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Giacomo Grande

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Illustrazione di Agrin Amedì
Stati allucinatori avanzati. Possibile schizofrenia. Dorotea Branca prese questo appunto prima di alzarsi dalla scrivania e ricevere il prossimo paziente.

Stati allucinatori avanzati. Possibile schizofrenia.

Dorotea Branca prese questo appunto prima di alzarsi dalla scrivania e ricevere il prossimo paziente.
Si avvicinò alla porta che dava sulla sala d’attesa e aprendola vide un ragazzo ben piazzato, vestito con una camicia hawaiana e dei pantaloni corti. Pensò che fosse un abbigliamento più adatto per una giornata al mare che non per una seduta di analisi, ma chi era lei per giudicare?
«Signor Grande? Salve sono la dottoressa Branca, scusi se l’ho fatta attendere.»
Il ragazzo le tese la mano e la strinse in maniera vigorosa, sfoggiando una dentatura così perfetta da far venire in mente a Dorotea che erano passati quasi sei mesi dall’ultima pulizia dei denti.
«Salve dottoressa, molto piacere. Giacomo Grande.»
Quel nome le suonò subito famigliare. Dove lo aveva già sentito?
Lo invitò a entrare nello studio e ad accomodarsi sul divano. Notò che il suo paziente piegava le ginocchia con una certa difficoltà; forse soffrivano dello stesso problema alla rotula.
«Allora, signor Grande, ho avuto modo di studiare il suo caso anche grazie all’esercizio di scrittura della volta scorsa. Cosa è successo quando si è reso conto che Barbie la stava fissando?»
«Beh, dopo lo stupore iniziale mi sono avvicinato e le ho toccato un piede per vedere se per caso si sarebbe anche mossa.»
«E si è mossa?»
«Certo che no dottoressa, è una bambola di plastica!»
Dorotea chinò la testa sul taccuino.

Il paziente manifesta consapevolezza. La precedente ipotesi di schizofrenia va rivista e corretta.

«C’è una frase che mi ha particolarmente colpito e vorrei iniziare proprio da quella se non le spiace. Mi esercito per il futuro. Cosa intende signor Grande? È totalmente slegata dalle altre come logica. Sembra messa lì a caso. Potrebbe contestualizzarla?»
E lì il suo nuovo paziente mostrò segni di imbarazzo. Dopo un lungo silenzio le rivelò che quanto scritto era per lui più un semplice esercizio di scrittura che un reale spaccato sulla sua vita. Era andato in terapia da lei per acquisire sicurezza per iscriversi ad un corso di sceneggiatura e il metodo che lei utilizzava, ossia la libera espressione tramite la scrittura, gli avrebbe fornito un’occasione per testare la sua capacità di scrivere una storia che fosse credibile.
Dorotea rimase stupefatta da ciò che il suo paziente le aveva confessato. Il metodo che utilizzava, far scrivere ai pazienti i loro disagi seguendo il flusso di coscienza, era all’avanguardia per diagnosticare e trattare i disturbi psichiatrici più difficili. In un primo momento aveva creduto che il signor Grande appartenesse a quella categoria per via delle presunte interazioni con la Barbie, ma ora le veniva detto che era tutto una farsa. Non poté però non complimentarsi con sé stessa per aver immediatamente trovato il punto debole nella storia. Quella frase era la chiave di tutto e lei lo aveva subito capito. Il suo metodo era infallibile. Avrebbe chiamato suo marito appena terminata la seduta per dirglielo.
«Quindi cosa si aspetta da questo percorso di analisi signor Grande?»
E mentre lo pronunciava di nuovo quel nome le suonò come familiare.
«Dottoressa, sono un ragazzo molto insicuro. Vorrei nel corso di queste sedute acquisire consapevolezza delle mie capacità. Vorrei trovare la forza di oppormi a mia madre che vorrebbe che entrassi a lavorare nell’azienda di mia zia. Ma io sono un’artista. Io voglio scrivere per il teatro.»
Dorotea provò empatia per quel ragazzo. Anche lei aveva dovuto opporsi a suo padre che l’avrebbe voluta in aeronautica; lui, ex pilota di aerei di linea, sognava per sua figlia una vita di nuvole e uniformi.
Non era propriamente il suo campo di specializzazione, ma avrebbe aiutato Giacomo ad acquisire la consapevolezza che gli occorreva per lottare per il suo futuro. Era diventata una psichiatra per aiutare le persone e Giacomo aveva bisogno di lei.
Le faceva simpatia, con quei folti capelli neri tutti impomatati, la camicia sgargiante e i bermuda. Era decisamente un estroso.
«Va bene signor Grande, anche se non è stato del tutto sincero con me all’inizio, penso di poterla aiutare nel suo percorso di crescita. Dovremmo vederci una volta alla settimana. Deve però da oggi in poi essere del tutto sincero con me.»
«La ringrazio dottoressa, sapevo che lei era giusta per me. Sapevo che avrebbe capito. Niente più bugie, lo prometto.»
E così cominciarono a vedersi ogni martedì alle cinque in punto. Giacomo arrivava sempre in bermuda e camicie sgargianti e Dorotea cominciava a provare un sentimento di sincero affetto per quel ragazzo che sembrava uscito da un telefilm degli anni 80′. Ma dove li trovava quei vestiti?
La terapia andava bene. Giacomo aveva preso l’abitudine di scrivere su un quaderno ciò che sentiva circa il difficile rapporto con sua madre. Stava facendo proprio un ottimo lavoro con lui.

