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Nova Dick

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Illustrazione di Agrin Amedì
Il robot scrutò il nuovo arrivato con quei suoi occhietti verdi intensi mentre il suo cervello positronico componeva mille pensieri artificiali, come una trottola impazzita.

Il robot scrutò il nuovo arrivato con quei suoi occhietti verdi intensi mentre il suo cervello positronico componeva mille pensieri artificiali, come una trottola impazzita.
«Benvenuti al SIO bar, il primo e unico spazioporto della Luna» disse. «Potete chiamarmi Unità R-I-C-K-Y-17, o semplicemente… Ricky, se preferite. Sarò il vostro robot cameriere; come posso esservi utile?»
L’uomo che gli si presentò davanti era di bell’aspetto, sulla quarantina e indossava un vistoso cappello da marinaio con l’insegna di una piccola ancora dorata.
«Chiamami pure capitano Acap e questo è il mio equipaggio» disse l’uomo, indicando la mezza dozzina di marinai galattici alle sue spalle, le cui divise lasciavano scoperte le braccia cosparse di numerosi tatuaggi lunari.
«Ho bisogno di carburante per la mia astronave e già che ci sei fammi pure una via lattea macchiato freddo, per favore» disse Acap.
Poi continuò.
«Carino questo bar, è una specie di spazioporto vero?»
Ricky osservò il capitano che si guardava intorno attento.
Il SIO bar in cui si trovavano si componeva di un’unica grande stanza costruita dentro un granitico blocco di cemento armato adagiato proprio sulla superficie lunare. Da fuori pareva come un enorme budino alla crema lasciato troppo a lungo in frigorifero e poi servito a un commensale gigante che si era irritato dal ricevere quel dessert così freddo, e lo aveva perciò abbandonato sulla tavolata bianca del satellite.

All’interno invece, decine di tavoli in legno nero sfidavano le enormi vetrate a tenuta stagna che permettevano la vista della Terra, in lontananza.
Ricky si sistemò il vistoso papillon nero posto sul collare di titanio imbottito, poi tossì un po’ imbarazzato per richiamare l’attenzione di Acap e disse:
«Cosa ti porta in questo posto, capitano?» pronunciò quella parola in modo sottile, come un piccolo asteroide. «Soldi? Avventure per lo spazio? Fama? Spero certo non guai per il mio umile locale.»
Un’ombra allora attraversò rapida il volto di Acap, che poi guardò il robot in modo severo e disse:
«Una balena» appoggiò una mano sul bancone «una balena molto speciale».
Ricky si sporse verso il capitano in modo quasi teatrale, poi aumentò al massimo il volume dei suoi circuiti di ascolto, e lo fissò.

Mentre Acap parlava e gli raccontava di quella gigantesca balena spaziale – come l’aveva chiamata, Nova Dick, forse? – Ricky ripensava alla sua adolescenza, al perché avesse scelto di essere l’unico robot di servizio presso il più isolato spazioporto esistente, quello sulla Luna, appunto.
«Dite che ho una scoliosi positronica? Ma che malattia sarebbe? Dovrò indossare un busto di titanio rinforzato al platino irridio? E per quanti mesi? Anni forse? Ma così tutti gli altri robot miei compagni di classe lo vedranno; sarà umiliante!.»
La mente di Ricky si acquietò per un poco.
Forse era proprio quell’esperienza traumatica la causa per cui Ricky, non appena aveva visto l’annuncio sul giornale per la gestione di un remotissimo spazioporto sulla Luna, il SIO bar appunto, si era subito precipitato a chiedere di essere assunto in quel luogo, dove non solo era l’unico cameriere, ma addirittura il solo abitante del satellite.
I suoi vecchi compagni del liceo robotico se ne potevano pure stare comodi sulla Terra con i loro padroni umani. L’importante era che alcune migliaia di kilometri di spazio profondo si frapponessero tra lui e le loro temibili frecciatine e prese in giro. Perché si sa, nello spazio profondo nessuno può sentirti scherzare.

