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Io sono una persona per bene

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Illustrazione di Agrin Amedì
Elegante, sì ecco, è così che la voglio, la mia ultima festa d’addio. D’altra parte, l’eleganza è la mia cifra, quella che mi ha sempre contraddistinto nella vita. Dovrà svolgersi al tramonto, certo, nel momento esatto in cui il giorno lascia il posto alla notte.

Elegante, sì ecco, è così che la voglio, la mia ultima festa d’addio.
D’altra parte, l’eleganza è la mia cifra, quella che mi ha sempre contraddistinto nella vita.
Dovrà svolgersi al tramonto, certo, nel momento esatto in cui il giorno lascia il posto alla notte.
Devo ricordarmi di scriverlo negli inviti, così gli uomini dovranno per forza vestirsi di scuro, ma non di nero, però, ché quello si riserva alla sera; di blu, oppure di grigio scuro e con le scarpe di nappa con i lacci,  mica le derby, quelle impunturate  che piacciono tanto ai parvenu. Le signore spargeranno scie profumate, avvolte in vestiti di colori decisi, rosso, blu, verde. Vietati i pastelli, però, nessun giallino pulcino, verdino oltremare, rosellino confetto, consentiti solo di mattina. E niente essenze speziate, quelle che ricordano tanto l’odore di fiori marciti, di pelo di cane bagnato, di spaghetti col curry. Vietati anche l’odor di violetta, di gelsomino del Madagascar, di lavanda, buoni solo per tenere lontane le tarme. Anzi, lo specificherò: niente profumi. Però l’abituccio sì, da cocktail, vista l’ora, ma assolutamente con l’orlo oltre il ginocchio e con le maniche lunghe, ché mica voglio vedere fisarmoniche di pelle o sciabordii di vele spiegazzate quando muovono le braccia!
E poi, la location, grande, imponente, ci sarà tanta gente!, anzi, faranno la fila fuori per entrare, in fin dei conti io sono una persona importante, mica uno qualunque, con tutto il rispetto, e poi sono una persona… per bene. Sì, ecco, questo devo scriverlo a quella rompicoglioni ce l’ho solo io di Elena, quella mia dirigente che governava l’area delle risorse umane, quando le chiederò di occuparsi della regia dell’evento, della mia definitiva uscita di scena. Tutto sommato… è l’aspetto che mi rispecchia meglio di qualsiasi altro.
Ancora mi ricordo quando, per la prima volta, l’ho annunciato pubblicamente. Ero appena stato nominato Presidente, mica una carica qualsiasi, e presentandomi avevo detto alla platea «Non vi dirò cosa farò,  ma vi dirò chi sono: innanzitutto, sono una persona per bene,  ho fatto la gavetta come voi, mi sono fatto da solo come voi…» e bla bla bla un’altra manciata di storielle che suonavano finte persino alle mie orecchie.
Che spettacolo le loro facce anelanti!, sembravano tanti uccelletti appena nati, col becco aperto in attesa che la madre ficcasse loro in gola il cibo digerito. Proprio non se l’aspettavano un discorso così quei sempliciotti di dirigenti. Se lo sono bevuto tutto d’un fiato come un sorso di birra rossa ghiacciata dopo una giornata trascorsa al sole. Ancora mi sorprendo nel vedere quanto sia facile intortare le persone!  Per loro fortuna, però, io sono un brav’uomo. Mica come quelli che appena arrivano licenziano la gente. Certo, dopo qualche tempo…  cosa dovevo fare?… intorno a me vedevo tante facce mature, con le rughe, bocche sottili contornate di tante piccole crepe, immagini… poco rappresentative, insomma. E allora un richiamo prima, un provvedimento disciplinare dopo, tanto se cerchi bene qualche scheletrino nell’armadio lo trovi, ce l’hanno tutti. In fin dei conti, gli ho fatto un favore mettendo al loro posto i dipendenti più giovani. Avrei potuto licenziarli! Mica è colpa mia se la maggior parte erano femmine, magre, carine e con l’occhio compiacente. Io, in fin dei conti, sono sempre stato al mio posto, povera vittima di occhiate languide e sorrisetti lascivi. Io non ne ho mai approfittato, no no. Sono un galantuomo io.
