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Vita da principessa

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Illustrazione di Agrin Amedì
«Cosa ne penso io delle fiabe? Tutte cazzate. Credono ancora che ci siano bambine sceme disposte ad aspettare per tutta la vita che il principe azzurro le salvi? Ragazze – se già non lo avete capito – è il caso che vi salviate da sole!»

«Cosa ne penso io delle fiabe? Tutte cazzate. Credono ancora che ci siano bambine sceme disposte ad aspettare per tutta la vita che il principe azzurro le salvi? Ragazze – se già non lo avete capito – è il caso che vi salviate da sole!»
Quella voce lontana dalle mie orecchie, ma stranamente familiare, mi bloccò. Chi aveva parlato?
Mi cadde il pennello sopra la tavolozza degli acquarelli schizzando colore dappertutto. Mi ero concentrato molto per fare i dettagli e i lineamenti di quella principessa dipinta sul foglio, della stessa principessa che adesso mi stava fissando. Ricordo che nel disegnarla avevo provato un intimo sentimento di godimento misto a tanta dolcezza, e che più volte mi ero domandato cosa avesse pensato la principessa riguardo alla sua storia nei lunghi momenti in cui il suo sguardo si perdeva fuori dalla finestra. E forse, chissà, con quella strana frase sentita pochi minuti prima mi aveva risposto?
Ma più che il fatto che un’immagine avesse preso forma e mi avesse parlato, mi sconvolse quel giorno quello che il disegno ebbe l’ardire di dirmi e l’arroganza con cui lo fece, parlando prima forse a un interlocutore generico, ma poi proprio a me:
«Perché non hai mai chiesto a me cosa volevo che tu disegnassi. Hai disegnato tutta la vita senza chiedermi il permesso né il parere. Sì, dico a te» disse guardando il mio volto ancora incredulo «che con quella faccia da ebete adesso mi fissi!».
Parlando, il suo sguardo angelico che con gran fatica gli avevo creato era mutato facendo nascere una ruga netta e sgraziata in mezzo alla fronte. Non avevo mai pensato al mio personaggio arrabbiato, e quella volgarità con cui si esprimeva, sembrava quasi forzata nella sua perfetta bocca rosa.
«Quello che ho sempre voluto» disse senza troppi rigiri di parole «è essere normale! Smettere di recitare un ruolo di donna irreale e mostrarmi come modello vero per la vita delle giovani ragazze».
A questo punto, dentro di me, mi misi a sogghignare. Pensai: «Tu? Modello di vita? Ma fammi il piacere! Sei solo un disegno, non hai mai vissuto se non in un mondo incantato e di carta, che ne vuoi sapere tu della vita vera?».
Ma quel mio pensiero, celato sotto uno sguardo inespressivo che per anni avevo esercitato e perfezionato davanti alle furie di mia moglie, sembrò non funzionare con lei.
«Solo perché mi hai disegnata tu non vuol dire che io non possa avere una mia opinione. Anche se sono di carta, non sono mica scema!»
Io allora balbettai qualcosa per rimediare, consapevole del fatto che sapesse leggermi nel pensiero. Probabilmente tutte quelle ore passate assieme avevano creato una sorta di legame profondo tra di noi. Ma, nonostante quell’intimità, io non riuscivo ancora a capirla. Perché aveva sentito l’esigenza di parlarmi? E poi, con tutta quella rabbia! In fin dei conti le avevo disegnato una bella casa, molto confortevole, doveva solo aspettare che presto sarebbe arrivato il principe – che le dovevo ancora disegnare – e sarebbero vissuti per sempre felici e contenti. Che aveva da lamentarsi? Io avrei subito cambiato molto volentieri la mia vita con la sua. Divorziato, appena reduce dal secondo matrimonio fallito, molti figli e un sacco di debiti. Io avrei voluto vivere nella sua casetta senza mutui, lontano da tutti e aspettando il finale perfetto.
«E allora perché non ci vieni tu?» disse sfrontata la principessa. A queste parole ebbi proprio la certezza che potesse ascoltare ogni mio pensiero.
