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Tavernello

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Illustrazione di Agrin Amedì
Io sono soltanto un dannato barbone. Faccio a botte coi gatti per le scodelle di pasta vicino ai secchioni dell’immondizia e quando mi va di lusso trovo mezzo panino masticato nella busta del McDonald’s. Io sono soltanto un dannato barbone che cerca di schiacciare un pisolino sul prato del giardino condominiale, ma lei dice di voler parlare proprio con me.

Io sono soltanto un dannato barbone.
Faccio a botte coi gatti per le scodelle di pasta vicino ai secchioni dell’immondizia e quando mi va di lusso trovo mezzo panino masticato nella busta del McDonald’s.
Io sono soltanto un dannato barbone che cerca di schiacciare un pisolino sul prato del giardino condominiale, ma lei dice di voler parlare proprio con me. Mi chiama “papà”. «Vieni quassù papà ti prego!» continua a urlare da dieci minuti.
«Forza vecchia spugna, siamo nelle tue mani!» Il capitano della polizia mi da una pacca d’incoraggiamento sulla spalla. Mi conosce, tutti mi conoscono: giovani, vecchi e bambini. Mi chiamano Tavernello.
«Sì, ma voglio qualcosa in cambio!»
«Tu pensa a salire lassù. Meno tempo impiegherai a farla scendere più grande sarà la ricompensa, hai la mia parola.» E fa per andarsene, ma poi ci ripensa e aggiunge: «La donna si chiama Marina, Marina Moretti». «D’accordo! Marina, amore, papà sta arrivando…»
Oggi è il mio giorno fortunato, chissà magari rimedio un piatto di bucatini all’amatriciana.
Così, inizio ad arrampicarmi sulla scala che i pompieri tengono ferma ai miei piedi.
La porta dell’appartamento è stata bloccata dall’interno e il fabbro non arriverà prima di un paio d’ore. Mi tocca salire per forza fino al cornicione.
Ma le mie scarpe da ginnastica calzano due misure in più e scivolo già dopo i primi gradini.
«È ubriaco marcio, che Dio ce la mandi buona!» esclama qualcuno lì sotto.
Dio? Dio? Ma quale Dio? Ettore Gasparetti sta salendo fino al terzo piano per salvare quella donna, non certo Dio.
Quando finalmente raggiungo il cornicione col cuore che mi scoppia, Marina si fa incontro avvolta in una vestaglia rosa svolazzante.
«Bravissimo, ce l’hai fatta! Ma quanto ci hai messo? Oh papà, come sei luminoso, splendi come un diamante!» Al che il mio sguardo cade sulla giacca di nylon con le bande catarifrangenti che ho rubato due giorni prima al netturbino. Sorrido. «Hai ragione tesoro, sono meglio di questo maledetto lampione.» Il sole intanto, se n’è già andato.
Adagio poggio il piede destro sul cornicione, poi il sinistro, ma non voglio guardare di sotto.
«Tutto bene lassù?» Riconosco la voce, è di nuovo il capitano Faggioli.
«Signorsissignore!» rispondo tutto d’un fiato, senza neanche aprire gli occhi.
«Vedi di darti una mossa allora!» Stavolta è il marito a parlare.
«Sali, testa di cazzo, sali tu se hai il coraggio!» vorrei dirgli, ma dalla bocca non esce niente, neanche una sillaba.
«Oddio papà, ma quanto puzzi!» Marina nel frattempo si è avvicinata a me. Ha una mano premuta sul naso e ride.
«Bene, vedo che hai dimenticato le buone maniere assieme al cervello. Perché diavolo sei salita quassù?» ribatto offeso, ma lei non mi sta neanche a sentire.
«Raccontami che cosa hai fatto oggi. Voglio sapere tutto…» Poi si nasconde il viso tra le mani. La sento singhiozzare.
Stringo i pugni così forte che le unghie mi si conficcano nella carne. Nonostante tutto provo a inventare qualcosa: «Allora… stamattina ho fatto una passeggiata in spiaggia e poi ho mangiato un… un panino» Poso lo sguardo sul pino di fronte a noi, il vento sta aumentando. Marina è in ginocchio e guarda nel vuoto. Sussurra qualcosa e devo fare un passo verso di lei per poterla sentire.
«Papà per favore, resta qui con me, non voglio scendere. Vedi quell’uomo laggiù?» E punta l’indice contro il marito. «Una volta nella vasca da bagno mi ha spinto la testa sott’acqua. E poi tutti i giorni schiaccia tre pasticche gialle col cucchiaio e me le infila nel bicchiere. Mi dice sempre Sei cattiva, sei cattiva e allora io prendo il coltello e…» Marina tira su la manica della vestaglia. Il suo braccio è pieno di tagli. «Ti prego, fallo scomparire.» Si copre gli occhi con le mani.
