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Concert Hall

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Illustrazione di Agrin Amedì
Uscendo dalla redazione Hans cerca il telefono in tasca, controlla che non ci siano chiamate o nuovi messaggi e scrive: «Cara Hannah, stasera tornerò tardi». Resta un attimo a fissare lo schermo e salva.

Uscendo dalla redazione Hans cerca il telefono in tasca, controlla che non ci siano chiamate o nuovi messaggi e scrive: «Cara Hannah, stasera tornerò tardi». Resta un attimo a fissare lo schermo e salva.  Sono le diciotto di un venerdì pomeriggio di inizio estate. Il lavoro al giornale è stato frenetico fino all’ultimo; sono molti gli eventi culturali di questa settimana. Ha il tempo di un drink nel bar sulla Quarta Strada per poi affrettarsi in direzione Calhoun Street. L’essersi sbarazzato dell’auto anni addietro gli ha permesso di conservare una buona forma fisica, nonostante l’avanzare dell’età. Giunge alla Concert Hall giusto in tempo: l’auditorium da duemila posti a sedere, vibra già delle note degli orchestrali intenti a provare. All’ingresso, Hans ricambia con garbo i saluti dei volontari, insigniti di coccarde colorate al petto, che accolgono il pubblico. Tutta la città conosce Hans Weber. Uomo di raffinata cultura, fiero della sua cadenza dell’Alta Sassonia, ha dedicato gli ultimi vent’anni alla cittadina texana dell’entroterra. È questo uno tra gli eventi musicali che non delega mai ad altri. È lì per ascoltare e valutare lo spessore tecnico dei finalisti del concorso più famoso d’America. Le più grandi scuderie pianistiche mondiali sfoggiano a ogni edizione i migliori talenti; Ucraina, Corea del Sud, Francia saranno i paesi rappresentati stasera. In qualità di caporedattore della pagina culturale, gli concedono sempre di scegliere il posto dove sedere senza l’obbligo di prenotare anzitempo. Soppesa a lungo i benefici possibili di un posto in platea ma alla fine opta per la terza fila, al secondo ordine dei palchi. Sceglie una poltrona sulla sinistra così da osservare, senza fatica, le dita del pianista e mantenere la visione d’insieme dell’orchestra. È un’occasione mondana per molti. Per lui, negli anni, è diventata la speranza di ascoltare un repertorio ben eseguito, ripulito dal gusto nazionalpopolare che le agenzie promuovono anche nella musica cosiddetta “colta”.

«Ti andrebbe di venire con me a sentire il concerto dell’accademia di Houston?» le aveva chiesto Hannah molti anni fa.
«Non ci penso proprio! Non ho alcuna voglia di fingere complimenti che non sento.»
«Ma sono dei nostri amici, Hans.»
«A maggior ragione.»

Infila gli occhiali da lettura e, aprendo il programma di sala, spera di non trovare i soliti cambi dell’ultim’ora. Primo concerto per pianoforte e orchestra di Liszt. Secondo di Prokofiev e infine Bartok. Tutto come si aspettava. Le migliori pagine per pianoforte, pensa. Le conosce talmente bene che ha deciso di non portare con sé neanche le partiture. La voce dell’auditorium invita a spegnere i cellulari e, con l’inizio dell’accordatura dell’orchestra, i colpi di tosse e le risate del pubblico cominciano a sfumare. Il primo applauso accoglie il direttore, uomo di grande esperienza con un lungo lavoro sulle orchestre giovanili. Il secondo accoglie il primo dei tre finalisti. Ventidue anni, un ragazzo biondo di Kiev, magro. Raggiunge rapidamente il gran coda al centro del palco, un saluto compito al pubblico e il silenzio. Rimangono le piccole luci sui leggii degli orchestrali e del direttore. Ancora silenzio. Il giovane pianista si concede il tempo di far scorrere lentamente le mani fino alle ginocchia, sul tessuto dei pantaloni per asciugarle dal sudore della tensione. Qualche gocciolina di sudore gli scorre ai lati della fronte. È solo davanti all’orchestra, davanti alla giuria, davanti al pubblico. Davanti ad Hans Weber. La bacchetta del direttore detta un attacco chiarissimo, pieno di slancio. Il primo concerto per pianoforte e orchestra di Franz Liszt si apre in un’introduzione orchestrale tagliente e netta. Brevi colpi di arco dei violini e delle viole anticipano il tema. Pronta è la risposta dei fiati. Due volte. Breve è il lasso di tempo concesso per entrare nel flusso della musica e arrivano veementi le ottave percussive del pianoforte. Pezzo impervio per i pianisti di ogni età, riflette Hans. Il peso sui tasti potrebbe essere maggiore, osserva. Ne apprezza tuttavia le scale, suonate con estrema pulizia. L’Adagio e l’Allegretto vivace passano senza scossoni. Hans sorpreso, non ha critiche sostanziali da muovere. “Abbastanza musicale” annota sul suo telefono. Ma ecco l’Allegro Marziale con le sue terribili ottave e i salti della mano destra. Caro il mio povero Eugene – questo è il nome del finalista- forse all’accademia te ne hanno fatte far poche. Hans sorride. Non sfugge al suo orecchio impietoso neanche un incontrollato eccesso di pedale a coprire qualche nota che, per colpa della tensione, ha perso lo smalto del primo movimento. «Non ha tenuta il ragazzo», pensa scuotendo la testa. Le anziane signore sedute ai suoi lati mostrano ancora il sorriso di ignorante compiacimento dell’inizio. Due maschere estatiche del tutto ingiustificate.
«Cosa vi rende così compiaciute?» avrebbe voluto chiedere. «La giovane età del pianista? Il fatto che voi siate a una serata di gala? Cosa, di questa messa in scena, in cui, nessuno avverte i cedimenti della forma estetica, apprezzate davvero?»
Riprende in mano il telefono. Scrive: «Cara Hannah. Il solito concerto deludente. Buone le capacità espressive del pianista, ma assai debole la tenuta».
Salva.
Ripone il telefono.
Hans ascolta distrattamente le ultime battute ormai prive di interesse per lui. Recupera il messaggio di prima: «Il piccolo pianista venuto da lontano, dovrà accontentarsi di essere secondo o terzo. Primo degli ultimi insomma». Non attende l’applauso né sente l’imbarazzo di far alzare la sua vicina ancora presa dall’ipnosi dell’esecuzione. È una serata calda di giugno e non ha voglia di restare ad ascoltare gli altri finalisti.
Riprende il telefono. Lo ripone.
Si avvia lungo i viali alberati del parco. Il tepore lo fa sentire meno solo. Anche gli scoiattoli si attardano beati nelle loro accelerazioni da un albero all’altro.

