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Il mio fantasma

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Illustrazione di Agrin Amedì
Del mio fantasma – Giacomo, si chiama – io non parlo spesso in pubblico. So bene quanto possa risultare antipatico. È una questione, prima di tutto, di educazione: ognuno ha i suoi guai, come la famiglia in cui è nato, i colleghi che si ritrova, le sue nevrosi, e pure il fantasma, mica te lo scegli. Il mio non si è fatto vedere subito;

Del mio fantasma – Giacomo, si chiama – io non parlo spesso in pubblico. So bene quanto possa risultare antipatico. È una questione, prima di tutto, di educazione: ognuno ha i suoi guai, come la famiglia in cui è nato, i colleghi che si ritrova, le sue nevrosi, e pure il fantasma, mica te lo scegli. Il mio non si è fatto vedere subito; se ne è rimasto zitto e buono per quattro mesi. Mi ero perfino chiesta se per caso non ci fosse. Certo, sarebbe stato ben strano: non ho mai sentito di qualcuno la cui casa non si sia, prima o dopo, infestata. Qualche indizio salta sempre fuori: la sparizione di un cappello, il pianto di un bambino della cui esistenza non c’è altra traccia, un’inopportuna fuoriuscita di sangue dal rubinetto. Il primo indizio fu una macchia di unto a pagina 57 della mia nuova copia di La banda dei brocchi. Avevo appena cominciato a leggerlo quando mi accorsi della chiazza. Era larga e gialla. Lì per lì me la presi col libraio. Non c’erano più le librerie di una volta. Ma poi, passandoci sopra il polpastrello, mi accorsi che l’unto era ancora fresco. Il secondo indizio arrivò una mattina di qualche giorno dopo, intorno alle sette. Sentii distintamente il suono di qualcosa che cominciava a scorrere al di là della parete della camera, come se fosse stato aperto un rubinetto in bagno; poco dopo si interruppe. Il mattino dopo, alla stessa ora, accadde esattamente la stessa cosa. Andò avanti così per una settimana buona, prima che capissi. Che stupida che ero stata a non pensarci. Se io stessa al mattino – una mezz’ora più tardi, certo – mi lavavo sempre il viso, perché un fantasma non avrebbe dovuto farlo? Forse perché non possedeva un vero e proprio viso? Beh, se era solo per questo, neppure l’acqua con cui lo lavava era reale. Era l’unica spiegazione plausibile.
Scoprire che, in fin dei conti, nel mio appartamento c’era un ectoplasma, e aveva pure delle regolari abitudini igieniche, mi fece sentire sollevata. Da quando mi ero trasferita lì, nella mia prima vera casa, mi chiedevo per quale motivo non mi si manifestasse alcun tipo di presenza sinistra. Temevo che fosse colpa mia. Forse gli spiriti non gradivano il mio arredamento, non trovavano abbastanza comodo il divano in salotto o giudicavano dozzinali i miei tavolini LACK, tutti di colori diversi, presi poco tempo prima all’IKEA; ero divorata dalle insicurezze. Invece, adesso che sapevo con certezza l’ora in cui il mio fantasma si lavava, non solo mi sentivo soddisfatta, ma mi venne voglia di conoscerlo. Sono sempre stata una persona curiosa. Così pensai che fosse il caso di offrirgli un caffè; e mi domandavo se, in caso, lo preferisse amaro o zuccherato. Forse ero stata sgarbata a non averlo mai proposto fino a quel momento, e magari il mio fantasma si sarebbe palesato prima, se solo avesse ricevuto un invito formale. Mi rimproverai per le mie cattive maniere e mi promisi di rimediare.
Il mattino successivo, poco prima delle sette, posizionai sul tavolo una grande tazza piena di caffè fumante, assieme a un cucchiaino e alla mia zuccheriera delle grandi occasioni. Poi feci per allontanarmi, ma, colta da un pensiero, tornai indietro per aggiungere, accanto alla tazza, l’ultima copia del New Yorker, aperta in corrispondenza del racconto della settimana. Si trattava di un racconto di Amos Oz che mi era piaciuto molto. Quindi uscii dalla cucina, m’infilai in camera e aspettai. Poco dopo udii il suono, ormai familiare, del rubinetto fantasma, a cui seguì qualche minuto di silenzio. Restai in attesa, immobile, inquieta. In fondo, mi dissi, non sapevo come proseguisse la routine del fantasma dopo i lavaggi. Forse se ne tornava a dormire? E dove dormiva, di preciso? Improvvisamente fui preda del timore che lo facesse in camera mia, proprio quella camera in cui mi trovavo; magari, addirittura, si coricava nel mio stesso letto e io non avevo modo d’accorgermene. Ero ancora pietrificata da questa idea quando sentii, in lontananza, un fruscio di carta. Non ne ero certa, ma era, in effetti, possibile che si trattasse d’un girare di pagina. Divenni ancora più attenta nel mio ascolto e, poco dopo, mi parve di sentire un gorgoglio, come di qualcuno che bevesse, poi un suono sordo – aveva posato la tazza sul tavolo? – e, dopo qualche minuto, di nuovo il fruscio. Che fosse arrivato alla terza pagina? A questo punto, ero piena di curiosità e paura, due emozioni che, annientando ogni altro possibile sentire, si erano prese tutto il mio corpo. Aspettai ancora a lungo, ma non ci fu più alcun rumore. Infine mi alzai e mi diressi, tremante, in direzione della cucina. Aprii la porta come nascondendomi dietro di essa, timorosa, cercando di prepararmi all’idea di poter vedere qualcuno o qualcosa di inaspettato, forse spaventoso. Ma in cucina non c’era nessuno e non sembrava esserci nulla di diverso da prima. Mi focalizzai sul tavolo, e allora me ne accorsi: la tazza di caffè era stata posata sul New Yorker. Così, proprio piazzata sopra una pagina che scoprii essere quella della critica cinematografica. Ne fui un po’ indispettita: dunque aveva dato solo un’occhiata veloce al racconto, che era denso e, nella mia testa, tanto lento quanto era breve. Tuttavia, diedi una scorsa alla recensione del film della settimana – la seconda opera di Greta Gerwig – e me ne incuriosii. Mi domandai se il mio fantasma, che forse non era un lettore paziente, fosse un cinefilo: gli spiriti vanno al cinema? Continuavo a chiedermi cose di cui non mi ero mai preoccupata prima in vita mia. Quando la sollevai, notai che la tazza aveva lasciato una vistosa gora di caffè sulla mia rivista. Fui scossa da un lieve brivido di compiacimento, senza capirne compiutamente il perché.

