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Tradimenti e cartoline

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Illustrazione di Agrin Amedì
«Come hai fatto a stare con uno così per quaranta anni e farci pure due figli». «Mistero della vita», rispondo, a tutti quelli che me lo chiedono. In verità una risposta ce l’ho. Sicuramente, quaranta anni di vita sono volati, ci siamo lasciati e ripresi almeno quattro volte, abbiamo vissuto e sperimentato, ma alla fine siamo sempre tornati insieme. Questo è il mistero.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia

 

 

«Come hai fatto a stare con uno così per quaranta anni e farci pure due figli».
«Mistero della vita», rispondo, a tutti quelli che me lo chiedono. In verità una risposta ce l’ho.
Sicuramente, quaranta anni di vita sono volati, ci siamo lasciati e ripresi almeno quattro volte, abbiamo vissuto e sperimentato, ma alla fine siamo sempre tornati insieme. Questo è il mistero.
Brian Weiss, un guro delle vite precedenti, un mandrucone, secondo mio marito, sostiene che ci sono delle anime gemelle che ci portiamo appresso nel tempo. Queste anime si reincarnano, oltre il maschile e il femminile e te le ritrovi sempre accanto, una volta come padre o madre, oppure come sorella, fratello o figlio o anche marito. Così dalla preistoria. Non ci si crederebbe.
Io e lui però siamo diversi, agli opposti: il sole e la notte, l’ordine e il caos, l’inquietudine e la calma piatta, il movimento e la stasi, l’ottimismo e il pessimismo, l’energia e la depressione. La negatività è tutta sua, ovviamente.
Lo porti a fare un viaggio ed entra in ansia. Subito spera in uno sciopero o in una influenza che faccia saltare tutto. Quando è l’ora della partenza ti fa arrivare un’ora prima dell’orario prefissato. Poi una volta partito, già pensa al rientro. Per ogni cosa, deve togliersi il pensiero.
Un poveraccio che non si gode niente, mi fa pena, ma alle volte, pure rabbia.
E’ un intellettuale, di sinistra naturalmente, con la puzza sotto al naso e l’universo mondo sulle spalle. Tu gli leggi una cosa e lui si concentra sulla virgola o il congiuntivo. Esprimo un pensiero e mi azzittisce: «Ma che ne sai tu che vieni da Latina» e non è che lui venga da chissà dove, è nato a Minervino Murge. Ha una casa piena di libri, dei tomoni però, di quelli che incombono, ti sovrastano e ti lasciano senza fiato. Marx, Kant, Hegel, tutta la filosofia, la politica e la saggistica di questo mondo: HA LETTO TUTTO, una capoccia grande così! Una volta guardando la sua libreria, gli ho detto: «Sono angosciata da tutti questi libri, che ne farò quando non ci sarai più? – è lui che mi ha abituato a pensare che tra noi due sarà il primo ad andarsene – Sai cosa farò? Chiamerò i tuoi amici e gli dirò “Prendete quel che volete”, il resto lo regalo a qualche fondazione. «Sei pazza – ha urlato – è la mia eredità per i nostri figli». «Poverini», ho pensato. E’ agnostico, ogni cosa ha una sua spiegazione, non esistono altre vite, Dio non esiste, i fantasmi non esistono, gli spiriti non esistono, ma quando gioca la Lazio entra in trance. Attacca a urlare: «Lasciatemi solo, non nominate quella parola invano (la Lazio naturalmente), state zitti che portate sfiga». Si perché lui non lo riconoscerà mai, ma crede alla sfiga. Il 14 agosto ricorreva un anno dal suo infarto, ha cominciato a stare male due giorni prima, gli si è alzata la pressione, poi con le gocce, una quantità esagerata, gli si è abbassata, stava per prendergli un collasso. Tutto il giorno, fiu, fiu, fiu, a misurarsi la pressione. Capace di farsi venire un altro infarto. Quando gli dico, tu la malasorte te la chiami, lui mi risponde: «Ho 12 stent, un tumore al polmone, un altro alla prostata, ne ho ben donde!». A parte che continua a fumare come un turco, la verità è che ha cominciato ad abituarmi alla sua dipartita da tempo immemorabile. Sono dieci anni che ha iniziato a disseminare casa di lettere di addio e di istruzioni. A un certo punto gli ho detto: «Senti, ci sono delle pillole di nuova generazione che ti fanno stare meglio, sono pillole della felicità. Pare che agiscono sulla serotonina e mettono il buon umore. Vai da uno psichiatra, fattele prescrivere e prenditele». C’è andato, se le è fatte prescrivere e non se le è prese. Deve essere presente a se stesso, con tutta la sua negatività.
Di recente, parlando del più e del meno mi fa: «Nella mia vita ho avuto 100 donne».