Quando sono arrivato ho portato solo una donna con me, una brunetta con gli occhi lucidi e neri che profumava di biscotti appena sfornati ma aveva la pelle che sapeva di sale. Magra e ben fatta, lavorava come assistente nella Commissione internazionale di cui facevo parte prima di diventare così importante. Io ero un uomo sposato all’epoca, che ci potevo fare se giorno dopo giorno, con i suoi occhi imploranti, il seno prorompente… È rimasta incinta ed è arrivata la mia terza figlia. Già, perché io di figli ne avevo già due. Vivevano in Canada, con mia moglie, perché mica potevo farli tornare in Italia con me, dovevano rimanere lì, studiare, vedere i loro amici, e poi io avevo da fare, non potevo seguirli come meritavano. Quando mia moglie si è ammalata di cancro, però, il giorno dell’intervento sono corso in Canada per tenergli la mano, poi… mica è colpa mia se sono dovuto tornare subito indietro! Che potevo fare, non le ho mai detto che avevo un’altra famiglia, tanto non lo poteva venire a sapere, stava oltreoceano lei.
Ora, devo pensare alla location per il mio evento, deve essere maestosa ed evocativa,  mica una sala qualsiasi, come fanno tutti, no no, deve essere… indimenticabile. Già, ma come addobbarla? Ci penserà Elena. Sì sì, proprio Elena.
Ancora mi ricordo il nostro primo appuntamento, il suo odore particolare, un misto di caffè e pepe che fiutavo a distanza, prima ancora del suo arrivo e mi provocava un delizioso pizzicorino declive. Eccitante, sì ecco, è così che lo definirei.
Ero appena stato nominato Presidente e avevo deciso di incontrare uno a uno tutti i dirigenti, così avrei capito subito, masticandone un po’ di animo umano, di che pasta fossero fatti. Già, perché di altre materie me ne intendevo poco ma sulle persone avevo una grande esperienza. Avevo provato a impressionarla usando un tono di voce simile al suono del contrabbasso, profondo, ruvido e confidenziale a sottintendere che solo lei era l’eletta. «Per prima cosa» le dissi «devi sapere che… sono una brava persona, un uomo per bene». Poi feci una pausa, aspettandomi una reazione, ma lei si limitò a guardami dritto negli occhi  senza dire nulla. «Tu sei il mio capo delle risorse umane» proseguii con voce roca «e devi sapere di chi porti la voce». Niente, nessun movimento nei suoi occhi grigi, nessun fremito nelle sue narici, nessun cenno di sorriso. Il suo viso imperturbabile mi indispettì, non avevo fatto colpo.
Lei era brava. Mi fece diventare un re nella struttura. Sì, che quando ero arrivato mi sopportavano poco per le mie scarse competenze in materia, ma mica era colpa mia se avevo amici potenti, e poi, io avevo il piglio del vincente, loro no, erano solo piccoli lavoratori solerti. Alla maggior parte, i più giovani, prestanti e… disponibili, conservai il posto di lavoro; ai cinquantenni, proprio perché sono una gran brava persona, diedi l’opportunità di riposarsi un po’, retrocedendoli a ruoli di minori responsabilità. Poverini, in fin dei conti avevano dato tanto!
Elena devo dire che mi stupì, e non è facile, perché in sei mesi riuscì a capovolgere il sentimento di ostilità che serpeggiava nei miei confronti. Peccato che era così impermeabile alle mie occhiate, sì perché aveva un gran bel culo, alto e rotondo, e quando si girava non perdevo occasione per gettare un’occhiatina. Facendomi notare, per carità, perché essendo una persona per bene non volevo fare nulla di nascosto. E poi, così le davo modo di esprimere il suo interesse, invece… niente.
Non riuscii a scalfirla neanche quando decisi di toglierle gran parte delle sue funzioni e di darle ai suoi giovani collaboratori, soprattutto a quelli meno capaci, quelli che avevano i voti peggiori nelle schede annuali di valutazione. Che spasso! Tra loro c’era una ragazzotta con gli occhi inquieti e le gambe a colonna, punteggiate di buccia d’arancia fino alle caviglie. Era bastato darle un’occhiata per fargliele aprire, quando le ricapitava uno come me!
Ma l’eccitazione maggiore l’ebbi mentre pregustavo il momento in cui avrei detto  a Elena che da generale  era diventata  fante.
