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‘Na volta qua? Tutti campi.

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Illustrazione di Agrin Amedì
Tre camion Guarda adesso, un camion ogni morte di papa, ma bisognava farla l’autostrada, se no ci tagliavano fuori dal mondo. Dicevano migliaia di tir, svuotare il traffico della riviera, i autlet che dovevano venire su come funghi intorno al casello.

Tre camion
Guarda adesso, un camion ogni morte di papa, ma bisognava farla l’autostrada, se no ci tagliavano fuori dal mondo.
Dicevano migliaia di tir, svuotare il traffico della riviera, i autlet che dovevano venire su come funghi intorno al casello.
E alla fine ci siamo trovati tra i piedi sto cavalcavia a ponte sopra l’autostrada, che prima qua era tutto dritto rasoterra come un tiro di schioppo, fino in paese.
Per noi questa era da sempre la strada longa, e basta, non so neanche se ha un nome suo proprio. Così dritta che a volte, per fare gli scemi, tutto un tiro senza mani sul volante, come quando Piero l’orbo è mezzo finito sul fosso, laggiù vicino al capannone vuoto della Palladioplast, che ormai non riaprono più, ma comunque, noi glielo dicevamo sempre a Piero lassa stare, che senza mani è un conto, ma anche senza un occhio non si può sfidare il padreterno.
Adesso senza mani non si può più, perché scarta subito a destra prima della salita, fa’ conto a metà della lunghezza, e poi scende giù facendo curva a sinistra. Bisogna star tenti, va bene che non ci sono più i nebbioni di quando ero bocia io, che si andava avanti a dieci all’ora con la madonnina di Monte Berico attaccata sul cruscotto che si stroppava le orecchie per le bestemmie, ma adesso i tosi si diverte come al rellì, rallenta scala frena scala sterza accelera sterza e via tutto gas fino in paese.

Quattro
Io sono nato qui, dietro a quel monte, quando le donne partorivano in casa, che si andava in ospedale solo per le disgrazie forti, e nascere non era mica una disgrazia forte, almeno all’inizio, da piccoli.
Ne ho visti parecchi cambiar mestiere, e alcuni andare via, tutta gente che non aveva il mutuo della terra da pagare. A noi che stavamo con la schiena bassa ci dicevano agricoli, vendevano il campetto al vicino e andavano sotto paròn, tutto il giorno chiusi in fabbrica a manovrare torni e strucare bottoni. Anche le donne, tutte moderne, col bum del tessile tutte giù a tagliar fili a cottimo e nessuna che sapeva più trovare dove andavano le galline a nascondere gli ovi.
Io a chiudermi in fabbrica estate e inverno non mi sono mai pentito, giuro, neanche con le lagrime agli occhi e i pugni stretti in tasca a guardare la grandine che la devasta le vigne dopo ferragosto, che ormai era quasi fatta, neanche le notti d’estate a spostare i tubi tra i fossi per abbeverare la terra arsa. Neanche quando finito coi tubi, che perfin le rane dormivano pacifiche, andavo dritto in stalla senza passare per il letto, che alle sette in punto cascasse il mondo i bidoni del latte dovevano stare pronti in strada, belli gonfi di schiuma calda e dritti in fila come soldatini che aspettavano il camioncino del caseificio sociale.
Le vacche non sanno di domeniche, natale e pasqua. Per loro è sempre lunedì, hanno l’orologio incorporato, perché la natura ha fatto le stagioni ma ha dimenticato le feste.