«Cosa ti piace davvero di me?» amava chiedergli Hannah.
«Il tuo nome. Sai che adoro i palindromi», rispondeva scherzosamente. «E poi ti chiami come la seconda moglie di Bach.»

È trascorso un lungo tempo da quei giorni. L’ultima volta in cui si videro erano a casa di Hans. Lei piangeva, lo implorava di aprire uno spiraglio nella sua anima serrata. Lo amava e lo avrebbe amato per molti anni ancora.
«Adoravi la musica e a lei hai preferito un lavoro nella pagina culturale.» Gli parlava come una bambina che vedeva spegnere il suo sogno. Stette un po’ in silenzio.
«Amavi me e ora mi allontani come un ospite indesiderato» diceva singhiozzando.

Nell’intersezione dei viali tra le case di legno, Hans ne imbocca uno che è certo di non conoscere. Cammina sperando che la violenza dei ricordi prima o poi possa attenuarsi per la stanchezza. È uno specchio spietato quello che ha incontrato davanti a sé stasera. Vi scorge un vigliacco che ha fatto dell’estetismo e della solitudine il suo loggione dorato. Non c’è stato posto per Hannah. Non c’è stato posto neanche per la musica. È divenuto un assetato di perfezione. Un mendicante dell’esecuzione perfetta: quella che non avrebbe mai potuto realizzare lui.
Cammina a lungo.
Il silenzio della notte lo avvolge e comincia a placare lo spasimo dei pensieri. Decide di sedersi a un tavolo fuori da un negozio aperto tutta la notte; non avrebbe avuto modo di tornare a casa a quell’ora.

L’indomani lo sveglia il vociare di mamme e bambini. Impiega qualche istante prima di realizzare dove si trovi. Prova a sistemarsi un po’ i capelli, si sfrega il viso. È un caldo e festante sabato mattina americano. Alcuni bambini hanno allestito dei mercatini davanti alle proprie abitazioni. Hans acquista due muffin e una spremuta, paga la fatina con le stelle tra i capelli e si sofferma davanti a una piccola esposizione allestita sulle scale di una casa, poco più avanti. Un bambino biondo, di non più di sei anni, prepara con estrema precisione il suo banco di lavoro. Ci sono libri del tipo Beyer. Scuola preparatoria del pianoforte, e ancora Czerny. Il primo maestro di pianoforte.
«Perché li vendi?»
«Perché sono diventato grande. Adesso suono Bach.»
Hans sorride.
«Se ti va, te lo posso suonare.»
«Ne sarei onorato.»
Il bambino lascia il suo banchetto, gli prende l’indice e lo conduce nel salotto di casa. Si arrampica sul sedile del pianoforte. Si asciuga le mani sui pantaloncini e guarda in basso per concentrarsi. Hans nel frattempo solleva in silenzio una sedia, cerca l’angolo migliore e si accomoda senza dire una parola. Quelle dita piccole e incerte iniziano la loro prima esecuzione pubblica dei Quaderni di Anna Magdalena di Bach.
Hans, dopo anni, sente finalmente che l’emozione gli vela lo sguardo. Recupera lentamente il telefono dalla tasca e scrive: «Hannah perdonami, se puoi».
Invio.

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