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Mara

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Illustrazione di Agrin Amedì
«…E quettaaa, mamma?» Mara secondo me lo fa apposta di trascinare le vocali e comprimere le consonanti quando parla. Parla tanto, tantissimo per una bambina di 5 anni, e a volte cantilena la a di “taaanca”, altre volte sibila la s, serra la t, arrovella la r, e imbocca una “strada”, perfettamente.

«…E quettaaa, mamma?»
Mara secondo me lo fa apposta di trascinare le vocali e comprimere le consonanti quando parla. Parla tanto, tantissimo per una bambina di 5 anni, e a volte cantilena la a di “taaanca”, altre volte sibila la s, serra la t, arrovella la r, e imbocca una “strada”, perfettamente. È intelligentissima, penso guardandola e arrossendo d’orgoglio. Seduta al tavolo della cucina, la guardo mentre si dondola seduta a terra, le gambe incrociate, le manine sui polpacci che la sostengono mentre si dà la spinta con la schiena. Si dondola due o tre volte e poi si spalma per terra, pancia all’ingiù, le braccine aperte e le gambe un po’ divaricate. «Mamma, nuoooto!», e ride, rotolando su se stessa. «Mara, piccina dai, ti sporchi tutta!». Non c’è verso, penso sorridendo tra me e me, non userà mai il seggiolone che ci hanno regalato per Natale.
Oggi è una giornata bellissima. La luce del sole entra dalla grande finestra leggermente aperta. Una brezzolina leggera porta il profumo dei fiori che tengo sul davanzale: i gigli, col loro profumo acre, e le rose, col loro aroma pungente. La luce, calda, illumina la stanza, colorandola di arancio: il grande tavolo, appoggiato alla finestra che si affaccia sul bellissimo giardino, le numerose foto, appese alle pareti, e Mara, bellissima, che gioca sul pavimento.
Verso il latte nella tazza di cereali che ho di fronte a me. Lentamente, il latte la riempie. I cereali, che prima erano tutti insieme, sul fondo della tazza, vengono travolti dalle onde del latte. Muovo il cucchiaio in senso orario. Una, due, tre volte: disegno delle circonferenze sempre più ampie. Il vortice causato dal cucchiaio travolge i cereali, li disperde: si sono tutti persi ora, nuotano l’uno lontano dall’altro. Ne individuo uno, piccolo, più distante dagli altri. Col cucchiaio, lo affondo. Sul fondo della tazza, lo sento scricchiolare, spezzarsi.
«…E quettaaa, mamma?»
Una ventata di aria fredda entra improvvisamente nella stanza. Rabbrividisco. Guardo la finestra. Si muove, sbatte un poco.
Mi volto verso Mara per risponderle e il cuore si ferma. Non c’è. «Mara..?» Non la vedo. La schiena si tende come per muoversi ma resto seduta.
«…E quettaaa, mamma?»
Mi volto verso l’altro lato della stanza. Mara è lì. Prima era accanto a me, ai piedi del tavolo e ora è accanto al divano, a gambe incrociate. Gioca sul pavimento con le sue cosine. Mi chiede cosa sono, non ascolta la risposta e le inserisce nei suoi giochi immaginari. Fa la scemina, come sempre. La finestra sbatte un poco. Il sole entra di nuovo nella stanza e l’aria si fa più calda.
Mara è sotto il fascio di luce. La testa leggermente rivolta verso sinistra, gli occhi grandi e blu, i riccioloni castani: mi guarda.
Deglutisco.
«Ora usciamo, amore mio. Andiamo al parco oggi.»
Lascio la tazza sul tavolo. Il cucchiaio, sul fondo, copre i cereali naufraghi. Sotto di esso, sono gonfi e deformi: nessuno è sopravvissuto.
Mi avvicino verso la porta d’uscita. Tendo la mano verso Mara. Aspetto che la prenda.