Cinque
Sul serio non sono pentito e anzi alzo le spalle quando mi dicono agricolo, non vale la pena perdere tempo a spiegare ai mussi che se tutti vanno in fabbrica e negli uffici cosa deve mangiare la gente se non c’è più nessuno a farsi i calli nei campi.
Guarda sta macchina diciannove. Tutta di pressa verso la città, adesso sì che con l’autostrada ci arrivi in venti minuti, se fai la riviera ci vuole il doppio, e cosa ci fanno con sti venti minuti risparmiati non lo so, può darsi che chiamano qualcuno, guardano le previsioni per il pomeriggio o prenotano il ristorante, con sti telefonini che io non sono tanto pratico, ma i miei figli dicono che è meglio di un compiuter, te lo regaliamo noi papà, così se hai bisogno ci chiami e sappiamo sempre dove sei.
Dove sei dove sei, anche la moglie di Toni quando siamo al bar, la prima cosa quando chiama è dove sei, non come stai.
Deve essere il progresso, tutti di corsa, mai fermarsi, come l’autostrada qua sotto che in quattro e quattrotto mi ha sotterrato tutti i campi.
Da là in fondo, vedi, dalla riva sinistra di quel fosso che è tanti anni che è secco ma una volta ci attaccavo i tubi, fino all’altra parte, vedi quei alberi alti dietro la villetta che ci abitava il dottore di prima. Tutta campagna mia. Toni me lo dice sempre di non venire. Toni è il mio compare di battesimo e infatti gioco in coppia a briscola solo con lui, perché sarà cinquantanni che ci capiamo con gli occhi. Dice che non devo salire quassù tutti i giorni, che mi fa male il fisico, la salute e anche il cuore, ma io ho un’idea. Solo che devo venirci in bici, perché quel cancaro della mutua mi ha fatto togliere la patente. Si vede quasi fino al casello, quando non c’è neanche un filo di foschia.
Tutto mio, ‘na volta. Pensare che lavori tutti i giorni che non hai neanche tempo per sgridare i figli prima all’asilo e dopo a scuola e dopo deograzias all’università, che se studiano almeno possono riposarsi domenica natale e pasqua, e neanche tempo per star dietro con creanza a quei due vecchi che ti hanno messo al mondo e poi muoiono, neanche tempo di tirar fuori il fazzoletto e soffiarti il naso perché le stagioni non si fermano, e neanche i campi e le vacche, e devi pagare questo e quell’altro, e il caseificio e la cantina e il veterinario, come fai se passi tutta una vita così e alla fine non ti resta neanche la terra da lasciare a qualcuno quando muori tu. Da dire ecco, guarda, ci ho sudato tanto ma adesso è tutta tua, io vado.
No che non volevo vendere, anche quando mi dicevano sei vecchio, agricolo, vendi fora tutto, ma ero in salute e i miei conti volevo farmeli da solo.
Zuin, il geometra del comune, veniva quasi tutti i giorni ad aspettarmi sotto il portego, al fresco, con quella valigetta di cuoio sulla spalla e quell’aria da sapientone, come se non l’avessi visto mille volte da piccolo pisciare sui fiori nuovi di sua nonna, la Mariapia, quando le portavo i salami belli stagionati della cantina, e lui veniva su viziato come il demonio perché gliele davano tutte vinte, però almeno potevamo ancora chiamarlo solo Edoardo senza che ci correggesse, sto cancaro di Zuin. Poi l’hanno mandato a studiare fuori per toglierselo dai maroni, solo che pensavano facesse domanda per un ufficio in città e invece è riuscito a prendersi la sedia qua in comune, e ci ha rovinato tutti. Come se fosse colpa di questo paese essere un paese di trattori, ma lui no, bisogna fare i quartieri nuovi, residenziali, eleganti, ma per chi, che qua abbiamo sempre vissuto tutta la famiglia insieme e unita e adesso fanno sti appartamenti settanta ottanta metri quadri con l’ascensore, senza un pezzo di giardino o di orto che tanto vale andare a vivere in città. Non è che si può dire a voce alta ma fatalitudine, dopo che la Edilbonato ha gettato le fondamenta del nuovo quartiere, lui è tornato a casa col Biemvù nuovo. Sì, lui dice che è un usato garantito, ma ste cassade in un buco di paese come il nostro meglio lassar perdere, c’è sempre il tizio e il caio che per sbaglio fa un salto dal concessionario e viene fuori le cose come stanno.

Sei
E insomma Zuin, con sta borsa sulla spalla come le femene, mi aspetta. E io muso duro e bareta fracà, tiro dritto, perché sono stufo di tutto e lo so già che qualcuno ha iniziato a vendere, e se non vendo subito anch’io poi mi ritrovo con una pipa di tabacco, ma invece ci spero ancora, per come l’avevo proposta quella sera in osteria dovevamo restare tutti uniti, zitti e muti come i massoni, non potevano mica espropiarci la terra a tutti quanti così, cristo santo, dalla sera alla mattina.
Un altro tir.

Sette
Toni crede che vengo quassù tutti i giorni per nostalgia. Pensa che sono fuori di testa, ma invece sono lucido, quale nostalgia, io devo contare i tir che passano e le macchine e segnare tutto su questo quadernetto, contare tutto e dopo chiamare quelli del giornale e dirgli, visto, non valeva la pena cavar via le vigne il mais e l’erba medica per sto casso de autostrada che non la usa nessuno.

Otto camion, ventiuno macchine
Dove hanno messo il segnale del casello, guarda, a quell’altezza lì avevo la stalla. A me non mi è mai piaciuto tanto su e giù per i trattori, ci mandavo i miei fratelli, a me piaceva più di tutto andare in stalla, dici che c’è una puzza ma io non la sentivo, e a ogni vacca scrivevo il suo nome col gesso sulla sua lavagnetta. Gli parlavo anche, sì perché all’alba erano la mia prima voce mentre che la famiglia dormiva ancora, e in mezzo a quel vapore fumante gli dicevo che erano proprio delle brave vacche, mucche papà, vacche è volgare, e ognuna la fissavo in quegli occhi larghi e gli dicevo che era la mia preferita, e credimi che subito quella vicina girava la testa dall’altra. Gelosona.
Gli dicevo di fare tanto latte, di più ancora, più delle mucche della Svissera, così come premio le portavo tutte in gita a pascolare libere nei prati. Inforcavo i loro bisogni, non si dice merda di vacca papà, è volgare, e scarriolavo tutto dietro la stalla, strato su strato, e a ogni alba e ogni tramonto il letamaio diventava sempre più alto, fino alla prossima concima. L’ultima inforcata di fieno buono a tutte le mie signorine, fuori i bidoni in riga, e come ultimo riempivo di latte fino al bordo il pentolino di alluminio di mia nonna Marianna e poi su fino in casa, via scarponi e tuta, metto a bollire il latte fresco, altro che quello del supermercato.

Nove
Sono stato l’ultimo, che mona a pensare di resistere tutti insieme, noi agricoli da una parte e i capitaisti dall’altra. A discutere, mica a fare la guerra, però uniti.
‘Na pipa di tabacco mi hanno dato, che l’autostrada bisognava farla a tutti i costi e l’avevano già deciso da chissà quando, forse addirittura quando ho fatto il mutuo della terra col mio vecio, solo che a saperlo a quel tempo, ma anche solo, non dico tanto, tipo cinque minuti prima, magari in fabbrica ci andavo anch’io.

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