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La pagina bianca

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Illustrazione di Agrin Amedì
Quel vecchio seduto nella mia solita caffetteria, portava sul capo un enorme cappello che copriva il volto. Il corpo ne era quasi sovrastato, come se avesse addosso un pesante masso scuro.

Quel vecchio seduto nella mia solita caffetteria, portava sul capo un enorme cappello che copriva il volto. Il corpo ne era quasi sovrastato, come se avesse addosso un pesante masso scuro. La mano destra poggiava su un bastone nodoso, mentre la sinistra se ne stava abbandonata sulla pagina di un giornale tutto sgualcito. Ogni tanto si asciugava il volto ma non era chiaro il perché. Mi avvicinai incuriosito nonostante l’ora tarda e il vento, che nel frattempo si era alzato agitando il foglio di giornale. Il suono che ne proveniva, quello della carta, sembrava la sferzata di uno schiaffo piazzato in pieno viso. Ero vicino ma non osavo proferire parola.
A un tratto alzò il capo e mi guardò, piantandomi addosso due fari neri. Il cuore mi batteva forte, ne avevo quasi paura. Ero grato, in quel momento, al cono di luce che scendeva dal lampione e c’illuminava entrambi. Articolò un suono. Non capivo bene se dovevo rispondere. Nel frattempo continuava a fissarmi.
Dovevo parlare o muovermi? Non comprendevo, così decisi per il silenzio.
Ero stanco per aver camminato tutto il giorno. Mi facevano male le anche, le ossa e facevo fatica a mantenere dritta la testa sul collo. Il tavolino dove presi posto era tutto cosparso di gocce d’acqua, sopra vi erano posati due bicchieri. La sedia di ferro su cui poggiai la mano per spostarla e sedermi era fredda, traballava, faceva un rumore che mi batteva sulle tempie. Avevo davanti il vecchio che se ne stava muto, statico. Mentre ero assorto nei miei pensieri, a un certo punto lui si alzò, si aggiustò la giacca e si rimise seduto. Fece quel movimento in maniera meccanica, sembrava un manichino mosso da una corrente elettrica alternata.
A tratti il vento portava un odore di stantio, di muffa mista a naftalina. Non so da dove provenisse, immaginai dal vecchio. Il suo aspetto era trasandato, la giacca era sformata, scucita all’altezza di una tasca, l’avevo notato quando si era alzato in piedi. I pantaloni, di colore carta da zucchero, erano nuovi rispetto al resto, le scarpe erano di scarsa fattura. Provavo repulsione per quella figura, la respingevo ma non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. Me lo immaginavo a vagare anche lui per la città.
All’improvviso mi sentii a corto di respiro, come se tutto l’ossigeno si fosse esaurito. Un senso di paura m’invase il corpo, saliva dai piedi e come una serpe s’insinuava nelle vene fino a raggiungere il cuore che batteva come un tamburo. Avevo in testa un’orchestra sgangherata che suonava non so cosa grazie a un’accozzaglia di musicisti. Un alito d’aria mi venne incontro. Riacquistai le forze e presi la carta dove vidi una lista sterminata di cocktail e sfizi strampalati. Non m’andava nulla ma non potevo alzarmi e andarmene. Il vecchio era sempre lì di fronte. M’inchiodava.
Optai alla fine per dell’acqua tonica che scolai in pochi secondi. Ancora non sapevo se dovevo parlare con quell’uomo. Lui aveva un foglio di giornale in mano e io avevo a che fare coi giornali. Ma avevo veramente a che fare coi giornali?