Decisamente non un paziente psichiatrico, figura materna troppo ingombrante. Insistere sulla consapevolezza di sé.

Un pomeriggio Giacomo arrivò con qualche minuto di ritardo. Sembrava angosciato.
«Tutto bene Giacomo? Come è andato l’esercizio di questa settimana? È riuscito a scrivere del rapporto con suo padre?»
«In realtà dottoressa no. Sono stato molto occupato.»
«Occupato con cosa?»
«Con mia madre. Sono certo che non sarà più un problema d’ora in poi. Ora sono libero di fare ciò che desidero di più.»
«Cosa intende con “non sarà più un problema?” Ha finalmente trovato la forza per opporsi?»

Il paziente sembra aver iniziato un percorso di crescita affrontando in maniera concreta e fruttifera la difficile relazione con la madre

«Oh, sì dottoressa. Abbiamo sepolto tutti i nostri contrasti.»
«Bene Giacomo. La prossima volta direi che potrebbe scrivere di questo momento cardine. Ecco il tema per il prossimo elaborato. Sono molto contenta di come stia andando questo suo percorso. Sta acquisendo velocemente gli strumenti che le occorrono.»
Giacomo mostrò un’espressione un po’ tirata. Era la prima volta che lo vedeva così. Sembrava scosso.

Il paziente mostra un’evidente inquietudine dovuta allo scontro con la figura materna.

«Giacomo, posso chiederle una cosa?»
«Certo dottoressa.»
«Siamo arrivati a un buon punto della terapia. Credo sia arrivato il momento di addentrarci in un rapporto terapeuta-paziente più stretto. Posso iniziare a darle del tu?»
«Certo dottoressa. Sa, è molto curioso che mi faccia questa domanda.»
«E perché?»
«Perché è una delle prime cose che mi ha chiese anche lei.»
«Ma lei chi, scusa?»
«Lei lei. Lei… Barbie.»
Dorotea rimase senza respiro.  Le camicie sgargianti, i bermuda, i capelli impomatati. Giacomo Grande. Grande Giacomo. Big Jim! Ecco perché quel nome le era sempre sembrato famigliare.
«Ho deciso, porto Barbie via da Ken.»
Era quello il passaggio cruciale dell’elaborato.

Il paziente soffre di un disturbo di personalità multipla. Assume abbigliamento e movimento plastici propri di un noto giocattolo. Ha cambiato il suo nome per una maggiore immedesimazione. La personalità fittizia è quella che il paziente riconosce come principale.

Avrebbe dovuto chiamare suo marito dopo la seduta per dirgli che si era sbagliata. Era stata ingannata in maniera eccelsa. Il suo metodo aveva delle crepe.
Se solo fosse riuscita a scriverlo sul taccuino. Se solo Big Jim non le avesse torto il collo.
Curioso. Lo faceva sempre anche lei alle sue Barbie da piccola.

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