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Campo di cocomeri

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Illustrazione di Agrin Amedì
Un campo di cocomeri, il sole di agosto, io e Pieretto. Che poi, di lui, non è che mi fidassi tanto. Quando gli veniva un’idea, che fosse pescare certi cefali grassi che nuotavano intorpiditi nelle acque zozze, mezze dolci e mezze salate alla foce del Tevere,

Un campo di cocomeri, il sole di agosto, io e Pieretto.
Che poi, di lui, non è che mi fidassi tanto. Quando gli veniva un’idea, che fosse pescare certi cefali grassi che nuotavano intorpiditi nelle acque zozze, mezze dolci e mezze salate alla foce del Tevere, o arrampicarsi sui muri diroccati per vedere le ragazzine nude farsi la doccia buttandosi addosso secchi d’acqua saponata nei cortili delle casette dell’Idroscalo, o fumare di nascosto riparati dall’ombra delle foglie carnose di qualche pianta di fico cresciuta a ridosso dei fossi di scolo, alla fine c’era sempre qualcosa che andava storto per colpa sua. E aveva quella maniera strana di tentarti, inclinando un po’ la testa da una parte e strizzando gli occhi per non far trapelare quello che nascondeva dentro. E così ogni volta finivamo a discutere, a guardarci in cagnesco per qualche giorno o a farci scoprire mentre pensavamo invece di fregare il mondo. Anche quella volta andò precisamente così. Storse un po’ il collo, socchiuse gli occhi a fessura, stirò le labbra già sottili in una linea retta e disse: «Ci andiamo a rubare un cocomero dal campo di Attilio?».
«Sei matto! Se ci becca finiamo nelle stalle assieme ai maiali e poi ci scanna», gli risposi.
Aggiungendo poi: «Guarda che ha preso anche un cane nuovo, lo chiama Rolf come quello che gli hanno avvelenato, ma dicono che mozzica peggio. Lascia stare, Pierè». Lui mi guardò, strinse ancora di più gli occhi da farmi pensare che stesse dormendo in piedi e dopo una pausa disse: «Sei un cacasotto».
E così, appoggiati alla recinzione del campo di Attilio, cercando di evitare di graffiarci gli avambracci col filo spinato arrugginito, stavamo infine a guardare le teste verdi dei cocomeri affiorare pigre dalla terra metà sabbia e metà argilla.
«Allora Pierè, che facciamo adesso?», lo incalzavo.
Pieretto si sforzava di guardare più in là possibile per assicurarsi che non ci fosse nessuno nei pressi. Fiutava l’aria intorno, muovendosi come un animale predatore. Sembrava che, a esclusione delle cicale, del calore sordo, della strada polverosa, non ci fosse nient’altro a sovrapporsi tra noi e il campo. Allora Pieretto, magro e infido com’era si buttò strisciando come un’anguilla sotto la recinzione, in un punto in cui un palo di legno cedeva sollevandosi da terra. Lo seguii con affanno, impolverandomi i vestiti e così in breve eravamo già di là, nella parte proibita del mondo. Pieretto aveva individuato un frutto decente, visto che ai margini del campo c’erano comunque i cocomeri meno pregiati, quelli già spaccati o troppo secchi dato che la pompa dell’irrigazione non arrivava bene fino in fondo, oppure ancora morsicati dalle volpi e da qualche topo morto di fame. Ma andare al centro dell’appezzamento era fuori discussione, troppo pericoloso. Attilio sicuramente ci avrebbe visto all’istante. Ci avrebbe visto e raggiunti con il forcone in mano per infilzarci o farci azzannare alla gola da Rolf. E saremmo morti così,  dissanguati, abbeverando il terreno riarso da quell’estate calda e interminabile. E invece eravamo soli, noi, il cocomero rimediato alla meno peggio e una balla di fieno dove ci eravamo riparati per mangiarlo stando all’ombra. Stavamo sdraiati, a sputare i semi neri, con le canottiere arrossate dal sugo caldo dell’anguria, le chiazze d’erba sui pantaloncini e il sudore sulle facce. Stavamo a fissare il cielo, aspettando che passassero gli aerei in atterraggio verso Fiumicino, perché ci i incantavano le loro pance argentate, i carrelli che si aprivano mostrando interminabili file di ruote pronte per farli ritrasformare a terra da draghi volanti a gigantesche automobili, le luci verdi e rosse lampeggiare sulle ali, il rollio della fusoliera agitata dal vento. E proprio il rumore soffocato e lancinante dei reattori lassù in alto, la brezza rovente e salata che veniva dal mare, il calore della paglia secca sotto la schiena, la pancia piena d’acqua dolce e rossa di cocomero, insomma, tutte queste cose mi fecero addormentare.