Il sole splende alto e l’aria è fresca, primaverile. Le strade sono gremite di famiglie e bambini in abiti leggeri e colorati. Lungo la strada che da casa porta al parco gli alberi sono alti e rigogliosi e gli spazi verdi si susseguono in grande numero. I bambini giocano, ridono, saltano tra un’aiuola e l’altra bagnandosi con l’acqua delle fontane. Ma Mara, al mio fianco, li studia con occhi curiosi, tenendomi la mano, e non si unisce a loro.
Ricordo il nostro primo incontro, Mara appena nata. Io, nel letto di ospedale, la aspetto fremente. Lavata, asciugata, vestita con la tutina di panno azzurro polvere che avevo portato per lei, l’ostetrica lascia la mia fagottina tra le mie braccia: profuma di latte, di talco, del suo corpicino appena nato sopra il mio. Sul mio petto, piccolissima, poppa sulla camicia da notte, e io rido, cercando di sbottonarmi la camicia e lasciarle il seno. Le sue manine esploratrici lungo la strada dell’istinto, per arrivare a me.
«…E quettaaa, mamma?»1
All’entrata del parco c’è una gelateria che Mara adora. Ci troviamo adesso dall’altro lato della strada e lei, indicando la gelateria, mi invita ad una coppetta di limone. Sì, il suo gusto preferito è il limone. Strizza gli occhi e arriccia il naso quando lo mangia, ma lo fa apposta, perché io rido e dico che non è possibile che le piaccia il limone, e non la fragola, la stracciatella o il cioccolato. E allora lei fa la scemina, come sempre. E dice “quettaaa”, quando potrebbe dire “questa”, perché dice “strada”, ma a “quetta”, lei lo sa, non so resistere.
Guardo la gelateria, all’entrata del parco, dall’altro lato della strada. L’aria si fa più fredda. Rabbrividisco. Vicino alla gelateria, vedo una bambina. È sola, ed è seduta, mi sembra, su qualcosa. Guardo meglio. È un triciclo. La bambina, il capo chino, è seduta su un triciclo. Alza lo sguardo. I riccioloni castani le incorniciano il musino minuto. Mi guarda.

Nel parco i bambini giocano rumorosi. Gridano, si agitano, passano dallo scivolo all’altalena, dal bruco alla spiaggetta di sabbia. Si muovono veloci da una parte all’altra: vederli muovere così frenetici, dopo poco, mi dà il capogiro. Sparuti capannelli di mamme punteggiano il parco, chiacchierando pettegole. Qualcuna mi guarda: mi volto dall’altra parte. Il cielo si è fatto più scuro e l’aria più pesante, più umida: le zanzare arriveranno presto, a popolare disturbatrici l’ambiente. Mi sento poco bene. Mi siedo su una panchina.
Mara è di nuovo seduta a gambe incrociate sul prato, gioca con quello che trova per terra: una foglia, qualche sasso, una margherita. È come me, vive nel suo mondo, penso guardandola dalla panchina.
Chiudo gli occhi un attimo, mi sento stanca. Dopo poco, li riapro. Si ferma il respiro.
Di fronte a me, sullo spiazzo vuoto, è comparso un triciclo. Non c’era quando mi sono seduta. Davanti a me nessuno, l’erba tagliata bassa e la foschia grigia, che sembra schiacciarla. In mezzo, il triciclo. Statuario, sembra guardarmi. Mi fissa, cattivo. Deglutisco, sbatto gli occhi. È ancora lì. Non c’era prima.
«…E quettaaa, mamma?»
Mara si alza e, gioiosa, corre verso il triciclo. Stringo il bordo della panchina.
Mara ride, sale sul triciclo.
«…E quettaaa, mamma?»
Mara ride, guidando il triciclo. Fa un lungo giro, sullo spiazzo vuoto, poi ne fa un altro, un altro ancora, disegna circonferenze sempre più grandi, mi gira la testa, lei ride. «…E quettaaa, mamma?», e gira ancora, la testa è un vortice, e lei ride, «…e quettaaa, mamma?», una, due, tre giri sempre più larghi. La testa gira, Mara che ride, “Mara! Mara!”, scatto dalla panchina e l’afferro, la prendo per le braccia, blocco il suo giro infernale.
Mara ha il capo chino. Lo alza. Il cuore si ferma. Sulla fronte, una lunga fessura verticale spacca la fronte in due. È come un sogghigno, largo mezzo centimetro, che le divide la fronte in due. Gocciola. Una, due, tre gocce, dense e grumose, scendono dal sogghigno, le cadono sulle ciglia.

