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La cena

di

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Illustrazione di Agrin Amedì
Voglio ritentare ancora una volta, non mi do per vinta, lo so che la nostra storia è stata tutta sbagliata e se potessi tornare indietro la riscriverei tutta diversa, ma indietro non si va.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia diretto
da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

 

Voglio ritentare ancora una volta, non mi do per vinta, lo so che la nostra storia è stata tutta sbagliata e se potessi tornare indietro la riscriverei tutta diversa, ma indietro non si va.
Però non posso rinunciare. È un amore di quelli che si portano dietro per sempre, è un pezzo di me. Ci ho provato a ignorarlo ogni tanto questo amore, almeno per riprendere un po’ di fiato. Quando mi stava consumando e mi succhiava ogni energia ho pensato di arginarlo, provare ad addomesticarlo. Impossibile, riscappa sempre fuori. Forte. Tenace. Proprio come un neonato che  appena staccato dal cordone ombelicale urla con tutto il suo fiato e tu ancora non lo sai, ma da quel momento in poi, comunque vada, i conti con lui dovrai farli per sempre.
E infatti sono passati 18 anni dalla mattina in cui sdraiata sul tavolo operatorio con la pancia ancora aperta ho sfiorato con le mie labbra la tua testolina appiccicosa e ho visto i tuoi piedini sproporzionatamente grandi che mi sgambettavano davanti. Ricordo Bob Dylan a tutto volume e luci fortissime che disegnavano dei coni larghi e bianchi sospesi su di  me; medici e infermieri trafficavano dietro il telo che mi avevano alzato davanti per non farmi vedere cosa succedeva sul mio ventre. Era entrato in sala anche tuo padre, chiamato d’urgenza. Il rischio per noi due era stato altissimo, ma ora l’emergenza era passata, finalmente erano di nuovo calmi, l’emorragia si era interrotta, avevano persino rimesso il cd: anche loro avevano bisogno di allentare la tensione. Noi due finalmente potevamo sfiorarci per qualche secondo. Ci siamo viste così la prima volta, in una situazione di grande agitazione, una gran concitazione intorno, con tutti cercavano di dare il meglio di sé.  Quel gran caos sarebbe stata la cifra della nostra storia.
Rimane comunque il ricordo meraviglioso di quel momento. Non avevo avuto paura. Ripenso a una gioia bianca come la luce che avevo intorno ed energica come la musica che ci avvolgeva, e poi il piacere di quell’appiccicume sulle labbra: ti avevo voluta da morire.
Ora siamo qui da sole in montagna. Ho apparecchiato con la tovaglia a quadri bianca e rossa; tu hai voluto spostare il tavolo sotto la finestra perché si gode di più la vista sul bosco. Per antipasto ho preparato un tagliere di formaggi e salumi del posto. Volevo che questo nostro fine settimana da sole – un tentativo di ritrovarci senza le interferenze di tuo padre – avesse tutti i sapori naturali che ami di questo posto, gli stessi sapori genuini  che anche io ho amato tanto e che forse ci accomunano più di quanto noi stesse sospettiamo. Vedo che mangi con gusto e mi basta, anche se  rispondi a monosillabi quando  cerco con cautela un tuo cenno di soddisfazione; come sempre sono alla ricerca di qualche  conferma e tu me ne vuoi dare il meno possibile.
Apro una bottiglia di cerasuolo che papà aveva tenuto da parte per un’occasione, un vino perfetto per esaltare il sapore pastoso del formaggio,  ma rifiuti,  non vuoi concedere.
«Lo sai che ho accettato di venire su con te solo perché mi faceva comodo che mi accompagnassi  in macchina al maneggio per la gara vero?» mi dici, giusto per non farmi illudere che in questo momento stai bene.
Sorvolo sorridendo e passo al primo piatto. Una bella porzione di lasagne con mozzarella, ragù e besciamella, il boccone si scioglie in bocca e mi avvolge una serie di sensazioni morbide che sanno di soggiorni in campagna dalla nonna, di abbracci caldi, di coccole e di profumi di cucina la domenica mattina, di un’infanzia tranquilla e protetta che tuo padre e io non abbiamo saputo darti, presi come eravamo dalle nostre rabbie, dai nostri litigi continui, dalle tensioni di questa nostra storia che a poco a poco ci ha logorato e ha finito per far chiudere te in un guscio di durezza e di rifiuto.
Spero che  non sia tardi.
Per pietanza ho preparato funghi alla brace, il loro profumo di bosco arriva prima alle narici e poi al palato e con esso arrivano due ricordi: le scorpacciate di mirtilli che andavamo a raccogliere ad Agosto e l’odore delle zolle di muschio che stipavate con papà nel portabagagli della macchina: alla fine di ogni estate tu volevi riportare quel bel muschio soffice e spugnoso, poi lo conservavi in garage,  lo tenevamo inumidito per due mesi e al momento buono serviva a te e ai cugini per preparare il presepe. Ogni tanto ci farebbe bene ammetterlo, a casa nostra ci sono stati anche dei bei momenti, non si è sempre litigato. Ma non faccio alcun riferimento ai miei ricordi, già altre volte mi hai detto che mi sbaglio e che evidentemente confondo la tua infanzia con quella delle tue sorelle.
Per contorno ti offro un po’ di composta di peperoni piccanti da spalmare sul pane. Il colore è arancio fuoco, è dolce, ma brucia anche un po’ sulla lingua. Due sapori a contrasto.Promette una sensazione e poi te ne lascia un’altra; come stasera, non si sa che cosa aspettarsi.
Spalmi con quella bella gelatina cremosa due fette di pane casareccio e sono contenta mentre le addenti con gusto.
«Che mi guardi?» Ma il tono non è dei peggiori, mi sembra quasi di percepire una lieve        morbidezza nella tua voce.
La cena è quasi alla fine so che tra poco andrai su a chiuderti in camera con le tue cuffie, sprofondata sul letto in mezzo a felpe, magliette, jeans e  stivali sparsi sul pavimento. Te ne starai lì abbracciata al tuo cane che sembra l’unico capace di appagare il tuo desiderio di amore mascherato dietro quella perenne durezza.
Quanto vorrei per una volta poterti abbracciare.
Penso a questo mentre infilzo la mia fetta di torta di mele ancora calda e il suo tepore mi rincuora un po’.  Incrocio il tuo sguardo; mi stai osservando con occhi un po’ diversi dal solito e così a bruciapelo mi dici che avresti voglia di una jolla.
«Una che?»
«Una jolla, ma’.Una canna, uno spinello. Come dicevate ai tuoi tempi?»
«Mah, boh, non saprei. Ma ora come parlate?»
«Vabbè la vuoi? Magari ti fa bene, ti rilassi un po’.»
Non faccio in tempo a dire una parola che tiri fuori dalla tasca delle cartine e cominci a rollarne una con una velocità che mi lascia spiazzata.
Non ricordo che altro ci siamo dette, so solo che ci siamo trovate fuori sdraiate su un plaid a fumare, con gli occhi persi in un meraviglioso cielo di stelle a ridere insieme. Non avrei mai sperato di avere questo dessert.

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