Quando mi risvegliai, Pieretto non c’era più. Pensavo fosse andato a pisciare dietro un cespuglio ma poi, ancora stordito dal mezzo sonno che avevo preso, realizzai che in mezzo al campo qualcuno, anzi un uomo e un cane, avanzavano piano, senza fretta, verso di me. Attilio e il cane Rolf stavano venendo a prendermi. Esitai solo un secondo, poi scattai in piedi e partii all’impazzata, schivando buche e dislivelli nel terreno. Correvo senza sapere dove andare, cercando solo di mettere più distanza possibile tra me e loro. Ma gli stocchi tagliati del granturco mi ferivano le caviglie, un roveto pieno di spine e more mature chiudeva la via di fuga e l’unica salvezza mi sembrò il fosso dove il trattore tirava su l’acqua per annaffiare. La ripa era melmosa e accidentata, piena di pietre che venivano scartate arando durante le maggesi dell’inverno, e così caddi in avanti e rimasi inerte, proteggendomi la faccia. M’ero strappato la canottiera e i pantaloncini, sentivo un bruciore alle ginocchia e una puzza di sterco di animale mi si era infilata a forza dentro il naso, come se mi ci fossi rotolato in mezzo. Il cane abbaiava, annusava le mie tracce, mi cercava sopra al fossato, e pensai che sarei morto in quel modo, con la pancia azzannata e le budella di fuori, riverso nella roggia con la bocca piena di letame e terra tiepida. Così, alzai gli occhi alla sommità del fosso, e proprio allora incrociai quelli del cane che si gettò sopra di me. E faticai parecchio a scrollarmelo di dosso, visto che mi stava leccando il viso, gli avambracci, le gambe nude. E scodinzolava così forte che battendomi addosso la coda grossa e robusta mi dava fastidio. Fu allora che, sempre da sopra, per la prima volta, sentii la voce di Attilio.
«Alzati, stronzetto.»
Era meno alto, visto da vicino. E meno massiccio. Ma ugualmente, sotto la tuta blu da lavoro scolorita da mille lavaggi, si capiva che c’erano fasci nervosi di muscoli allenati alla fatica e la pelle seccata dal sole e dal vento.
«Allora, ti tiri su o no?» insisteva. E risalii il fosso, insieme al cane, con le ginocchia sanguinanti, con le caviglie graffiate, sporco di terra, erba e letame di vacca. Le macchie di cocomero sulla canottiera lacerata, che mi sembravano già un problema grosso da affrontare con mia madre, quelle non si vedevano neanche più. I pantaloncini erano strappati e un brandello pendeva da una parte, come una pelle di serpente.
«Vieni qua» disse Attilio. E mi avvicinai. Si era seduto su una roccia che probabilmente lui in persona aveva tirato su dallo stesso fossato dove ero caduto poco prima, e parlava guardando verso la balla di fieno dove c’eravamo riparati io e Pieretto appena un’ora fa, anche se sembrava fosse passata una vita intera.
«C’era anche un’altra testa di cazzo vicino a te» disse. «Tu dormivi, ma quello no. Si capisce che è un furbo. Sai che ha fatto? Mi ha visto da lontano, si è alzato in piedi, ha inclinato la testa da un lato come a calcolare la distanza precisa tra me e lui e poi è scappato a razzo. Poteva darti un calcio, svegliarti. Ma non l’ha fatto. Un bel pezzo di merda, il tuo amico. Comunque, rubavate i cocomeri peggiori, quelli ai bordi, che lascio a marcire perché non li vuole nessuno, brutti e spaccati. Non avete le palle per andare a prendere quelli lì in mezzo eh? Dì la verità, avanti!»
