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Hai un capello?


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Illustrazione di Agrin Amedì
«Hai un capello…» «Cosa?» Pochi sanno che cosa fa davvero uno psicoanalista tutto il giorno. Pensa? Prende appunti? Lascia che la sua mente associ liberamente idee fino a raggiungere gli angoli più reconditi dell’inconscio del paziente?

«Hai un capello…»
«Cosa?»

Pochi sanno che cosa fa davvero uno psicoanalista tutto il giorno. Pensa? Prende appunti? Lascia che la sua mente associ liberamente idee fino a raggiungere gli angoli più reconditi dell’inconscio del paziente?
No, niente di tutto ciò. O meglio, non è che non facciamo queste cose, ci mancherebbe.
Anche perché i pazienti ci pagano per stare lì seduti, immobili, muti ad ascoltare e riflettere.
Però, se la nostra mente ci consente di viaggiare con il pensiero e di disconnetterci temporaneamente, c’è una cosa che non possiamo smettere di fare. Mai.

«Hai un capello, qui, sulla giacca.»
«Ah, sì…»

Noi guardiamo capelli. Tutto il giorno. Per otto o dieci ore, a seconda della giornata e del grado di avanzamento di carriera. Siamo lì dietro al lettino, belli appollaiati, e guardiamo le nuche dei pazienti distesi. Cioè, non proprio le nuche. Nel senso che ovviamente dipende molto da come il paziente si siede, dalla forma della sua testa, però quello che in genere ci mostrano più che la nuca è una giusta porzione della sommità posteriore del capo.
E nessuno, neanche un parrucchiere meticoloso, arriva al grado di confidenza con cui arriviamo noi con i capelli dei nostri “clienti”. Anche perché, a differenza di uno coiffeur che senza dubbio tocca con mano il materiale in questione, noi siamo a contatto per molte ore con la stessa testa: 45 minuti per tre o anche quattro sedute a settimana. Per parecchi anni, per giunta.

«Aspetta che te lo tolgo…»
«Sì.»

Instauriamo con questi capelli un rapporto di incredibile confidenza perché per lunghi, lunghissimi minuti, li osserviamo relativamente da vicino.
Ne osserviamo l’ondeggiare, mentre camminano davanti a noi prima di entrare in stanza, apprezziamo il modo naturale con cui si piegano a contatto con il lettino quando si sdraiano; oppure le pieghe un po’ più rigide e artificiose tipiche dei capelli tinti a contatto con il poggiatesta. Avvertiamo per primi il cambiamento di shampoo, l’avvento della stagione della forfora, abituati come siamo a sentire l’odore che emanano, soprattutto in estate.

«Chissà di chi è…»
«Non ne ho idea.»

Siamo abituati a guardare i capelli per così tanto tempo che alla fine finiamo per ridurre a quello i nostri pazienti: a nient’altro che teste senza volto. Anche perché sono pochi e fugaci frammenti quelli che abbiamo del loro viso, giusto quando ci guardano speranzosi mentre ci affacciamo in sala d’attesa per dirgli che è arrivato il loro momento.
E quelle teste, quelle matasse di capelli, beh, come’è naturale, inevitabilmente finiamo anche per amarle.

«Se non lo sai tu!»
«Ma di chi vuoi che sia?»

Quando è arrivata alla prima seduta aveva una testa rasata da uccellino appena uscito dall’uovo, ma quei pochi millimetri sembravano essere sofficissimi. Tante volte mi sono chiesto cosa si dovesse provare nell’accarezzare una testa con dei capelli più militareschi dei propri.
Aveva diciott’anni all’epoca, tanta rabbia e tante persone che maneggiavano impunemente quella sua testolina che tremava quasi ogni volta, dalle 12 alle 13 il lunedì, il mercoledì e il venerdì, mentre raccontava di come nessuno riuscisse ad amarla davvero.
Ma con tempo e cura quei capelli sono cresciuti; sono diventati un morbido caschetto, sempre di un nero severo, ma un caschetto. E i movimenti della testa hanno iniziato a essere più fluidi, meno scossi dallo spossante ritmo del pianto. Solo di tanto in tanto, una punta di naso che si intravedeva, quando mi diceva: «Mi sta ascoltando, dottore?».