«Ricky allora mi stai ascoltando?» disse Acap con tono deciso. «Mi hai fatto tu la domanda sulla balena, no?»
Il robot lo guardò con sguardo assente, come se il suo cervellino positronico fosse attraversato da un proiettile di carta pesta.
«Ah sì, la via lattea macchiata, arriva subito» disse poi.
«Ma hai inteso che Nova Dick è una gigantesca balena spaziale divora pianeti? Che si muove per le galassie, e che tra poche ore entrerà in contatto con la terra per mangiarsela se io e il mio equipaggio non la fermiamo?»
Il robottino si sistemò ancora il suo papillon d’ordinanza, l’unico elemento della sua divisa, e fece un gesto goffo.
«Ehm, sì, ho capito» disse.
«Quindi sbrigati a servirci bene; abbiamo bisogno di rifornimenti per l’astronave, olio per gli arpioni positronici e un po’ di ristoro prima della battaglia.»
Acap ora sembrava decisamente impaziente.
«Ma vuoi farmi credere che il “Governo Terrestre Unificato” non abbia tentato di fermare la balena prima di voi e in altri modi?» chiese Ricky, che intanto pareva essersi ripreso.
«Certamente, ma tutti i tentativi sono falliti e se anche noi sbagliamo, tutti gli esseri che popolano la Terra, robot o umani che siano, cesseranno di esistere per sempre.»
Quell’informazione colpì Ricky come un fotone scagliato contro uno scudo al plasma, ossia senza alcun effetto.
«La Terra distrutta tra poche ore? Divorata da una gigantesca balena spaziale se questo umano non la ferma? Ben gli sta a quei vecchi miei compagni robot di liceo, si vede che se lo sono meritato», pensò Ricky e intanto un sorriso di panna comparve sulla sue boccuccia metallica, che per un attimo sembrò quasi verticale.

Poco dopo il capitano Acap si era seduto al tavolo e consumava nervosamente la sua via lattea macchiata gettando sguardi attenti ai suoi compagni che apparivano un po’ nervosi di dover salvare la Terra a breve, e come dargli torto.
Ricky, intanto, dopo aver provveduto a rifornire di carburante l’astronave di Acap, il Requod, e oliare gli arpioni galattici, era tornato dietro il suo bancone di legno e osservava nervosamente quegli “intrusi”.
«Distruzione della Terra o no, qui sulla Luna la cosa non mi riguarda», pensava.
Poi d’un tratto la macchinetta del caffè vicino a lui cadde per terra con un tonfo, e Ricky fu subito pronto a rimetterla sul ripiano prima che un altro marinaio galattico, di sicuro l’ennesimo membro dell’equipaggio di Acap, ci saltasse sopra con i suoi scarponi pesanti mentre entrava dalla finestra.
Il nuovo arrivato era piegato in due, portava entrambe le mani alle ginocchia e il suo torace si alzava e abbassava affannosamente.
«Capitano Acap» disse l’uomo.
«Dimmi Quequon» disse Acap.
«Il robot d’aviazione positronico computerizzato, ossia il nostro sistema di avviamento della nave, è andato in corto circuito.»
«E questo che cosa comporta?»
«Che senza un robot sostitutivo non potremo più decollare!»
Acap fissò prima il suo marinaio, poi Ricky.
«Robot, sai cosa ti sto per chiedere?» disse.
«Non se ne parla, non lo farò!» rispose Ricky, risoluto.
«Se non vieni con noi, la Terra sarà distrutta.»
«A me non importa.»
Il robot notò che il capitano si era preso una pausa, come se intuendo la sua resistenza, stesse provando a convincerlo con una strategia differente.
Poi Acap disse:
«Ricky se la Terra sarà distrutta, non ci saranno più clienti per il SIO bar. Dovrai sicuramente chiudere e trasferirti su qualche altro pianeta affollatissimo, magari su Tripsy della cintura di Alpha Centauri.
E magari ti toccherà aprire un nuovo bar, ma questa volta gremito da decine e decine di clienti ogni minuto. Sei sicuro di non volerci aiutare?»
Nel comprendere la frase, i circuiti fobici di Ricky si attivarono, manifestandosi esternamente con un vivace riflesso sui suoi occhioni verdi. Ovviamente in questo caso avrebbe accettato.

