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MarcodelquintoB

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ogni mattina andare a scuola è una grandissima rottura di palle. Mia madre, ogni santa volta che apro gli occhi dopo che la sveglia mi ha trapanato un timpano, srotola la pergamena della lista di cose da fare: «Datti una mossa Ilaria, oggi sono piena!

Ogni mattina andare a scuola è una grandissima rottura di palle. Mia madre, ogni santa volta che apro gli occhi dopo che la sveglia mi ha trapanato un timpano, srotola la pergamena della lista di cose da fare: «Datti una mossa Ilaria, oggi sono piena! Devo andare dal macellaio, dal giornalaio, dal calzolaio, dall’amministratore, dal cugino del bisnonno di quello che è passato una volta di qui…». E per qualche assurdo motivo, lei pensa sempre che la cosa mi debba interessare… boh.
Mi chiedo: «Ma nessuno pensa che io ho già i miei sgrattuggiamenti di maracas tutti i santi giorni?». No, non mi danno tregua! Cioè, tipo oggi, ho alle prime due ore quella stronza della Masella che di sicuro mi interrogherà a ita e latino per la milionesima volta, solo perché è una sadica del cavolo. Poi ho altre due ore con il prof. Giappichelli, insegna mate e fisica, e il compito in classe! Il Giappichelli è uno che per spiegarci che cos’è un pendolo, ci ha detto: «Il pendolo è un coso appeso a un filo che oscilla».
Uscita da quel carcere di massima sicurezza che è casa mia, sto andando alla fermata dell’auto che si trova non troppo distante e ovviamente piove e sono senza ombrello perché l’ho scordato (ho la testa altrove) ma a mia madre non glielo dirò, ne farebbe una tragedia. Vedo in lontananza le porte dell’auto alla fermata che si stanno per chiudere e inizio a correre come non ho mai fatto nemmeno durante le ore di educazione fisica! Non posso arrivare in ritardo, altrimenti la Masella mi ammazza! Con uno scatto corro per la discesa. Sbatto il portone chiudendolo dietro di me. Scavalco un’aiuola. Non ce la farò mai. Salto i gradini a due a due, passo davanti al supermercato, colpisco un bidone, che schifo. Non ce la farò mai. Chiedo permesso a una signora che cammina a lumaca. Lei mi guarda malissimo. Le porte si stanno per chiudere. Non ce la farò mai. Faccio un ultimo sprint. Sto per afferrare il manico della porta vicino a dove è seduto un giaccone invernale bianco e blu con una righina rossa…
Marco è del VB, ed è il più figo della scuola. Non è uno di quei bellocci stupidi o cattivi che mettono sempre nelle serie tv americane su Sky o su Netflix, tutto muscoli e niente cervello, assolutamente no. Ha ottimi voti e vuole diventare avvocato da grande, come il padre (almeno così ha detto la mia BFF Laura che lo ha scoperto da un tag di una storia di Instagram che un amico di Marco aveva pubblicato). Marco è MarcodelquintoB. Cioè, non un Marco del VB qualunque ma proprio MarcodelquintoB tutto attaccato. Ogni inverno MarcodelquintoB ha un giaccone bianco e blu con una righino rossa. Il suo giaccone è diventato un must have per tutti quelli che lo copiano, ma nessuno riesce a essere perfetto come lui.
MarcodelquintoB. Ovviamente non sa nemmeno che esisto, non mi conosce, non mi guarda e se mi guarda non mi vede, non sa come mi chiamo e non sa nemmeno che quando lui ha ginnastica e passa davanti la mia classe io sto lì che aspetto di vederlo. No, lui non lo sa. Io sì che lo so, lo guardo da lontano, quelli come lui non notano quelle come me. Notano Giulia Balzi, non me. Giusto una volta, al compleanno di Giacomo, mi ha detto «Scusa, permesso» ed ero al settimo cielo. Quant’è gentile, mi ha detto addirittura “scusa”, altro che quei pecoroni dei miei compagni! Poi è arrivata Giulia Balzi che ha fatto svolazzare le sue ciglia chilometriche e lui l’ha seguita. Odio Giulia Balzi. Non ho le ciglia chilometriche io, forse è per questo che non mi guarda. Non mi vede. Non sa nemmeno che esisto.
Spesso, quando sono rinchiusa ad Alcatraz (che sarebbe casa mia) a scrivere sul mio blog oppure a leggere un libro, arriva mia madre che per la cinquecentesima volta mi ripete la lista della spesa che ovviamente non ricorderò mai. Più che altro vedo mia madre, la sua bocca si muove e non ascolto assolutamente niente, anche se faccio di sì con la testa, mentre immagino sceneggiature da premio Oscar, tipo che MarcodelquintoB mi noti, mi faccia sentire importante, mi guardi e mi trasmetta quello che sente per me solo con un gesto. Non so, qualcosa di personale del tipo: «Ciao Ila, come ti è andata con quella stronza della Masella? Vuoi una liqui?». Sarebbe bellissimo. A volte mentre sono a pranzo o a cena con i miei mi dimentico di infilzare il cibo con la forchetta e la porto alla bocca completamente vuota. 
MarcodelquintoB domani potrebbe sedersi vicino a me all’assemblea. Cioè, ci rendiamo conto? Laura che è rappresentante d’istituto ha messo il cartello del VB vicino a quello del mio VC. Che amica che ho… Potrei sedermi vicino a lui finalmente. Infatti, se ci penso, ma che me ne frega della Masella, ma che me ne frega di mate e ita, ma che me ne stra frega della pioggia e che sono senza… 
Una mano mi prende dallo zaino e mi tira indietro. Le porte del bus si chiudono con dentro il giaccone blu e bianco con la righina rossa. 
«Come al solito ti devo sempre ricordare tutto! Ma dove hai la testa? Ilaria Maria Rossi, l’ombrello! Mi hai fatto fare una corsa, ma ti pare modo di andare in giro? Dai ti porto io a scuola oggi, sbrigati… non hai dei compiti in classe? Non voglio storie con la professoressa Masella, ti prego Ilaria! … e sì tranquilla, ti lascio alla parallela così non mi vede Mar… ehm nessuno delle tue amiche…»

Non ce l’ho fatta a prendere l’auto. Sono le 7:50. La Masella mi ammazzerà. Ma in fondo, pensando a domani, a me, ma che me ne frega?

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