«Dimmelo tu!»
«Ma sarà di qualcuno incontrato nella metro. Al più di qualche collega che ha appeso il suo cappotto accanto al mio sull’appendiabiti. Cosa vuoi che ne sappia io?»

Quanto mi sarebbe piaciuto accarezzarli, passare le dita tra quelle delicate ciocche dai riflessi bluastri mentre placidamente sul divano guardavamo un film d’autore.
E con gli anni quanti riflessi, profumi e colori nuovi hanno visto! Stirature e frangette, doppie punte e scalature, extension e treccine.
Ah, quanta dolorosa invidia nel sentire di tutti quegli uomini e quelle donne che senza cura le tiravano i capelli nelle liti come nel sesso, inconsapevoli del materiale prezioso che rischiavano di danneggiare.
Negli ultimi dieci anni le ho visto provare a indossare capigliature di ogni tipo, alla ricerca della sua vera forma. Fino a quest’anno che la terapia sta finendo, perché finalmente ha trovato sé stessa.

«Ma così biondo…»
«…»

Oggi abbiamo fatto la nostra seduta conclusiva.
Sapevo che era l’ultima volta che avrei potuto godere di quell’angelica visione di boccoli biondi. Finalmente la sua forma naturale, perfetta, nella chioma come nell’animo.
Erano anni che aspettavo di vederla e alla fine è arrivata, così come la fine della terapia.
Sento il loro profumo soffice e appena accennato senza neppure dovermi sporgere sulla poltrona, pianissimo, senza farla scricchiolare come facevo di solito. Mi basta stare, ormai: i miei recettori olfattivi riconoscerebbero le sue note tra mille.
Di colpo realizzo che non potrò mai più beneficiare di tanto godimento dei sensi.
Certo, non posso dire niente. Un analista non può parlare di sé e dei suoi desideri. Non posso con un pretesto chiederle di venire a sdraiarsi qui nello studio un’ultima volta.
Mi parla, ma io non riesco ad ascoltarla.
Continuo a fissare quei capelli senza sbattere le palpebre fino a farmi lacrimare gli occhi. Ma che altro posso fare?
E muove le mani, cercando di spiegarsi e di riempire la mia assenza di commenti, ma io non riesco. Soffro già al pensiero di quando mi strapperà via per sempre la celestiale visione del suo capo.
La seduta prosegue, cerco di riprendermi e di ricacciare indietro la malinconia, e di fare qualche commento, di tanto in tanto, per non insospettirla.
Finisce il tempo, tocca a me dirlo ad alta voce come ho fatto per tutte le 1.436 volte precedenti.
Lei si alza a sedere, mi sorride incerta se stringermi la mano, non ci siamo mai sfiorati prima d’ora.
Mi sento il cuore in gola, è la mia ultima occasione, chissà se il mio volto impassibile da analista tradisce qualcosa.
Vivo un conflitto profondissimo, questo è il momento ma forse dovrei trattenermi, è giusto lasciarla andare, lasciar andare quella soffice nuvola.
Ci stringiamo la mano, mi sorride commossa.
Si volta verso la porta per uscire.
È giusto lasciarla andare, è finita.
Ma il mio corpo dice no. I miei muscoli non riescono a stare fermi. Per favore non fatelo, ve ne prego.
La mia mano, il mio braccio, come mossi da qualcun altro, scattano e la raggiungono.
È poco più di un istante, finalmente affondo le dita in quel sogno di cheratina.

«Secondo te è biondo naturale?»

Sorrido e mia moglie divertita scrolla le spalle.
Lei non sa che nel cassetto dello studio ho messo anche gli altri.

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