«Facciamo il cambio quando vuoi!» dissi con un sogghigno nel volto. Ma subito dopo aver detto queste parole, nemmeno pensate con troppa attenzione, mi ritrovai nella casa dalla principessa, che come voleva la tradizione si trovava nell’ultima stanza di una torre altissima.
«Cazzo» urlai «sono vestito da donna!». Mi sbalordii subito che la cosa che più mi avesse sorpreso fosse stata quella. Dopotutto ero appena finito in un mondo fantastico, disegnato da me, e che per moltissimo tempo era esistito solo sopra la mia scrivania.
«Non respiro qua dentro!» dissi cercando di allentarmi il corpetto che con tanta maestria avevo disegnato molto stretto per valorizzare le forme della principessa. Il vestito era bellissimo, certo, lo avevo creato io! Ma non era molto adatto a me, era scomodo e: «Quanto prude!» aggiunsi, iniziandomi a grattare in maniera spasmodica. E mentre ero lì che cercavo di grattarmi e allentarmi un po’ quel coso per liberarmi – sforzo del tutto inutile – inciampai e imprecai nei confronti della principessa e di quel bellissimo strascico turchese che mi aveva fatto cadere a terra.
«Adesso te la rifai con me?» sentii dire dalla principessa. Alzando la testa la vidi seduta proprio dove un attimo prima mi trovavo io. Era raggiante, come sempre, anche con la mia maglietta sdrucita dei ‘Linkin Park’. Era comunque bella. Anche se adesso la sua bellezza era meno definita, meno perfetta, e guardandola per bene aveva probabilmente qualche centimetro di cellulite e qualche capello bianco che io mai le avrei disegnato, ma risultava ai miei occhi più vera e forse anche più bella. La principessa non faceva che guardarsi intorno. Pure i miei vestiti puzzolenti sembravano piacerle, perché al vederseli addosso aveva sorriso. Era in piedi, contenta. Aveva fatto un cenno con la mano e, aperta la porta, mi aveva lasciato solo, dirigendosi all’esplorazione della casa.
Anche io feci per andare verso la mia porta, ma inutilmente. Mi ricordai, infatti, che in qualche foglio precedente, sparpagliato chissà dove per la stanza, avevo disegnato quella porta mentre veniva chiusa con una pesante chiave che avevo fatto gettare da un terribile orco verde acido nelle acque più profonde dell’oceano. Provai allora a buttarla giù. Io, dopotutto, ero più forte della principessa, ma la porta che avevo disegnato doveva essere di legno massello, talmente spessa che né si mosse né si incrinò. Così, affranto, mi misi a sedere in una bellissima sedia imbottita di velluto e dai meravigliosi intarsi. Finché, passato un po’ di tempo:
«Che palle!» esclamai. La vista dalla finestra era meravigliosa, molto diversa da quella puzzolente della mia città, ma in quella casa mancava una televisione, una xbox, un po’ di musica. «Cazzo che palle!» esclamai ancora più forte. E poi, ancora, silenzio.
Dopo quello che a me sembrò un tempo infinito, la vidi ritornare. Non aveva però più la mia maglietta in dosso. Probabilmente, passata la gioia iniziale, aveva sentito il vero odore che quella maglietta emanava. Vidi che ne indossava un’altra, che la mia seconda moglie, prima di uscire di casa con molte valigie e la metà dei figli che mi era rimasta, aveva lasciata ripiegata dentro un armadio, assieme a un vecchio maglione che non gli avevo mai visto indosso. Nonostante mi trovassi in un altro mondo, diviso da un irreale foglio di carta, potevo sentire l’odore di mia moglie provenire dalla sua maglietta. O chissà, forse me lo immaginavo.
«Già di ritorno?» gli dissi con sarcasmo, immaginando che avesse notato la desolazione e lo squallore del mio appartamento rispetto al lusso del suo.