Ricky seguì un po’ a malincuore la ciurma del capitano Acap che, uscita dal SIO bar, attraversava la superficie lunare per raggiungere l’astronave Requod, parcheggiata lì vicino.
Il Requod aveva pressapoco la forma di un grosso cilindro chiaro, sulla cui superficie si affacciavano alcuni oblò dal vetro spesso.
Alla base due micidiali motori a “forchetta”, nel senso che avevano la forma di una forchetta da dessert, fornivano l’energia necessaria alla nave per decollare.
«Quelli precedenti a forma di bacchetta giapponese erano meno efficaci» disse Acap rivolto a Ricky, come per rispondere alla sua curiosità.
Poi aggiunse.
«Il tuo compito sarà quello di collegarti al circuito madre dell’astronave e coadiuvare il computer principale durante il decollo.» Fece una pausa. «Sarai il robot copilota, te la senti?»
Ricky assentì titubante, ma l’immagine di lui che serviva cocktail in un affollatissimo locale di Alpha Centauri, qualora non fossero riusciti a salvare la Terra, lo spaventava a tal punto che avrebbe fatto qualsiasi cosa per aiutarli.
Quando l’equipaggio fu pronto, l’astronave partì come un razzo, anzi era proprio un razzo, e con l’aiuto di Ricky si dispose in una regione dello spazio a circa metà distanza tra la Terra e la Luna.
«E ora non ci resta che aspettare che arrivi Nova Dick» disse Acap.
Poi l’intero equipaggio piombò nel silenzio.

Dopo alcune ore, ma che ad Acap, Ricky e Quequon ricordarono il tempo di preparazione delle mitologiche fettuccine marziane, piatto che notoriamente richiede un continuum spazio-temporale quantificabile in circa una decina di vite mortali, Nova Dick apparve proprio di fronte a loro. Aveva la forma di un’enorme balena stellare, i cui occhi, grandi come giganti rosse, sembravano angurie troppo mature ma senza semi. La sua pelle siderale, bianca come una melanzana albina, si estendeva per un territorio paragonabile al suolo calpestabile di un migliaio di pianeti desertici.
Ogni suo singolo dente, montato dentro una bocca di dimensioni epiche, appariva grande quanto la città di New New York, capitale attuale del “Governo Terrestre Unificato”.
Di sicuro la Terra non era il primo pianeta che quelle fauci spaventose avevano addentato e deglutito.
L’equipaggio del Requod era terrorizzato alla vista di quella immensa creatura. Acap, però, fu il primo a riprendere il controllo della situazione e ordinò subito l’avvio della controffensiva umana.
Il Requod, infatti, era armato con due letalissimi arpioni spaziali a propulsione nucleare che, una volta venuti in contatto con la pelle dell’animale, si sarebbero aperti rivelando il loro micidiale potere bellico.
La loro peculiarità, infatti, era la capacità di sprigionare un potentissimo odore d’asparago marcio, così intenso che avrebbe potuto portare alla cecità e alla pazzia una popolazione intera di Yeti di Betha Centauri e che, si sperava, arrestasse almeno l’avanzata della balena. Era necessario, però, che l’arpione centrasse proprio la narice dell’animale, e di arpioni sul Requod ce ne erano soltanto due. Acap, insomma, sapeva che gli era concesso un solo sbaglio.
Il capitano, mantenendo il sangue freddo, o almeno a temperatura corporea, stava prendendo la mira con il primo arpione.
«Narice sinistra di Nova Dick agganciata signore» disse Quequon, muovendo il braccio come cenno di via libera.
«Allora diamo inizio alle danze!» disse Acap.
«Ma non so ballare» rispose Quequon.
«Intendevo: spara» disse Acap.
«Va bene» rispose Quequon.
L’arpione partì velocissimo nello spazio, avvicinandosi alla narice della balena con la precisione di un cliente armato di scontrino siderale che richieda la sostituzione del telecomando dell’astronave difettoso.
«Bersaglio mancato» disse Quequon.
C’era solo una seconda possibilità di allontanare la balena prima che la Terra fosse distrutta, ma serviva tempo, e l’ingordo cetaceo si avvicinava troppo velocemente.
In pratica, gli umani erano finiti.