Che cosa potrebbe mai dire per alleviare le sue pene un ubriacone che dorme sugli scatoloni vicino al porto di Ostia?
Faccio un respiro profondo, chiudo gli occhi e dico a lei di fare lo stesso. Mentre le stringo la mano, le mie labbra incominciano a mormorare una vecchia canzone. I pescatori di Marzamemi la intonavano ogni sera al tramonto sul molo, aspettando che qualche preda abboccasse all’amo. Io ero un bambino e li osservavo con le gambe a penzoloni da un muretto lì vicino. Faceva così: «Vieni qui o mia bella sirena, non aver paura, non voglio farti del male, portami con te a nuotare, ce ne andremo sotto le stelle, tra le onde infinite del mare…».
E come per magia, l’acqua iniziava a muoversi e a formare cerchi tutt’intorno. Sembrava che quelle creature riuscissero a sentire i vecchi lupi di mare. Adesso io e Marina, un barbone e una pazza, ci teniamo per mano e cantiamo insieme sospesi a dieci metri d’altezza su un cornicione.
«Che cazzo fanno quei due?»
«Agente Fischione, corra a prendere un microfono, presto!»
«Tavernello quando scendi ti iscriviamo a X-Factor!»
Lì sotto se la ridono, ma quei coglioni non riusciranno a distrarmi, non ora. Riapro gli occhi per guardare la ragazza e con mia grande sorpresa la sua pelle pallida è diventata luminosa e la vestaglia, che sembra più lunga, resta salda attorno alle caviglie, indifferente al Maestrale. Ora non è più rosa, è grigia e giurerei anche più lucida. Mentre cantiamo a voce sempre più alta non riesco più a muovere le gambe, le sento incollate. Stare in piedi per tutto quel tempo non è raccomandabile per i miei menischi malandati. Quindi provo a fare un passo di lato, ma niente, resto lì fermo come un palo. Marina invece tiene gli occhi aperti e sono verdi come il mare. Ma c’è qualcosa di ancora più strano, le sue labbra sono diventate dello stesso colore.
Sento un formicolio al polso, quindi mi guardo la mano sotto la luce del lampione: le dita si sono allungate e la pelle intorno è lucente come un cristallo di quarzo. Continuiamo a cantare ancora e ancora. Il marito ha sempre lo stesso sguardo strafottente puntato su di me e i pompieri nel frattempo hanno sistemato un grosso materasso gonfiabile sul prato.
«Tavernello, dovete saltare. Su, forza! Fateci sapere quando siete pronti» dice il capitano Faggioli  e mi fa segno con entrambe le mani. Annuisco.
Poi sposto lo sguardo da lui ai miei piedi. Dove diavolo sono finiti? Al loro posto c’è qualcosa di trasparente e duro. Anche la mia giacca catarifrangente è sparita. Marina invece ha il ventre e le braccia nude e i tagli che mi aveva mostrato poco prima sono diventati simili a delle squame. La sua vestaglia incollata alle gambe si è allungata a formare uno strascico.
Mi sento diverso. Mentre guardo di sotto lei mi afferra per un braccio e si stringe a me: «È arrivato il momento, di’ loro che siamo pronti. Ora possiamo scendere, ora possiamo andarcene».
Faccio segno al capitano col pollice alzato. «Stiamo per saltare!»
«Sistemate quest’affare, ci manca solo che si spezzino l’osso del collo. Bravo Tavernello, ce l’hai fatta!» Mi fa l’occhiolino. Altro coro di risate.
«Ti ricordi come finisce il canto?» Marina attira di nuovo la mia attenzione sussurrandomi in un orecchio.
«Sì, adesso sì…» le rispondo. «Finisce così: Se giunta sulla terra per amor del mio canto, o mia bella sirena, non troverai più il mare color del cobalto, ti basterà tracciare la stella più luminosa con un cerchio intorno e troverai la via del ritorno
Non appena pronuncio queste parole, l’indice di Marina punta verso il cielo e ricalca nell’aria il contorno di una stella.
Sotto di noi, nel bel mezzo del prato, si apre una voragine d’acqua.
«Adesso!»
Mi do la spinta e sento il mio corpo scivolare dal cornicione. Centriamo in pieno la pozza e un vortice marino ci risucchia sotto lo sguardo allibito di quella banda di idioti. Poi sprofondiamo nell’acqua… acqua… acqua… Intorno c’è solo acqua.

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