Ero il classico neo laureato preso a fare pratica nel giornale della sua città. Quando mi presero accettai di tutto, pacche sulla spalla, fotocopie, rimproveri, comandi, prediche e ogni tanto qualche riconoscimento. Tuttavia, le notizie piccole mi stavano strette. Un’estate feci un viaggio e al ritorno decisi di lasciare quell’incarico e trasferirmi dove sono ora. Fui bravo a procurarmi quello che volevo nella grande metropoli, e tutto senza andare troppo per il sottile. I primi tempi giravo in cerca d’un lavoro per scrivere e dopo aver terminato i pochi soldi con me, lasciai l’alberghetto spoglio in cui dimoravo e iniziai a vagare nella notte e a dormire sulle panchine. Per questo ne conosco la durezza delle fibre di legno. A proposito, gli faranno male le ossa a quel vecchio?
Dopo qualche mese, riuscii a entrare in un grosso gruppo. Improvvisamente ricevevo soldi, potevo spendere senza remore. I miei mi sapevano sistemato.
La cosa durò qualche tempo, ma alla fine me ne stavo a ciondolare tutto il giorno in ufficio e poi a casa. Compravo libri che non leggevo, rimpinzavo la libreria di niente. Bevevo, incontravo persone e sfruttavo il momento fino a stordirmene.
Fino a ieri. Ieri potevo lasciare tutto, ma non ce l’ho fatta. Avevo incontrato il mio capo e la situazione era quella giusta per riferirgli che me ne andavo. Non ero riuscito a dire che ero diventato l’ombra di me stesso. Una volta a casa mi ero messo a letto ed ero sprofondato nel buio. Mi ero svegliato dopo un brutto sogno in cui ero paralizzato, coperto da un enorme foglio di carta bianca, non scritta, che mi soffocava. Ero paralizzato e l’unico modo per uscire dalle spire era infilarmi in un corridoio e chiudermi una porta alle spalle. Cosa che ho fatto al risveglio, senza nemmeno lavarmi. Camminare m’aveva aiutato un po’. Poi, la ferita infetta aveva iniziato a bruciare. Quell’infezione proveniva dal mio tirare la corda e in questo ero bravo. La tiravo forte, come se dall’altra parte ci fosse qualcuno a fare la stessa cosa, l’altro me stesso, di sicuro, che remava contro. Così non cadevo mai, ma non mi muovevo nemmeno. Immagino la faccia di mia madre e quella di mio padre di fronte all’autolicenziamento. Un posto sicuro per il figlio lontano, che se ne va in malora.
Ma ero già in malora, da tempo. E ora me ne stavo a guardare quel vecchio seduto sotto l’albero, vuoto, fermo. Forse poteva darmelo lui quel coraggio?
Il buio della notte scese sul parco divenuto umido e silenzioso. La saracinesca si chiuse sul locale, il proprietario se ne andò e restammo in due nell’androne, io e quell’uomo anziano, malandato, che adesso era ancora più accasciato. Vedere lui era vedere me, con le finte certezze, i tanti compromessi e il pane rancido alla fine del mese.
Il freddo cominciò a infilarsi sotto ai miei abiti. Le scarpe si erano impregnate dei vapori provenienti dalla terra. I suoni della città mi giungevano attutiti, quasi rarefatti. Mi sentii solo. Il vecchio, che ignaro aveva in qualche modo aperto un varco a quei miei pensieri, adesso dormiva rumorosamente. Che me ne restavo ancora a fare lì?
Decisi di tornarmene a casa, ma non prima di andare al porto a vedere le navi attraccate. Il vento si era trasformato in soffi rapidi e brevi, volevo respirarlo tutto e riempirmene i polmoni. Alcune nuvole si affastellavano disordinatamente coprendo porzioni di cielo e rendendolo screziato. Iniziavo solo allora a vederne le sfumature, come se finalmente mi fossi liberato da un enorme cappello dalla testa e avessi lanciato via in acqua un bastone nodoso.
La porta di casa mi si piantò davanti. Salii le scale mollemente e girai la chiave tre volte. La scrivania che in quegli anni mi era diventata nemica, improvvisamente sembrò di un legno più chiaro. Presi il telefono e chiamai in ufficio. Feci presto.
Mi bastarono poche parole e una voce che non avevo mai sentito di avere. Poi accesi il computer, cercai la pagina che da lungo tempo era bianca e cominciai a scrivere.

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