«100 donne? Come, quando, dove», lo incalzo. Dovrei incazzarmi, ma ormai è più morto che vivo. Qualcuna la so, ma arrivare a 100 è un’impresa. E poi contarle, come caspita gli è venuto in mente di mettersi lì a fare l’elenco, una a una. Per fortuna, dopo quaranta anni, vedo le cose con maggiore distacco. E però sono curiosa, uno così, con tutte le paure, le angosce, la depressione, la stanzialità, 100 donne, e quando l’ha avuto il tempo per conoscerle, frequentarle, farsele.
«E chi se le ricorda – mi dice – di molte non mi ricordo neanche il nome. La gran parte ci sono stato anche solo una volta».
E’ stato un sindacalista della CGIL, Segretario dei Chimici, poi a capo dell’Ufficio Studi, poi a capo dell’Internazionale, poi è stato nel PCI a fianco di Occhetto, poi con Bassolino al Ministero del Lavoro, ha avuto grandi maestri come Bruno Trentin e Luciano Lama, sicuramente nel suo lavoro ha incontrato un mucchio di gente, ha avuto delle occasioni, ci sta che abbia avuto delle opportunità. Se poi ci metti gli anni settanta e ottanta, tempi un po’ libertini, il fatto che è carino, gentile e galante e che con le donne fa pure il timido cosa che non dispiace perché si fa accalappiare, ecco che ci siamo. Ma arrivare a 100, come ha fatto? Io, per esempio, non mi sono fatta mancare niente, ho avuto un periodo libertino, breve in verità, ma quella cifra è irraggiungibile. Non mi è mai venuto in mente di contarli, se arrivo a 15 è grasso che cola!
«Senti – gli dico – giuro che non mi arrabbio, ma nella pasqua dell’80, che cavolo hai fatto, dove sei stato?».
A Pasqua dell’80 lui mi aveva detto che avrebbe raggiunto sua madre e sua sorella a Parigi dove erano riuniti i suoi parenti. C’ero rimasta male. «Avrebbe potuto invitare anche me», avevo pensato, ma avevo abbozzato. Da un po’ di tempo, però, avvertivo qualcosa di strano, lo sentivo sfuggente e distratto.
Stavamo insieme da tre anni, con alti e bassi, e da pochi mesi ero andata a vivere con lui, un monolocale alla Garbatella, dove entravano un letto matrimoniale, molto scomodo, una scrivania, un armadio in cui non mi aveva neanche fatto un po’ di posto, e un cucinino mai usato. Di giorno mangiava alla mensa della CGIL e la sera stava sempre al Vanni Bar.
A febbraio del 1978, ci siamo costituiti come coppia, ma con un rapporto a termine. Attraversavo un periodo strano: ero impregnata di Lotta Continua e femminismo. Uno di quei periodi in cui non sai più cosa vuoi, cosa puoi essere e cosa puoi desiderare. Uno di quei periodi in cui ogni cosa andava presa all’istante, sperimentata e consumata. Dopo lo scioglimento di Lotta Continua, chi si è dato alle Brigate Rosse, chi a Prima Linea, chi se ne è andato in India, chi si è buttato sull’eroina, chi è passato dalla parte dei padroni integrandosi, chi si è ritrovato in confusione come me. Venivo pure da una delusione amorosa che mi aveva spezzato il cuore e mi aveva resa dura. Ero incattivita e avevo deciso che non mi sarei mai più coinvolta. Per questo portavo avanti una o due storie in contemporanea.
Mi aveva invitato a cena una sera, si era fatto riempire di chiacchiere e a fine serata si era lasciato cogliere come un fiore. Aveva lasciato fare tutto a me. Lui magari avrebbe portato avanti il corteggiamento ancora per qualche giorno, e tuttavia non aveva disdegnato quell’accorciamento dei tempi, anzi mi aveva ringraziato per aver preso l’iniziativa. Conservo ancora il ricordo di quella prima notte e del giorno dopo, ci eravamo dovuti svegliare all’alba perché doveva partire per Milano. Riportandomi a casa, attraversando i Mercati Generali che all’epoca stavano ancora all’Ostiense, eravamo rimasti colpiti dal via vai di gente e dal brulicare del mattino. Si era rifatto vivo alcuni giorni dopo e avevamo cominciato a frequentarci. Dopo un mese, però, mi aveva detto: «Senti bella, va bene tutto, capisco la tua fase e la tua vita. Io però voglio l’esclusiva. A fine anno la CGIL mi trasferisce a Varese, devo partire perché sono stato destinato alla Camera del Lavoro, ma fino ad allora, voglio essere l’unico, devi scegliere, o me o quell’altro». Scelgo lui, perché proprio lui? L’altro era sposato, era pronto a lasciare la moglie, cosa che mi spaventava, lui, invece, mi impegnava a termine. E poi, era carino, vestito bene, la giacca di velluto che ho sempre trovato erotica, per non parlare dei calzini, blu con dei pappagallini arancioni, e poi il suo odore, profumava di bambino e borotalco. Il resto però era una frana. Sindacalista lui, rivoluzionaria e femminista io, eravamo distanti mille miglia, culturalmente e politicamente. Quando mi parlava era come trovarsi davanti a un libro stampato, si accalorava, non mi lasciava il tempo di esprimermi, declamava, scandiva le parole, come a un comizio. Quando provavo a dire qualcosa, mi interrompeva, mi rimproverava in modo sarcastico e terminava sempre allo stesso modo: «Voi siete capaci soltanto di essere contro». Mi rifaceva il verso: «Contro il contratto bidone! Siete capaci di rivendicare sempre e qualcosa in più rispetto al PCI e alle confederazioni Sindacali. E’ troppo facile, cara mia».