«E il principe per caso oggi è passato?» mi rispose con la solita pungente ironia con cui le avevo parlato. E così mi salutò, pronta a conquistare il mondo. Sentii la porta di casa chiudersi e dopo ancora il silenzio.
Non so quanti giorni o anni passarono, ma io mi ritrovai a capire un po’ meglio la principessa. Del principe azzurro non è che me ne fregasse poi molto; l’idea di un lieto fine con lui non era così entusiasmante! «Forse una bella principessa guerriera pronta a salvarmi?» mi dicevo con aria sospirante. Ma visti i miei fallimenti matrimoniali non credevo molto in un lieto fine.
Passavo comunque le mie giornate a guardare fuori dalla finestra, aspettando che qualcuno, chiunque, venisse ad aprirmi la porta. Il piano che avevo escogitato era il seguente: appena avessi visto dalla finestra venire qualcuno mi sarei nascosto dietro la porta, e una volta che questo – o questa – fosse entrato, sarei corso via silenziosamente.
Ma i giorni sembravano non passare mai, e non si vedeva nessuno per tutta la vallata.
Un giorno, sentii però del frastuono provenire fuori dal foglio, alzai la testa e vidi passare la mia principessa. Il suo bel visino mi appariva molto più vecchio. Non so se a ridurla così fossero stati gli anni o la troppa stanchezza, ma era quasi irriconoscibile.
«Allora?» gli dissi beffardo «Ti è piaciuto il mondo? Ti sei realizzata? Sei diventata quell’icona che tanto volevi essere per le giovani donne? Sei felice?»
Ma lei non sembrava avesse voglia di battibeccare con me come al solito. Si lasciò cadere nella sedia pieghevole di plastica bianca davanti alla scrivania e pianse. Quell’immagine mi commosse molto, e mi addolcì la rabbia e la frustrazione che avevo in cuore.
«Non sembra che esista un mondo per me» disse con molta tristezza. Io la guardai e per la prima volta capii veramente a cosa si stesse riferendo. Anche io mi sedetti sulla bella sedia di velluto rosso, che con tanta minuzia avevo disegnato e, raggomitolato in me stesso, bofonchiai: «Nemmeno per me». E ce ne rimanemmo lì in silenzio per tutta la notte finché tra i singhiozzi vidi la principessa addormentarsi e, guardandola con la stessa dolcezza con cui la osservavo quando la creavo, mi addormentai.
La mattina molto presto venni svegliato da un forte trambusto. Vidi la principessa intenta a uno strano lavoro. Agitava qua e là i pennelli come una pazza. Forse voleva disegnare, anche se non sembrava che ne avesse troppe capacità. Ma era così attenta nella sua attività che non volevo disturbarla. Spesso alzava gli occhi come folgorata da un’idea, e tirava fuori la lingua, mordicchiandosela un poco con l’intento di creare qualcosa di perfetto. Solo alla fine, alzando il suo foglio, mi mostrò il suo capolavoro.
Quello che vidi non era ciò che mi ero immaginato. Il foglio era infatti quasi completamente bianco; solo al centro la principessa aveva disegnato qualcosa. Mi avvicinai un poco e osservai che, anche se in modo elementare, aveva riprodotto tutti i miei strumenti da lavoro. Lapis, squadre, gomme, acquarelli, matite, gessetti, tempere… C’era proprio tutto!
Io la guardai confuso mettere il suo disegno vicino al foglio che abitavo io.
«So che puoi farlo» mi disse con un sorriso, come aspettandosi da me qualcosa. Io ero bloccato in quella stanza. La porta era chiusa, la finestra troppo alta. La mia sola via di fuga era aspettare che forse, un giorno, qualcuno fosse venuto a prendermi. Cosa altro potevo fare? Rimasi in silenzio finché, come la principessa, alzai gli occhi al cielo folgorato da un’idea. La guardai e in un attimo ci capimmo. Ed entrambi prendemmo la rincorsa e arrivati davanti alla finestra saltammo, desiderando di poter stare insieme nel foglio che lei aveva disegnato.

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