Rimasi in silenzio. Rolf si era seduto sulla terra lavorata, accanto al suo padrone. La coda grossa batteva a intervalli sempre più lunghi, segno che si stava rilassando.
«Guarda» disse Attilio.
E mi mostrò l’interno delle mani. Erano sporche di lavoro, piene di calli giallastri all’inserzione delle dita sulle palme, e c’era una cicatrice profonda che tagliava in lunghezza una delle due. Poi le girò sul dorso, pure quello ugualmente rovinato, con certi tagli rimarginati male sulle nocche e unghie smozzicate, alcune corte, altre più lunghe, nere di terra e forse del letame che avevo pestato giù nel fosso. E poi, improvvisamente, in mezzo a un tempo, un’attesa che s’erano fatti infiniti, con una forza calcolata per rimanermi impressa a lungo nella memoria, una di quelle mani si abbatté sulla mia faccia. Non me l’aspettavo. Sgranai gli occhi come se avessi visto un fantasma, e le fitte che sentivo alle ginocchia, alle caviglie, alle spalle sparirono tutte per essere assorbite dal bruciore vivo che veniva dalla faccia, dalla sensazione che le dita di Attilio mi fossero rimaste incollate addosso, coi calli a premere sul volto come sassi sotto pelle. Non piansi, ma tremavo tutto per il dolore nel corpo, per l’umiliazione, per il tradimento di Pieretto. Rimasi fermo così, come un soldatino sull’attenti. E Attilio aspettò che realizzassi quanto era successo, che la vergogna si depositasse nella mia coscienza. Poi con voce calma, indicando il campo tutto intorno a noi, disse: «Che pensavate voi due? Che questi cocomeri vi appartengono solo perché stanno piantati in mezzo a un terreno all’aria aperta? O che crescono con la bacchetta magica? Ti devi alzare la notte, devi sudare di giorno, ti devono venire le mani come queste qua che adesso conosci bene, stronzo. Non sono tuo padre, però ti dico quello che il mio diceva a me, e cioè se desideri una cosa, d’ora in poi, chiedila. Se la otterrai, bene per te. Se avrai lavorato sodo per questo, meglio ancora. Ma se non puoi averla ti devi tenere la voglia. Non rubare più quello che non ti appartiene. Hai capito?».
Avrei voluto dire sì, mille volte sì, ma il collo era rigido e la lingua serrata tra i denti. Allora non risposi, non mi mossi, non respirai. Mi sembrava che ogni singola fibra del mio corpo avesse perso la voglia di vivere.
«Vieni con me» disse alla fine Attilio. E lo seguii a capo chino, come un ostaggio. Il cane ci girava intorno, abbaiava di gioia.
Arrivammo al centro del campo e per un momento pensai che stavolta era davvero finita, mi avrebbe ammazzato con un pugno in testa e seppellito lì sotto dove non mi avrebbero mai  più trovato. Invece si fermò nel mezzo, indugiò tra tre o quattro dei cocomeri più grossi e belli e alla fine ne tirò su uno, liberandolo abilmente con le mani rovinate, pulendolo dalla terra, dal cordone verde che lo teneva attaccato alle radici e me lo appoggiò nel grembo.
«Ecco. Portalo a casa. È uno dei migliori. Questi qui, al centro, si prendono tutta l’acqua, lo stallatico abbondante, il sole pieno dalla mattina alla sera. Guardalo, è tutto maturo, pieno di zucchero e rosso fino alla fine, ci puoi scommettere. Farai un figurone stasera.»
