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Per sempre

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Illustrazione di Agrin Amedì
Scende la sera e pian piano ricopre lo strato di umidità che pervade l’aria intorno. La giornata è stata afosa ma ora il fresco si posa su tutte le cose e pare donare un po’ di sollievo. Questa è l’ora in cui prendo a vagare ramingo, me ne vado in giro ed entro nelle case, senza chiedere il permesso.

Scende la sera e pian piano ricopre lo strato di umidità che pervade l’aria intorno. La giornata è stata afosa ma ora il fresco si posa su tutte le cose e pare donare un po’ di sollievo. Questa è l’ora in cui prendo a vagare ramingo, me ne vado in giro ed entro nelle case, senza chiedere il permesso. Nessuno mi vede, questo è il mio lasciapassare. I primi tempi mi divertivo così, potendo stare a osservare indisturbato. Poi le cose son cambiate perché mi sono deciso ad andare a trovarle.
Eccomi qui fuori, il giardino è invaso dalle rose che esalano tutto il loro profumo persistente. I colori variano dal giallo all’arancio, dal rosso al rosa e i petali sono tutti imbevuti d’acqua. Lei deve averle appena annaffiate. Ricordo quando la sera mi chiedeva di occuparmi delle sue rose e quanto mi pesava. Ero stanco e trovavo quel gesto una sorta di punizione a cui dovevo sottostare per evitare di sentire le sue lamentele. Rientravo e non volevo far altro che rintanarmi in camera e accendere lo schermo, non pensare a niente. Scorrere le immagini senza nemmeno farvi caso, questo volevo allora, solo questo.
Il giardino è ora immerso nel silenzio, mi aggiro per il prato ricoperto d’erba fresca e odorosa. I miei passi affondano tra i fili ma non lasciano orma alcuna. Mi avvicino alla vetrata e guardo. Poggio entrambe le mani sul vetro dove i miei palmi non sporcheranno, possono addirittura passarvi attraverso, povero privilegio del mio stato del quale di tanto in tanto mi dimentico, ma poi l’impatto con gli oggetti me ne fa ricordare, e lì il dolore è acuto.
È accaduto un anno fa, lo stesso giorno di oggi. Finora ho dimenticato i particolari di quella mattina ma finché non me ne rammento nelle carni, la nostra legge dice che non posso vedere chi ho lasciato. Così mi sono deciso.
Ho in un interminabile istante rivissuto l’accaduto e la sua casualità. Ho risentito sul corpo tutto il peso delle ruote e l’impatto dell’urto mi ha invaso il petto. È durato poco ma il dolore fisico è stato grande. Ricordo che prima di quel momento avevo guardato fuori dal finestrino dell’auto e avevo visto passare una donna con il suo bambino. Avevo provato tenerezza e all’improvviso avevo deciso di rientrare prima quella sera. Le mie donne mi attendevano e non potevo tardare, non più.
Poi, l’impatto. E il silenzio. Interminabile.
Ed eccomi qui a guardare attraverso i vetri della sala di casa. Loro stanno riposando. Non immaginano minimamente la mia presenza, impalpabile. La luce della lampada gialla accarezza l’interno.
Lei è sulla sua poltrona preferita. Se l’era comprata senza il mio assenso. Ero contrario all’acquisto, non ne avevamo bisogno, c’era il divano. Lei, al solito, non se n’era curata e l’aveva acquistata ugualmente. Da quel momento le nostre serate si svolgevano con lei in poltrona e io sul divano. Se tentavo di prendere il suo posto, lei arrivava e mi faceva alzare. Ridevamo sempre di questo. Gli ultimi mesi della sua gravidanza l’ha passata su quella poltrona a guardare film e a leggere libri, in attesa del mio rientro dal lavoro. Mi metteva le braccia al collo e puntava il suo sguardo nel mio, senza parole mi diceva che dovevo rallentare e stare con lei. Prima che rimanesse incinta le avevo detto, convinto, che lo avrei fatto ma poi non avevo mantenuto la promessa. Lavorare mi pareva la cosa più importante che potessi fare per loro e per la nuova vita che ci attendeva. Ho perduto istanti minuti, ore, tempo prezioso per rincorrere niente.
La piccola è in terra, gioca con dei pupazzetti colorati. Un pomeriggio eravamo entrati a comprarne alcuni, li aveva visti e aveva sorriso come solo lei sapeva fare. Quando sorride le si apre il mondo nel viso e l’infinito si spiega in una danza senza tempo. Ora ne ha in mano uno, apre la bocca e credo stia pronunciando delle parole. Ancora non parlava mentre c’ero anch’io accanto a loro, o meglio diceva ‘mamma’ e nominava tutto in questo modo. Anch’io ero mamma. Mamma, sempre e ovunque, per tutte le cose. Non soffrivo di questo, anzi, ero felice che quella fosse la prima parola che lei pronunciava e per il modo con cui se ne colmava. Forse sapevo che un giorno sarebbero rimaste da sole, o per lo meno non con me. Ecco che si alza, si avvicina al vetro e indirizza i suoi begli occhi scuri all’altezza delle mie braccia. Ha imparato a camminare, senza di me. E io senza di lei.
Mette la sua piccola mano sulla vetrata, avvicina la bocca e dà un bacio. Quanto vorrei riceverlo sulle guance, sulla mia pelle quel piccolo bacio. Poso la mano sul vetro e le accarezzo la fronte.
Vorrei stringerla a me e sapere di poter tornare tutte le volte che me lo chiederà più avanti. Mi sorride ancora, si volta e poi si gira ancora. Mi volto anch’io e vedo dietro di me un gabbiano. È venuto in giardino e sta sostando sul prato. Ora mi sento guardato attraverso, lo sguardo della piccola passa all’interno delle mie fibre e mi fa vibrare. Solo un’anima pulita può questo, e lei riusciva a farlo anche quando ero ancora con loro. Tutte le volte mi faceva sentire forte, eterno.
Adesso lei si allontana e raggiunge le altre braccia che si aprono e la accolgono. Entrambe restano così, l’una nell’altra, in un tempo in cui vorrei annegare. All’improvviso un battito d’ali sposta l’aria rarefatta e apre un varco nella notte. Inizio a percorrerlo, è ora. M’incammino lentamente, senza pause, senza voltarmi, mentre il vento accarezza per sempre le stelle.

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