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Un disturbo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Mi fanno soffrire le luci forti, specialmente quelle bianche al neon. Mi ricordano il freddo delle celle frigorifere, mi torturano la mente. Invece nella penombra mi muovo a mio agio. La luce calda, soffusa, mi tranquillizza.

Mi fanno soffrire le luci forti, specialmente quelle bianche al neon. Mi ricordano il freddo delle celle frigorifere, mi torturano la mente. Invece nella penombra mi muovo a mio agio. La luce calda, soffusa, mi tranquillizza.
La stessa cosa mi accade con i rumori, specialmente quelli secchi, assordanti. Mi fanno scattare come una molla e avverto una fitta lancinante che dalla nuca si propaga verso il basso, lungo la spina dorsale. Sapete, io soffro di tremori, qualche giorno più forti, altri meno. La colpa è tutta dei miei fragili nervi, sempre tesi come corde di violino: tutto ciò che mi arriva con violenza mi predispone alla lotta. Ed è per questo che mi ritrovo in questa cella buia, in piena notte.
È successo l’altra sera. Le zanzare mi molestavano e non avevo sonno. Così decisi di uscire. Indossai jeans e maglietta, inforcai lo scooter e mi diressi a Trastevere. Pensai di andar lì a fare una passeggiata.
Mentre camminavo a passo lento fra le bancarelle che ogni anno perpetuano il rito dell’estate, notai una decina di persone sedute che ascoltavano attentamente un uomo e una donna che sussurravano al microfono. Stanco della folla, incuriosito e tremante, mi accomodai su una sedia ad ascoltare. Alla mia sinistra, da uno stand vicino, arrivavano distinte le note di Besame mucho.
Di fronte a me avevo due fari bianchi, come due lame, puntate dritte negli occhi. Riuscii, sporgendomi in avanti, a capire che si parlava di un racconto di Moravia. Mi piaceva la storia e il ritmo suadente delle parole.
Comparendo dal nulla sul marciapiede alle mie spalle, un artista di strada accese un piccolo amplificatore portatile e cominciò a strimpellare con la chitarra Messico e nuvole.
Sentì il battito del cuore accelerare paurosamente. Nella mia testa, che ormai rimbombava di luci e suoni cacofonici, successe qualcosa, come un “tac”.
Mi alzai di scatto e con un movimento rotatorio afferrai la sedia sulla quale sedevo e la spaccai sulla testa dell’improvvisato mariachi. Quello cadde al suolo e si portò le mani al volto insanguinato con un’espressione sbigottita. Poi sfondai a calci la sua chitarra, mentre l’amplificatore terminò la sua carriera dieci metri più in là. Il cuore rallentò la sua corsa e un brivido di freddo mi raggelò le ossa.
Mi fermarono in quattro e mi consegnarono alla Polizia. Al Commissariato di Trastevere mi presero le generalità, mi interrogarono, mi chiesero il perché. Ma non fui in grado di fornire una spiegazione comprensibile ai poliziotti. Per questo mi portarono in una stanza buia dove mi riempirono di botte. Io rimasi immobile, subendo senza emettere un lamento. Incredibile a dirsi, ma ogni colpo ricevuto era un calmante per i miei fragili nervi. Quegli abili “massaggiatori” sembravano sapere esattamente dove colpirmi. O forse, più semplicemente, per il mio corpo in tensione ogni punto era quello giusto.
Poi uscirono imprecando, eccitati.
Rimasi solo, al buio, accucciato in un angolo remoto dell’oscurità.
E così eccomi qua, gonfio, pieno di lividi sul viso e sul corpo. Non ho più l’orologio, ma intuisco che è quasi mattino. Sarà per questo che adesso, scoppiettando, si accendono le luci al neon sul soffitto sporco della cella.
La luce bianca colpisce quel che resta di me. Sollevo un braccio e mi accorgo che la mano ha ripreso a tremare.

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