L’avevo messa in ginocchio pensai, mi implorerà, inutilmente, di non farle questo. Decisi di non dirglielo a voce ma di scriverglielo.  Ricordo ancora quando, come avevo previsto, dopo aver letto la mia comunicazione lei mi chiese un appuntamento. «Volevo sapere quale significato devo attribuire alla tua email» mi disse, restando in piedi davanti alla mia scrivania. «Esattamente quello che c’è scritto» le risposi io fregandomi le mani – e non solo – sotto il tavolo, sperando di scorgere un ombra di disappunto o di paura o di ansia nei suoi occhi o nella sua postura. Ma lei con un mezzo sorriso, e senza alcun tipo di emozione, mi disse lentamente: «Sia fatta la tua volontà». E quello che cresceva nei miei pantaloni si sgonfiò di colpo quando uscendo, mentre le guardavo il culo, aggiunse: «Rilassati, non contorcerti a quel modo, tanto non serve, fa male alle articolazioni, delle mani intendo».
Sì, devo chiamare proprio lei per addobbare la sala, ogni volta che ha organizzato un evento ho ricevuto solo lettere di encomio, ma mica da quei quattro ministrini, no no, dalle alte cariche dello Stato, d’altra parte una persona della mia caratura…
Devo ingaggiarla, di certo non mi dirà di no. Mica è colpa mia se poco dopo il nostro colloquio non gli rinnovai il contratto. Che sono una gran brava persona, lo avrà capito senz’altro. Dalle alte sfere mi avevano chiesto un posto per qualche loro amico e io, nel miglior spirito di collaborazione, ho messo a disposizione il suo, così mi sono assicurato il rinnovo del mio, d’altra parte il mondo non poteva privarsi della mia guida illuminata, chiunque lo avrebbe capito, figurati lei. Poi, se gli hanno dimezzato lo stipendio e ha dovuto vendere la casa perché non poteva più pagare il mutuo, che colpa ne ho io. Anche un mentecatto capirebbe che sono cose che accadono. E poi, se non mi ha denunciato per mobbing, molestie, demansionamento e bla bla bla vuol dire che mi stima, mi ammira e magari… mi ama.
Perfetto dunque. Tutto deciso, mi stupisco ancora della mia visione, della mia capacità di guardare lontano.
Ora, devo solo decidere cosa sarà di me, dopo. Poi, penserò alla lista degli invitati.
Direi che l’ultimo viaggio dei miei resti materiali debba finire in mare ma non, come fanno tutti, in un mare qualsiasi, a pochi metri dalla riva, su una barchetta  da pochi soldi. No di certo. Innanzitutto, dovrà svolgersi in una giornata senza vento. Ci mancherebbe giusto che finissi spiaccicato sulla pelle di qualche grassona sudata,  con un nauseabondo olezzo di olio di cocco o, peggio, nei polmoni di qualche vecchio bagnante catarroso, o sulla sabbia dove poi farà la pipì un cane o qualche pargoletto piagnone. Io, che sono una persona elegante; io, che mai ho fatto colazione in pigiama, mai ho viaggiato in seconda classe e  mai sono passato sotto una scala a chiocciola perché va contro il mio karma.
No no, scriverò che dovrò viaggiare su un motoscafo d’alto bordo, in una giornata di calma piatta per fare il mio ultimo bagno in acque profonde. Profonde come la mia mente, la mia reputazione e la mia immensa bontà. Certo, se non fossi stato un uomo dabbene avrei meno persone da invitare. Già me l’immagino la location piena di fiori profumati pronta ad accogliermi…  ma…  quali fiori? Belli, senz’altro, ma mica le rose, no no!, quelle le lascio alle persone comuni, e neanche i fiori di campo per carità, quelli vanno bene per chi non ha una lira e fa finta di essere alternativo, ma allora… i gigli! No no, sono simbolo di purezza mi pare, non voglio esagerare, sono un  uomo onesto ma… puro… mica ho raggiunto il Nirvana, ancora.
Trovato. Voglio ninfee e orchidee bianche dappertutto, posate su rami di felce. E sopra di me, fiori di loto che ogni invitato dovrà donarmi pronunciando l’Om. E io, rasato di fresco,  avvolto in un abito di seta blu Armani privè me la riderò sotto i baffi di questi inetti leccaculo che onoreranno compunti le mie volontà pur di sedere negli stessi banchi dei potenti di turno.
Già  me lo immagino monsignor Bracci a scandire l’Om, seguito da quella brava donna della presidente della Camera con cui condivideva progetti non sempre onorevoli.