Acap aveva un’espressione funerea, Quequon anche, Ricky pure. La balena Nova Dick, invece, con quei suoi denti maligni si avvicinava precipitosamente verso la Terra, e sembrava quel gigante commensale di prima, che ora finalmente stesse per consumare il suo dolce, dopo essersene fatto portare uno nuovo dal cameriere.
«Andrò io a parlare con Nova Dick» disse Ricky.
Tutti si voltarono nella sua direzione e lo guardarono stupiti; lui continuò: «Calatemi nello spazio con una corda e proverò a trattare con la balena».
L’idea di comunicare col cetaceo spaziale prima di sparargli, era talmente strampalata che nessuno ci aveva mai pensato prima, nessuno a parte Ricky, che tuttavia appariva determinato.
Acap acconsentì dal momento che, credendo ormai di aver già perso, immaginava che quell’azione non avrebbe di modificato il corso funesto degli eventi. Quequon legò allora Ricky alla vita con una robusta corda di titanio e aperto il portellone dell’astronave, lo scagliò nello spazio in direzione della balena, che intanto avanzava minacciosa.
«Che l’unica speranza per la Terra sia un robottino introverso?» si domandò Acap mentre osservava la scena dal ponte del Requod.
«Balena Nova Dick, mi senti» disse Ricky, aumentando al massimo il volume dei suoi altoparlanti spaziali che erano così potenti da permettere la propagazione del suono persino in luoghi ove il suono non era fisicamente possibile che si propagasse.
Nova Dick si posizionò proprio davanti al robottino, lo fissò stupita e rispose.
«Che cosa vuoi robot? Non vedi che sto per fare colazione con quel piccolo pianeta alle tue spalle?»
«Ti voglio chiedere perché lo fai? Perché mangi tutti i pianeti che incontri?» chiese Ricky.
Gli occhi della balena brillarono di una luce interrogativa. Nessuno le aveva mai chiesto prima perché facesse quello che faceva, ossia mangiare pianeti, e quindi lei non si era mai posta il quesito.
Mosse un po’ la gigantesca coda spaziale e rispose.
«Al liceo femminile per balene spaziali tutte le mie compagne mi prendevano in giro perché mangiavo troppo ed ero grassa. Pensa, all’epoca pesavo solo quanto una piccola galassia, eppure loro mi vedevano fuori forma.»
«E poi? Cosa successe?» chiese Ricky con tono comprensivo.
«E poi io le ho mangiate tutte» rispose la balena.
«Hai mangiato le tue compagne di classe?»
«Sì.» La balena ondeggiò un poco nello spazio. «E poi avevo ancora fame e così ho cenato con l’edificio della mia scuola, poi con la città dove vivevo, infine con il mio pianeta natale e poi… sono arrivata fino a oggi.»
Il robottino era basito, la balena, invece, sembrava orgogliosa di quella sua voracità.
«Ora mangerò te, la tua nave e quel succulento pianeta alle tue spalle» disse infine.
«Non farlo Nova Dick…» La voce di Ricky era implorante.
«Ascolta, anche i miei compagni di liceo mi hanno preso in giro per la mia scoliosi metallica e per il fatto che portassi un busto positronico.»
«E tu come hai risposto? Li hai divorati?» chiese Nova Dick incuriosita.
«No. Mi sono chiuso in me stesso e ritirato su un piccolo bar sulla Luna dove ci sono solo io e pochissimi viaggiatori» disse Ricky con gli occhi lucidi.
La balena ora agitava così tanto le pinne stellari come se stesse ridendo.
