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Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Stanotte la luna mi sembra più tonda e più chiara del solito. È tutta liquida e se ne sta lì a guardarmi. Non capisco ancora se gliene importi qualcosa. Ho provato spesso a porle domande, a implorarla di darmi un cenno per sapere se potevo trovare un altro chiarore a illuminare le pareti strette di questa cella nella quale sono rinchiuso da troppo tempo ormai.

Stanotte la luna mi sembra più tonda e più chiara del solito. È tutta liquida e se ne sta lì a guardarmi. Non capisco ancora se gliene importi qualcosa. Ho provato spesso a porle domande, a implorarla di darmi un cenno per sapere se potevo trovare un altro chiarore a illuminare le pareti strette di questa cella nella quale sono rinchiuso da troppo tempo ormai.
Da lontano si sente un cane che abbaia, chissà come saranno contenti quelli che dormono lì vicino. Questi latrati mi riportano a certe notti di quand’ero bambino, al vento caldo e a quel cane che prendemmo dalla strada per fare compagnia a mia madre. Pensavo sempre che era stato sfortunato a capitare in una casa piena di gente che urlava. Mio padre urlava, mia madre urlava, noi fratelli urlavamo, era tutta una gara a chi urlava di più e a chi faceva il più forte. Si urlava tanto per nascondere l’assenza di calore e il ghiaccio tagliente che ci avviluppava nonostante fossimo in una terra arsa dal sole.
Quanto vorrei essere sotto a un albero in questo momento invece che in questo tugurio. Sceglierei un ulivo tutto nodoso della mia terra, quella terra dove a un certo punto non sono più riuscito a tornare. Spesso l’ho sognata con i suoi profumi di fico, con i muretti a secco nei campi arsi dal sole, davanti al blu del mare che solo a guardarlo ti scalda il cuore e fa dissolvere il dolore fino a farlo diventare una bolla di sapone, come le bolle che facevo da bambino, di quel colore cangiante un po’ rosa e un po’ viola, che poi scoppiavano bagnandomi di sapone. Vorrei ora liquefarmi e trasformarmi in una bolla per uscire da qui e andarmene in giro in volo, fino a toccare il cielo.
Lontano risuona nell’aria il fischio d’un treno, è quello che tutte le notti mi fa compagnia. In questa tratta passa sempre a salutarmi con le sue lunghe carrozze, specie quando non dormo. Le notti in carcere sono dei soldati nemici che avanzano e ti annientano. Ti finiscono, restano lì e sembrano non passare mai. Ti lasciano a rantolare, costretto a pensare e a ripensare a quello che hai commesso, e sono impietose. Mi sporgo un po’ dalla finestrella e vedo dei binari lunghi e dritti, portano di sicuro a una stazione. Forse quella dove andavo a vedere i treni prima di quel maledetto giorno. Mi è sempre piaciuto guardare passare i treni, perché solo in quei momenti esco dalle rotaie della mia fissità e posso fantasticare, deviare dai reticoli delle giornate stantie. Passa un treno e io tremo, mi sento come ubriaco, turbato soprattutto quando sfilano i convogli notturni con attaccati i vagoni letto. Me ne immagino i viaggiatori all’interno, ciascuno intento a fare qualcosa, chi a leggere, chi a baciarsi, chi a scrivere, chi a dormire cullato dal dondolio come di un’altalena.
Lena, quanto era bella Lena e quanto l’amavo. Eppure, la polizia non mi ha creduto, e nemmeno il giudice mi ha creduto. Tutta la vita ci ho messo a farmi credere e alla fine non ci sono riuscito. Con nessuno. Nemmeno con quelli che hanno deciso della mia fine.
Ed eccomi qui, caduto, finito. Sono in un’attesa perenne in questo buco di cella.
Ma ce li hanno loro i buchi, i buchi in testa, i buchi nell’anima. Io qualcosa ne caverò da questo buco, anzi comincio adesso. Voglio farlo io, non loro. Comincio a tagliare il cordone con questa topaia, taglio prima i lacci delle mie scarpe, poi i capelli e poi la pelle mi taglio, e vado a fondo. Senza fermarmi. Come i treni che guardo di notte, e che guardavo fin da bambino.
Da bambino, a scuola, mi dicevano che potevo fare di tutto, qualsiasi cosa. Mi dicevano che ero una mente, una bella mente. E adesso che mi ritrovo qui, rinchiuso tra queste quattro mura, che cosa me ne faccio di una bella mente? Mia madre mi ripeteva sempre che pensavo troppo, ma non mi era possibile fare diversamente. L’ho persa tempo fa la mia bella testa e il guardare i treni di tanto in tanto mi ridava la speranza di tornare a casa a riprendermi la mia mente. A casa. È assolata la casa da cui provengo. Battuta dal sole e dai venti è lì che sono cresciuto. Vicino da noi abitava mia nonna dalla quale scappavo sempre. Nelle sue braccia forti mi rintanavo tutte le volte che le mani di mio padre percuotevano. Tra le sue lunghe braccia trovavo quel calore che mi faceva di nuovo appassionare alla vita, poi lei se n’è andata e io sono rimasto senza i suoi abbracci ma solo con i palmi delle mani di mio padre.
È l’alba e a breve avrò il colloquio settimanale con la dottoressa, e chissà che lei non mi indicherà una strada per andarmene via da questo luogo stretto che sta man mano tingendosi di rosso. Rosso prima scuro e poi più chiaro. Lento. Lo vedo qui, tutt’intorno.
La dottoressa in questo posto lotta con me per restituirmi ogni volta alla vita. Quando la vedo provo un po’ di sollievo, anche se parlare di sollievo qua dentro è da pazzi ma c’è un detto che dice che “Nel paese degli orbi quello che ci vede viene portato dallo psichiatra”. Quindi io ci vedo. A dire il vero, tutto ora mi appare sempre più sfocato, dai contorni indefiniti, smarginati. Intravedo che si apre la porta di questa cella angusta e vado incontro al lungo e stretto corridoio, lo percorro per incontrarla e aspirare il suo profumo.
La civetta, che verso fa la civetta coi suoi occhi mobili e il suo becco adunco, e le sue belle piume? Dicono porti bene. Non so se anche lei, la mia dottoressa, sia un animale notturno. Tra poco la vedo. E sì che ce l’ho una grande mente, e non solo per guardare i treni, ma perché è lei la mia via di fuga, lei mi indicherà la strada, riuscirà a farmi uscire da qui, asciugheremo insieme queste tante gocce rosse e da solo scivolerò via tra le sbarre come acqua che scorre. Scivolerò attraverso la serratura di questa cella. Attraverso i corridoi di questa prigione. Non sarà una fuga. Sarà un nuovo inizio. Ne sono certo. Certo. Da bambino guardavo passare i treni. Sapevo che vi sarei salito sopra. Per andarmene. Per sempre.

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