«Che palle questo – pensavo tra me e me – meno male che è un rapporto a termine».
Per farla breve, arriviamo alla scadenza del periodo di esclusiva. Ci ritroviamo a fine anno lui a Varese, io a Genova – perché nel frattempo ho iniziato anch’io un nuovo lavoro- e che faccio? Metto fine alla storia, i patti erano chiari. A lui che succede? Impazzisce. Folle d’amore, comincia a inseguirmi come un matto. La domenica notte anziché prendere il suo vagone letto per Milano si intrufola nel mio che va a Genova. Urla disperato che mi ama. Io mi lascio inseguire, ma mi prendo un periodo di libertà. Lui mi fa grandi dichiarazioni d’amore. Non ci credeva neanche lui ma mi ama. Io lo tengo sulle spine. Lui fa il disperato ma nel frattempo ha già un’altra storia, una ragazza bellissima napoletana, tutta capelli, alta e dal seno generoso. Come vengo a sapere della ragazza napoletana sono io che impazzisco, mi rendo conto che posso perderlo e attacco a inseguirlo. Alla fine ci rimettiamo insieme. Passiamo alti e bassi, tra riconcorse e dipartite finché arriviamo alla famosa Pasqua del 1980. Lui a Parigi, io a Latina dai miei.
Dopo due settimane, al monolocale della Garbatella, arriva una cartolina da Parigi, sopra c’è una foto della torre Eiffel e dietro c’è scritto: «Tanti saluti da Parigi». Firmato. Mamma.
Mi prende un colpo. Guarda te, che figlio di buona donna! Quindi non è andato a Parigi, altrimenti che bisogno aveva la madre di mandargli una cartolina. Ma allora che ha fatto? Se non è stato a Parigi, dove è andato? E io a rompermi le palle a Latina. Mi rodo per tutto il pomeriggio. La sera torna a casa e lo aggredisco, gli sventolo la cartolina in faccia. «Brutto pezzo di mer.. Mi hai ingannato. Tu non sei andato a Parigi. Avanti parla. Dove sei stato?», grido. Lui cerca di strapparmi la cartolina di mano, ma io scappo. Lo spazio nel monolocale è quel che è, ci scontriamo. Lui è stizzito. Ha una faccia che dice: «Brutta strega, perché non ti fai i fatti i tuoi?», mi odia. Non vuole intrusioni nella sua privacy. Urla: «Se non ti sta bene, quella è la porta. Torna da dove sei venuta». Sono arrabbiata, faccio per picchiarlo. Lui mi tiene le mani e i polsi. Io vorrei azzannargli una guancia, mi prende il collo e mi spinge con la faccia in giù, mi ritrovo un polpaccio davanti, è il suo polpaccio, glielo azzanno.
Che storia! Comunque l’episodio della cartolina finisce qui: io che me ne torno a casa e noi che rompiamo nuovamente. Stiamo lontani qualche mese e ci rimettiamo insieme e così andare per il resto dei nostri anni.
Ma ora siamo al momento della verità. «Forza – insisto – come sono andate le cose, sono passati così tanti anni: dove hai passato quella famosa Pasqua. Mancava poco che ci rimettessi un polpaccio». Lui finalmente cede: «Sono stato a Reggio Emilia, avevo conosciuto un’operaia molto carina, le piacevo molto, sapessi che tette!». E certo, più la donna è minuta e ha seni abbondanti e più lui impazzisce. E stato allattato a lungo da una madre minuta e pettosa.
Continuo a stuzzicarlo sulle altre donne, ma comincia a dare segnali di insofferenza. Capisco che è meglio non andare oltre. Prima di chiudere il discorso sui tradimenti gli faccio un ultima domanda, sono troppo curiosa: «Ma la scopata più memorabile con chi l’hai fatta?». Potrebbe mentire, dire: «Che me lo chiedi a fare, è ovvio, con te», e invece senza un momento di esitazione risponde: «Con una svizzera». Una svizzera, penso, e che ci poteva avere. Di questa svizzera, in verità, già sapevo. In quel periodo lo avevo lasciato e lui era stato visto in giro per Roma con questa donna attempata, più grande di lui di dieci anni, ricca e munita di macchina sportiva.
«Come mai – chiedo – che aveva di così speciale la svizzera».
«Era disinibita – mi risponde – e libera». Io subito immagino tripli salti mortali sul letto, specchi di sopra e di sotto, posizioni kamasutriche e via andare. Sto per approfondire ulteriormente ma mi fermo.
E se mi facesse la stessa domanda?

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