E i miei figli vecchi e nuovi a guardarsi in cagnesco con la lacrima in tasca e il pensiero alla seduta dal notaio.
E le mie mogli, chiamiamole così, finalmente si conosceranno. E mentre l’una mi maledirà di nascosto, pensando agli anni in cui per mantenermi agli studi lavorava giorno e notte sacrificando la sua di carriera, l’altra mi rinnegherà pensando alla vita facile che non potrà più avere. Ma tutte e due, però, dovranno ancora una volta inginocchiarsi davanti a me e poco importa se, urlando l’Om, tremeranno per la paura di non ricevere alcun appannaggio e mostrare al mondo la loro mediocrità, nascosta per anni sotto abiti firmati. Che stronzette, bastarde. Quando hanno capito che stavo per accomiatarmi da questo mondo si sono precipitate a togliere i soldi  dalla banca per metterli al sicuro e non doverli dividere con nessuno, neanche con me per il mio ultimo viaggio terreno. Poveri piccoli graziosi cervellini, dovevano immaginare che nella mia maestosa lungimiranza lo avrei previsto. Se non fossi stato una persona per bene non gli avrei lasciato neanche quei trecento immeritati euro sul conto. By by borse Vuitton edizione limitata, addio creme de La Mer, ciao ciao sedute settimanali dal chirurgo estetico. La pacchia è  finita, quelle belle manine morbide e bianche dovranno lavorare. Che soddisfazione! E siccome il lavoro dovranno cercarlo da quei quattro… no no, quarantadue potenti che qualche favorino me lo devono, dovranno mostrarsi addolorate, affrante e, chissà, farsi consolare, poco importa se in piedi o sdraiate.
Che divertimento raffinato, fermo, immobile e con il destino di tanti ancora in mano. Non vedo l’ora.

Ormai manca poco. È comparso il cerusico col prete che voleva spalmarmi in fronte una sorta di olio dall’odore indefinito. Estrema unzione hanno farfugliato con due facce da menagrami. Mi è bastato uno sguardo per rispedirli al mittente. Con un clic mando a Elena le mie ultime disposizioni e la lista per gli inviti. Tutto è scritto ormai. Alle porte d’ingresso dovranno esserci due buttafuori e lei, Elena, a fare gli onori di casa.

È il gran giorno, ho superato me stesso, nemmeno una piccola smorfia, un cenno di sofferenza nella mia dipartita da questo mondo, un’imperfezione nella mia immutabilità ormai eterna. Tutto sta andando come volevo. L’arrivo trionfale su una Rolls-Royce Phantom IV, la cattedrale imbandita di ninfee, tutti già dentro, ancora una volta ad aspettarmi. Ecco Elena, come sempre obbediente, competente, una certezza. Peccato che non me l’abbia mai data, avremmo potuto divertirci tanto insieme, è sempre un gran pezzo…
Non sento rumori, che onore, tutto questo silenzio. Sto per entrare, tra poco saliranno i mormorii, i canti, le preghiere. Mentre le sfilo davanti, nel mio mantello di legno, Elena mi poggia sopra un fiore di loto e intona l’Om. Proseguo, ma… davanti a me solo il prete e le mie mogli. «Elenaaaa che cazzo succede, dove sono tutti?» urlo nella mia mente. Mi posa addosso un foglio di pergamena stampato a rilievo, a lettere dorate, il mio invito perfetto ma con l’indirizzo sbagliato.
«Mi spiace tanto» mi sussurra «che l’unico errore della mia carriera sia capitato proprio a te, una persona così per bene!  Ti restituirei anche il mio contratto, se non me lo avessi tolto tu tanti mesi fa…»
Un sorrisetto a forma di mezzaluna le illumina la faccia. «Che cazzo c’hai da ridere?» strepito. «Ti avevo ordinato di… ti avevo pagato!»
«Sai, sono state le tue mogli a pagarmi» continua «il tuo assegno non era coperto, ricordi? Avevi tolto tutti i soldi dal conto e non c’era più una lira. Ma ti onoreremo noi, ti daremo una sepoltura degna di te, ma non nel mausoleo di famiglia, no no, che con due schiatte i posti sono tutti già assegnati. Nel cimitero fuori porta, nel fornetto che si trova sotto la scala a chiocciola vicino a una bella pianta di rose».

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