«Robot, la tua storia non è troppo diversa dalla mia; tu ti sei chiuso in te stesso e io invece ho portato la mia rabbia all’esterno divorando tutto quello che mi circondava» disse Nova Dick, i cui occhi brillavano, ma in modo sinistro.
Ricky si rese conto che la balena aveva ragione; lui e Nova Dick in fondo, non erano affatto diversi.
«Visto che mi hai fatto ridere» continuò Nova Dick «ho deciso che risparmierò la Terra ma mangerò la Luna così distruggerò per sempre la tua casa e quindi la tua unica fuga dal mondo. Sarà divertente».
Ricky si sentì gelare tutti i bulloni. L’unico motivo per cui aveva preso parte a quell’avventura era la speranza di poter continuare a isolarsi ancora nel suo bar sulla Luna, non certo vederlo distruggere.
Se la balena lo avesse mangiato, però, lui sarebbe stato costretto a tornare sulla Terra, proprio dai suoi compagni di liceo e le prese in giro sarebbero ricominciate, forse per sempre. Era terribile.
Nonostante questi pensieri, Ricky strinse un poco i pugni, si sistemò il papillon che a causa dei venti spaziali si era spostato, e dopo aver fissato lungamente la balena negli occhi, disse:
«Va bene Nova Dick, fallo.»
La balena apparve compiaciuta, e con un rapido colpo di coda si direzionò verso la Luna, pronta a distruggere il satellite e tutti i sogni di isolamento di Ricky con esso.
Mancavano ora solo poche migliaia di chilometri spaziali tra la bocca della balena e il bar del piccolo robot quando dal Requod una minuscola stella partì.
Si mosse in direzione obliqua nello spazio, velocissima, e si conficcò proprio a livello della narice destra della balena, sprigionando un terribile odore di asparago marcio.
Ovviamente non si trattava di una stella ma del secondo arpione del Requod, che Acap, approfittando del momento di distrazione di Nova Dick, aveva sparato.
«Che cosa è questo odore? È terribile! Mi fa passare la fame!» disse Nova Dick che ora si contraeva come una calza della galatto-befana.
Poi lacrimoni grandi come il mare gocciolarono dai suoi immensi occhi, quindi Nova Dick inarcò la schiena e fuggì nella direzione da cui era venuta, verso lo spazio infinito.
«Non mangerò più pianeti. Mai più, fino al termine dell’Universo» disse la balena con una voce sempre più flebile, in allontanamento nell’oscurità. Ricky venne quindi caricato di nuovo sull’astronave. Avevano vinto.

Sul ponte del Requod, Acap guardava Ricky soddisfatto.
«Robottino, grazie al tuo intervento ci hai dato il tempo di mirare correttamente e la seconda volta non abbiamo sbagliato. Hai salvato la Terra, la Luna e il tuo bar, ove ora potrai tornare, se lo vorrai.»
Ricky guardò di rimando il capitano; gli occhi del robot apparivano ancora più grandi e luminosi.
«Capitano Acap, ti ringrazio, ma avrei una richiesta da farti.»
«Sei il nostro salvatore, chiedi quello che vuoi» disse Acap.
Ricky fece una pausa profonda.
«Il dialogo con Nova Dick mi ha fatto riflettere. Non voglio più isolarmi nel mio bar fuggendo il contatto con gli altri, persone o robot che siano. Portatemi con voi nelle vostre avventure, vi farò da copilota.»
Sulla faccia del capitano comparve un sorriso radioso, poi si tolse il cappello con l’insegna e si inchinò, come si fa nelle grandi occasioni.
«Con immenso piacere» disse.

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