Dalla paura, dal terrore, dal dolore fisico passai a una specie di riconoscenza, così finalmente filtrò un po’ d’aria nei polmoni, si schiuse la bocca impastata di cemento e gli dissi: «Non volevo, mi dispiace. Non volevo rubare. E grazie per questo cocomero, di così bello non ne ho visti mai». Lui mi guardò, annuì con la testa, poi prese come a massaggiarsi gli occhi, le guance, facendo scorrere quelle mani scorticate sulla barba ispida che produsse un rumore come di carta vetrata.  Rimasi per un po’ così, senza sapere cosa fare se non cullare tra le braccia il cocomero caldo appena partorito dalla terra, fino a che Attilio non mi scosse dal torpore: «Vattene, su. Che pensavi adesso, che ti tenevo qui a vita, legato come uno schiavo? Tornatene a casa, che  ho da fare». E si accucciò a lavorare, dandomi le spalle, in mezzo alle zolle secche, col cane intorno. Allora, sempre in silenzio, piano piano, come in punta di piedi, rifeci la strada inversa, per tornare alla recinzione da dove eravamo passati. E prima di sgusciare ancora sotto il filo spinato mi voltai a guardare per un’ultima volta Attilio e il cane. Adesso erano solo due sagome nere in controluce che non mi facevano più paura. Una strappava erbacce e le buttava di lato, l’altra rincorreva qualche animale, forse una lucertola o un ramarro, abbaiando in mezzo al campo. E nelle mosse rapide del corpo di Attilio, nella forza con cui carpiva la gramigna e la lanciava in aria, e allo stesso modo nella concentrazione e la voglia del cane di rincorrere qualcosa latrando sotto il sole, non c’era più nessuna traccia del nostro incontro, come se non fosse mai avvenuto, come se fossi diventato improvvisamente trasparente. A entrambi non avevo lasciato alcun ricordo, e quel pomeriggio ero entrato e uscito dalle loro vite come una mosca da una finestra aperta. Alla fine, a risvegliarmi da dietro le chiome degli alberi ci pensò il chiasso dei motori a reazione di un ultimo aereo che si faceva strada, cercando disperatamente la rotta sopra le nostre teste, e così me ne ritornai verso casa pure io. E camminai a fianco dell’argine del fiume, nell’odore di palude delle mille marane che affluivano da Roma, coi versacci di rane, fruscii di canne, assordato dalle cicale, tra i mulinelli di polvere delle cunette sterrate, strappando dai bordi sconnessi del sentiero gli steli secchi dell’avena e i forasacchi fastidiosi, calciando con rabbia i sassi più rotondi e alla fine persi per strada tutto il peso dell’umiliazione e della vergogna e mi rimase solo quello lieve del cocomero maturo. Arrivai alle casette col sole basso all’orizzonte e l’Idroscalo pronto a un’altra notte insonne, con le stanze afose e i soffitti bassi impregnati di salmastro, scirocco umido e puzza di pesce. Alle finestre vedevo gli uomini con le pance di fuori e le facce rosse, sentivo i bambini che strillavano, le donne affacciate con le vestaglie aperte parlarsi tra i ferri dei balconi corrosi dalla salsedine, i motorini dei ragazzi più grandi appoggiati ai muri scorticati. Sullo sfondo c’era il mare già senza colore e, in attesa del primo fresco della sera, stavano tutti lì, gli amici miei, e quando mi videro zozzo e conciato come fossi caduto in una fogna ma con in mano un cocomero che non si era mai nemmeno immaginato prima, corsero tutti verso di me, con la bocca spalancata, pieni di ammirazione. Correvano scansando i frigoriferi sventrati abbandonati sulla sabbia, i mucchi di calcinacci scaricati di nascosto nella notte, le cassette rotte della frutta, le cartacce e i fogli di giornale. Corsero tutti, tranne Pieretto. E quando furono tutti intorno a me e lui da solo sulla spiaggia, in quel momento i nostri occhi si incontrarono e stavolta lui non li serrò, ne inclinò la testa da una parte. Invece, sporse in avanti il labbro inferiore, piegò all’ingiù gli angoli della bocca, si ficcò le mani in tasca e se ne andò altrove, camminando assorto sul bordo delle dune sporche, nel rosso del tramonto, nelle folate di vento tra il mare e i vicoli lerci, scomparendo prima dietro una barca capovolta e sfondata, poi all’angolo di una baracca lontana e infine dalla vita mia.

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