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Scrivimi qualcosa di te

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Capita, a volte, che la scrittura assuma forme familiari, capaci di sostituire, senza la minima esitazione,  il ruolo che i luoghi ricoprono naturalmente nelle nostre vite.

Capita, a volte, che la scrittura assuma forme familiari, capaci di sostituire, senza la minima esitazione,  il ruolo che i luoghi ricoprono naturalmente nelle nostre vite. Altre volte, invece, (e sono questi i casi più frequenti), crediamo di scorgere negli uomini le tracce inequivocabili della stessa nobile capacità. Il carteggio tra Hannah Arendt e Günther Anders è la prova che la fisionomia dei luoghi possa, di tanto in tanto, coesistere sia nella scrittura che nelle persone. “Scrivimi qualcosa di te” (Carocci editore) inizia con una cartolina della Arendt, inviata alla fine dell’estate del 1939, due anni dopo il divorzio da Anders: le parole occupano tutta la superficie, perchè lo spazio è esiguo, e alla fine si firma con la sola iniziale del nome, quell’unica lettera, puntata e sfacciata. Si erano conosciuti nel 1925, durante una lezione di Heidegger, con il quale Hannah ebbe una lunga e tormentata storia d’amore. Si rincontrarono nel 1929, l’anno della Grande Depressione e della crisi economica,  riconoscendosi fra tanti. Si sposarono, con l’unica certezza di essere poveri e soli, in un mondo che stava dolorosamente morendo. «Da un giorno all’altro le migliori e più antiche usanze sono cambiate», scrive Hannah il 4 agosto del 1940, soffermandosi sulla piccole azioni di una Francia sconvolta, sulle abitudini quotidiane, quelle “cose facili da capire”. Il resto, “la rapida rovina, la ricerca degli amici e tutto quello che è capitato loro” , non riesce a tradurlo in parole, proprio lei che, anni dopo, conoscerà la fama esaminando i dettagli di quello stesso orrore. Il mondo si trasformò, al punto da costringere la Arendt a fuggire e abbandonare casa, città, Paese, fino ad approdare in America, terra lontana e diversa. «La più grande preoccupazione è la lingua: Dio solo sa quando la imparerò, nonostante i corsi pomeridiani e serali. Sia che Egli esista o no, non cambierebbe le cose», scrive ad Anders, da New York il 4 giugno del 1941, firmando «Con affetto, tua H.».  Perché se a molti il matrimonio tra i due sembrò solo il simulacro di ciò che sarebbe stato tra Hannah e Heidegger se il filosofo tedesco non avesse scelto la solitudine come condizione essenziale della sua attività, i due, in realtà, non smisero mai di contare l’uno sull’altra, tantomeno dopo il divorzio. Un’unione di ideali, pensiero e stili di vita, capace di offuscare l’amore inquieto e passionale, che tanto fascino esercita, da sempre, sugli esseri umani. Günther Anders non fu solo tormentato dalla figura totalizzante di Heidegger: a ben guardare le lettere dello scrittore tedesco soffrono anche dinanzi alle parole di Hannah, che a un certo punto spezzò, seppur inconsapevolmente, il patto all’origine della loro unione, quel sentirsi lontani dal mondo, avulsi dalla società e apolidi della storia. Le circostanze cambiarono i destini: la Arendt acclamata e autorevole, e Anders diverso e pessimista. Il legame sussulta, ma non muore. Si lacera, a tratti: le lettere diventano meno, così come le occasioni di rivedersi. Un filo sottile e fragile li unisce e forse li tiene in vita. La lettera finale di questa raccolta è di Anders: sono gli ultimi giorni di un freddo novembre viennese del 1975. E anche gli ultimi giorni di vita di Hannah, che morirà nell’Upper West Side, il 4 dicembre dello stesso anno. La sensazione è di nuovo quella di un mondo che sta finendo, un microcosmo, questa volta, che fatica ad accettare i cambiamenti. Il peso della storia collettiva e personale sembra gravare su entrambi in modi diversi: Anders con la sua vita solitaria e rassegnata (nonostante i successivi matrimoni e l’autorevolezza conquistata); la Arendt colpita da un infarto. «Forse, speriamo, riusciamo a combinare un incontro per il prossimo anno», le scriverà distrattamente nell’ultima lettera, non rendendosi conto dell’impietosa esistenza del tempo oggettivo.

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