Si è fatta notte. Chiudo la porta di casa. La giornata è stata lunga. Esausta, sul tavolo della cucina, mi siedo.

I gigli hanno cominciato a fare i vermi. Hanno perso i petali, in un primo momento, e poi, col passare del tempo, si sono avvizziti, diventando sempre più secchi, aridi, fino a quando la terra umida del vaso è diventata muffa e i vermi hanno cominciato a nascere, crescere, mangiare le foglie secche, risalire lungo il gambo, entrare in casa, strisciare lungo il tavolo. L’aroma delle rose è diventata prima acre, poi pungente, sempre di più, fino a quando è risalita dalle fogne, ed è diventata nauseabonda. Le foto incorniciate al muro della cucina, all’inizio, oscillavano di poco alle folate di vento della finestra, rimasta sempre aperta, poi hanno cominciato a spostarsi, disporsi sbilenche, rivoltarsi in posizioni storte. Il vetro di alcune, cadendo a terra, si è spaccato: fratture, i segni del vetro, scomposte e taglienti.
Giro la tazza di cereali e latte tra le mani. Mara ci giocava, quella mattina, un mese prima. Rideva, e quettaa, mamma, e girava il cucchiaio, una, due, tre volte, facendo uscire i cereali dalla tazza, Mara cosa fai, non fare la scemina, e lei rideva, e i cereali finivano sul tavolo, sul pavimento, sulle mura. Sono rimasti lì: non li toccati da quella mattina. Quella mattina che Mara girava col cucchiaio nella tazza, e rideva, e io le dicevo che saremmo uscite e saremmo andate al parco, prendi il triciclo amore mio, e lei rideva, perché amava il triciclo. Prima di entrare al parco aveva preso il gelato, il gelato al limone, e strizzava gli occhi, arricciava il naso, perché faceva la scemina, diceva quetta quando poteva dire “questa”, perché diceva “strada”, ma io, a “quetta”, lei lo sapeva, non riuscivo a resistere.
Rideva, quella mattina, mentre girava col triciclo, all’ingresso del parco. Rideva, e girava, e faceva giri sempre più larghi, uno, due, tre volte, fino a quando il triciclo si allontanava dall’ingresso del parco e entrava sulla strada. Quella mattina, il tram passava, passava dalla strada della gelateria, la strada che dà sull’ingresso del parco, su cui Mara, col triciclo, girava. Quella mattina, il tram passava, e mentre Mara sul triciclo rideva, si schiantava contro il triciclo, contro Mara, e le spaccava la fronte, mentre Mara rideva.
Mi stringo in un abbraccio vuoto. E piango. Stringendo le mie braccia ossute, sento la sua assenza. Un mese è passato da quando l’ho portata al parco. Un mese è passato da quando Mara, la mia bambina, giocava con il latte, diceva quetta, quando poteva dire questa, e andavamo al parco, e lei guidava il triciclo. I gigli hanno fatto i vermi. Il latte è diventato muffa. La finestra è rimasta aperta. Oggi ho voluto riportare al parco la mia bambina, la mia Mara, che non c’è. Mara, bambina mia, facevi la scemina, e giocavi con le fate, e i folletti, perché vivevi nel tuo mondo, come me. Piango. Nel mio abbraccio vuoto, piango la mia piccola Mara, che non è più qui.
Singhiozzo, mentre mi stringo, mentre i vermi crescono nei gigli, il latte diventa muffa, e la finestra sbatte. Singhiozzo, e mentre piango la sua assenza, sento che Mara, la mia bambina, non è più qui. È dentro di me.

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