Qualche giorno dopo, mentre camminavo verso casa dopo il lavoro, nel tardo pomeriggio, mi venne una fame tremenda e cominciai, come mi capita, a fantasticare sul cibo. Pensandoci un po’ su, decisi che avevo una gran voglia di peperoni. Come sempre, però, non ne avevo alcuna di cucinare. Meditai sulle mie possibilità: potevo fermarmi al solito locale vicino casa e mangiare lì un panino; passare dal supermercato a prendere qualcosa di precotto; ordinare qualcosa a domicilio. Era tardi, mi sentivo stanca e così optai per la terza possibilità, rammaricandomi del fatto che difficilmente avrei potuto ordinare peperoni, se non forse su di una pizza. Il mio desiderio era, invece, quello di una unta e bollente peperonata. Ma pazienza: mi rassegnai come molte altre volte ad adattarmi alla mia stessa pigrizia. Infilai la chiave nella toppa ed entrai in casa. Subito, nel corridoio, mi accorsi di un odore insolito, che veniva dalla cucina. Quando vi entrai, lo distinsi più precisamente: si trattava di soffritto. C’era, in effetti, il mio largo wok – mai usato fino a quel momento – posizionato su di un fornello acceso, a fuoco basso, e qualcosa al suo interno sfrigolava. Mi avvicinai con fare circospetto, scoprendo, nel wok, cipolle sminuzzate e due peperoncini secchi spezzati a metà. Una goccia di olio bollente schizzò in direzione del mio volto, andando a fermarsi sulla lente destra degli occhiali. Non cercai di asciugarla, invece me ne restai per un po’ ferma lì, a inebriarmi del profumo di fritto e a ricevere qualche altro schizzo d’unto sugli occhiali e sul viso. Poi, spostando lo sguardo a destra sul bancone, mi avvidi di un tagliere su cui giacevano un largo coltello e, ricoperti di gocce d’acqua, due peperoni verdi, uno giallo e uno rosso. Li aveva lavati e a me non restava che tagliarli; così lo feci, con pazienza e solerzia per me nuove, riducendoli in sottili listarelle, senza fretta alcuna. Li versai poi, con cura, nel wok e alzai il fuoco.
Mentre aspettavo che fosse pronto, apparecchiai: due tovagliette, due forchette a sinistra, due coltelli a destra, due tovaglioli, due scodelle, due bicchieri per l’acqua e due calici. I miei gesti erano spontanei, neanche dovevo pensarci, come avessi apparecchiato a quel modo ogni giorno, da tutta la vita. Certo, ero consapevole di quanto una faccenda del genere fosse grave, a livello di galateo; sapevo bene che, una signora che sa stare al suo posto non siederebbe mai a tavola con uno spirito. Tuttavia, c’era forse lì qualcuno che potesse controllarmi?
A un certo punto il mio sguardo cadde sull’angolo del tavolo, e là vidi un libro, un volume alto, di molte pagine, dal titolo, che non avevo mai sentito prima, “Una storia di amore e di tenebra”. Quando passai a leggere il nome dell’autore, ebbi un piccolo sussulto: era Amos Oz. Con la mano che mi tremava, sollevai la copertina e, in una grafia sottile, puntuta, molto precisa, lessi: «Ciao Lucia, questo è molto più bello dei racconti, fìdati. Giacomo».
So che non sta bene dirlo, e che anzi, una signora, certe cose, non le dovrebbe nemmeno pensare. Ma, ecco, in effetti… io mi fidavo.

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