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Come il jazz può cambiarti la vita

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Tra le necessità silenziose del jazz, ve ne è una implacabilmente legata allo spazio narrativo: raccontare una storia rappresenta, infatti, per qualunque jazzista, un bisogno assoluto, profondo, così tenace da oltrepassare, a volte, i fragili confini musicali.

 

Tra le necessità silenziose del jazz, ve ne è una implacabilmente legata allo spazio narrativo: raccontare una storia rappresenta, infatti, per qualunque jazzista, un bisogno assoluto, profondo, così tenace da oltrepassare, a volte, i fragili confini musicali. In Wynton Marsalis, trombettista originario di New Orleans, che l’America di Clinton non esitò a includere tra le persone più influenti del suo tempo, il bisogno di raccontare storie ha invaso irresistibilmente le pagine di un libro dal titolo ambizioso: Come il jazz può cambiarti la vita, edito in Italia da Feltrinelli. Artista eccezionale, eclettico e allergico al binomio “genio e sregolatezza”, Marsalis può vantare una cultura musicale impeccabile e una famiglia di musicisti raffinati che lo hanno introdotto fin da piccolo alla difficile arte dell’improvvisazione. Perché il jazz, ci insegna in questo saggio, che non teme di contaminare la sociologia con la musica, né la storia con il memoir, è solo una questione di tempo.
«Il jazz è l’arte del timing. Ti insegna quando. Quando cominciare, quando attendere, quando devi farti avanti, quando devi prendere il tuo tempo – strumenti indispensabili per far felice qualcuno.»
Insegna ad essere indulgenti, ad accettare l’imperfezione e ad accoglierla, fino a servirsene per nutrire la propria creatività. Il jazz raccontato da Marsalis è un mondo in bilico tra passato e futuro, tra vecchie generazioni forgiate dal dolore e nuove leve attratte da un’ingannevole perfezione. La presunzione e la saggezza diventano momenti inevitabili nella vita degli uomini, dei musicisti e dell’America intera, tuttora lacerata dall’ambizione libertaria e individualista e dagli echi dell’intolleranza razziale. Marsalis non ha paura di addentrarsi in territori politicamente scomodi e di rimproverare al suo Paese mancanze ed errori.
«Il jazz insegna a immedesimarsi – si crea e si alimenta un sentimento nei confronti degli altri – e pure a essere se stessi.» Suonare è un atto coraggioso e spudorato, ma necessario per trovare la propria identità. Occorre liberarsi dalle paure più grandi che l’uomo conosca: il tempo e l’errore. Nel jazz il tempo è il tuo più grande alleato e l’errore è tutto ciò che ti distinguerà dalla massa. Di imprecisioni e scelte sbagliate, d’altronde, sono piene le vite dei grandi musicisti che Marsalis racconta in un lungo capitolo. A partire da Louis Armstrong, («Ha la voce che vuoi sentire dalle persone cui ti rivolgi quando ti è capitato qualcosa di veramente brutto»), passando per Coltrane («la medesima ossessività che ne caratterizzava i momenti più alti lo minò alle fondamenta»), fino a Billie Holyday («Amo particolarmente Lady in Satin […]. Alla gente non piaceva, non le era rimasta quasi più voce. Per me invece è la testimonianza che il messaggio che esprimi può essere più importante dei limiti che hai nell’esprimerlo»).

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