia sorprendente. Non avrei mai creduto di aver bisogno di una badante, non così presto almeno, ho sempre pensato che le badanti siano utili quando il cervello fa i fuochi d’artificio e non riesci più ad articolare un discorso coerente. In pratica, quanto ti riduci con la bava alla bocca. Potevo mai immaginare che fossero le ginocchia e non il cervello a giocarmi un tiro mancino?
Apro la porta e vedo prima lei, Dana, ben piazzata, occhi e capelli chiari, carnagione che conferma la sua provenienza, atteggiamento compìto, sguardo vivace; dietro di lei mia figlia che per una volta non allunga lo sguardo dentro l’appartamento e cede il passo a Dana che mi tende la mano e stritola la mia. Le mie ossa malandate avrebbero fatto volentieri a meno di questo benvenuto.
Dana ha con sé una grossa valigia nera, non me ne ero accorta e rischio di ruzzolarle addosso. Dico alla ragazza di appoggiarla nell’anticamera e guardo interrogativa mia figlia. Mi aveva parlato di un colloquio conoscitivo, non di un trasferimento immediato. Di colpo realizzo che il soggetto badante n.1 non è un’opzione né una prima scelta, ma è l’unica scelta che mi sia concessa. A meno di non essere pronta a dare battaglia. Marianna non ha tempo da perdere. Ha deciso così. Infatti abbassa gli occhi e sfugge il mio sguardo, fa strada a Dana e si accomodano sul divano.
Si voltano a guardarmi perché non le ho seguite, sono rimasta incerta al centro del salone. Per una volta non incerta sulle gambe ma sulla decisione da prendere. Queste due giovani donne stanno tentando di raggirarmi…che faccio, le sbatto fuori subito o mi prendo il tempo per cucinarle a fuoco lento? Getto un’occhiata alla voluminosa valigia e decido di divertirmi un po’. Vado incontro alle mie aguzzine con un sorriso, chiedo a Dana se gradisca un caffè o qualcos’altro e aspetto che anche mia figlia faccia la sua scelta. Dana sorride, mi ringrazia e dice che prenderebbe volentieri un caffè. Mi dirigo in cucina sotto gli occhi vigili delle due esaminatrici. Mi scappa da ridere perché l’esaminatrice dovrei essere io e Marianna lo sa. Mia figlia sa che so valutare le persone, faceva parte del mio lavoro di assistente di direzione, quando lavoravo nell’impresa di mio marito. Lo sa ed è inquieta, lo vedo dalla sua faccia e mi godo il vantaggio accumulato. Dispongo le tazzine sul vassoio e aggiungo dei dolcetti, richiudo la scatola che, nell’afferrare il vassoio, cade a terra. Le due teste si girano entrambe verso di me, io e Dana incrociamo i nostri occhi e anche i nostri pensieri mentre mia figlia sbuffa, seccata. Dana mi guarda, sorride, ma non si muove per venire in mio soccorso, resta seduta composta sul bordo del divano. Non ha l’ansia da prestazione e questo mi piace.
Parla la mia lingua, seppure lentamente, racconta di sé, della sua famiglia rimasta in Romania e del desiderio di integrarsi nel nostro paese. Mi guarda dritta negli occhi quando parla, non si rivolge a mia figlia, solo qualche volta la guarda come per includerla nella conversazione ma è a me che sta parlando. Anche questo mi piace.
Mi chiede della mia vita, delle mie abitudini, dei miei interessi, chiede di che tipo di aiuto abbia bisogno; io mi tiro indietro i capelli e la guardo maliziosa, tanto per farle capire che non ho bisogno che mi vesta e mi faccia il bagnetto. Le dico della mia artrite, sospiro, faccio una smorfia e lei sorride.
Poi assume un’aria seria e mi dice che anche lei ha un problema, qualche volta le è capitato di soffrire di crisi epilettiche. Le chiama in un altro modo ma si tratta esattamente di quel genere di crisi. Dana si affretta ad aggiungere che l’ultima volta che ha sofferto di questo disturbo risale a tre anni fa. Mia figlia la guarda, sgrana gli occhi e aggrotta la fronte. Non è un buon segno, è indignata per non essere stata informata prima, immagina che mi appellerò alla fragilità di Dana per escluderla dalla possibile rosa delle concorrenti.
Io guardo la ragazza, capisco che è sincera e questo decisamente mi piace.
Mia figlia sposta lo sguardo da me alla valigia di Dana, sembra impaziente, non vuole restare ancora perché ha già deciso che Dana non faccia al caso mio. Sta pensando a come risolvere la situazione e impedire alla ragazza di trattenersi. Io la guardo e la blocco al suo posto, a volte sono ancora capace di rivolgerle uno sguardo da madre, di quelli che dicono non ti azzardare ad aprire bocca. Marianna mi guarda, è perplessa, è confusa, la situazione le sta sfuggendo di mano, non riesce a capire e questo non le piace. Ma piace a me. Mi piace vedere mia figlia annaspare nell’incertezza, penso che le farà bene trovarsi a gestire una situazione inaspettata. So che vorrebbe che mi alzassi e che le congedassi educatamente, in attesa di incontrare il soggetto badante n.2. Me lo sta dicendo con gli occhi e con la postura, tutta spostata in avanti, quasi fosse sul punto di alzarsi. Dana invece ha smesso di stare rigida sull’orlo del divano e si è lasciata andare sulla spalliera. Si è messa comoda, si trova a suo agio. E questo mi piace.
Non dico una parola sul problema di Dana e comincio a raccontarle una storia, le racconto che mi chiamo Josephine perché mia madre in terza e quarta elementare ha avuto una compagna di banco che portava questo nome. Le due bambine erano diventate amiche per la pelle e quando i genitori della piccola Josephine avevano deciso di tornare al loro paese mia madre aveva pianto tutte le sue lacrime, affrontando il primo dolore della sua vita. Così aveva voluto dare il nome della sua prima amica alla sua prima figlia. Aggiungo che le mie due sorelle si chiamano Anna e Margherita. Lei ride, ha una risata spontanea e sincera, si capisce che non è di circostanza e che si è divertita davvero per la storia del mio nome.
La guardo e penso che la vita è davvero una burlona che si diverte a tessere le sue storie e ad incrociare le sorti di persone che, altrimenti, non avrebbero avuto nessuna possibilità di incontrarsi. Fino a ieri non sapevo neanche che questa ragazza esistesse né avrei mai pensato che potesse stabilirsi da me da un giorno all’altro e oggi è seduta sul mio divano, con le sue guance bianche e rosse e lo sguardo dritto verso di me. La osservo con attenzione e scopro che non mi dispiacerebbe che si fermasse qui, magari per un periodo di prova. Sono sola da così tanto tempo che sono diventata diffidente e musona.
Marianna accenna ad un impegno che le impedisce di trattenersi oltre, si alza e invita Dana a fare altrettanto, la ringrazia di essere venuta e aggiunge che le farà sapere entro un paio di giorni. La ragazza sorride, ci precede di qualche passo e afferra la sua valigia.
La guardo dirigersi verso la porta di casa, guardo la sua valigia, le chiedo di lasciarla a terra, le tendo la mano e la invito a visitare la casa. Mia figlia mi guarda perplessa ma non apre bocca. A volte gli sguardi di una madre sanno essere più espliciti delle parole. Prima di avviarci verso quella che sarà la sua stanza mi volto verso la mia badante, le tendo ancora la mano e le dico: «Benvenuta Dana, chiamami Jo».

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