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Le voci del silenzio

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Illustrazione di Agrin Amedì
Non riesci ad aprire gli occhi. Come certe mattine in cui dopo una sbronza ti svegli coi sensi annebbiati, con l’indolenza nelle ossa e il desiderio di restare nel mondo dei sogni per qualche ora ancora.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia diretto
da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

Non riesci ad aprire gli occhi. Come certe mattine in cui dopo una sbronza ti svegli coi sensi annebbiati, con l’indolenza nelle ossa e il desiderio di restare nel mondo dei sogni per qualche ora ancora. Eppure sai di essere sveglio e che non riuscirai a riaddormentarti. Il labile confine tra sonno e veglia in cui realtà e fantasia vanno a braccetto è superato. La porta si è richiusa. Le tue palpebre, però, restano immobili. Allora prendi un respiro, e poi un altro, finché senti rumore di ciabatte strusciate sul pavimento. Qualcuno si sarà alzato prima di te, è quello che pensi. Elena, tua figlia. Oppure Marta, tua moglie. Forza vecchio mio, apri gli occhi, ti dici, perché non ricordi proprio di aver bevuto, non ricordi eccessi di alcun tipo. E allora, come fai a non muovere neanche un muscolo?
«Buongiorno, tesoro». È la voce di tua moglie. Non risuona così suadente da tanto tempo, forse da quando hai preso impegni in modo più serrato. Ma lei sa com’è il mondo del lavoro, glielo hai spiegato tante volte, giri la testa un secondo e qualcuno ti ha già fatto le scarpe. E tu hai Elena e lei a cui pensare.
Senti il suo profumo nell’aria. Entra nelle narici come un soffio fresco, primaverile. Ma è inverno e fuori farà un gran freddo. Ieri sera ti si gelavano le mani solo ad aprire la portiera dell’auto. Ieri sera. Che bagordi devi aver fatto. Peccato non ricordarsi nulla.
«Ho deciso di leggere qualcosa per te.» La voce di lei sussurra al tuo orecchio sinistro prima di allontanarsi. Poi, il rumore di una sedia trascinata che ti si ferma accanto. Marta. Vorresti darle il buongiorno anche tu, come ogni mattina. Sollevarla tra le braccia e correre al lavoro ché, neanche a dirlo, sei sempre in ritardo. Invece ti dovrà scusare, stavolta dovrà proprio perché dalla bocca impastata non ti esce un filo di voce. Devi averla fatta grossa, ma così grossa che non basteranno semplici scuse. Magari appena riuscirai a mettere il naso fuori di casa correrai dal fioraio e lo pregherai di comporre un bel mazzo di violette per dirle che hai imparato dai tuoi errori, e di gelsomini rossi rossi per parlarle di amore e desiderio.
«Buongiorno, signora, ha bisogno di qualcosa?» Una voce femminile, piuttosto cortese diresti, ti raggiunge dalla porta che hai sentito spalancarsi. Non la riconosci. Chi diavolo è, con quell’accento straniero? La nuova donna delle pulizie, ci scommetteresti, Marta le cambia come fazzoletti, sempre alla ricerca di una perfezione che non troverà mai. Questa tipa si muove nella stanza, tocca, sferraglia, fa rumore di vetro che urta metallo. E tu dài ragione a tua moglie, sono tutte poco attente queste donne dell’Est, mai fidarsi.
«Grazie, lei è molto gentile» dice Marta, «ma non ho bisogno di niente».
«Cose non resteranno sempre così, signora.»
«Certo.»
Passi che si allontanano e la porta che si richiude.
Ti viene da sorridere, per l’abitudine di tua moglie di dare del ‘lei’ con il solo scopo di non coinvolgersi più di tanto. Non l’hai mai condivisa, ma adesso poco importa. Quello che importa è capire cosa significa “Cose non resteranno sempre così”. Marta, ci sei? Quali ‘cose’?
Tua moglie si è seduta. Ti sembra di vederla mentre senti il frusciare delle pagine che scorrono tra le dita. Una rivista? Un libro? Lei inizia a leggere. In alto, sopra la città, posta su una slanciata colonna, si ergeva la statua del Principe Felice… Era ammirato da tutti… bello come una meridiana… ma non altrettanto utile…
Adesso si è interrotta. Perché? Non sei uno che divora libri, ma questa fiaba di Oscar Wilde l’avrai letta a Elena un centinaio di volte per insegnarle quanto sia potente l’Amore. Non si è mai stancata di ascoltarla. Che fai Marta, non dici più niente?
La sua fronte si poggia sulla tua. Preme forte. Qualcosa di umido cola sulla tua faccia. Sta forse piangendo?
«Scusami» dice, «scusami tanto. Tu sei stato distratto, ma anch’io ho sbagliato. Sbagliato a non parlarti prima». La voce, un sussurro.
Parlarti di cosa? Se solo si calmasse potresti dirle che vuoi ascoltare, hai sempre voluto, mentre il naso le produce un soffio ottuso nel fazzoletto. Ti sembra di vederla, col viso arrossato mentre tenta di riordinarsi. Sei comunque bella, Marta, con una grazia tutta tua che non perdi neanche nei momenti peggiori.
Ha sempre voluto essere perfetta, lei, niente fuori posto. Ma per te tanta perfezione significa davvero poco. Se solo potessi dirle che i momenti in cui l’hai amata di più sono stati proprio quelli in cui tutto in lei sembrava fuori posto…
«C’è un altro uomo» fa a un punto. «Da circa un anno. Un amante, è così che si dice?» Si ferma e poi riprende e a te sembra che parli a qualcun altro. «Riesci a sentirmi? No, certo che non puoi. Forse se potessi non l’avrei confessato, non sarei stata abbastanza coraggiosa per dirtelo.»
Uno sparo. Uno sparo nella tua testa. Senti lo stomaco che sale su, come per una corsa sulle montagne russe, e prima che la nausea passi sei dentro un teatro: gli attori siete tu e lei, tu e lei ma non in carne e ossa, semplici figuranti in cartone a cui non può capitare niente di brutto.
Vuoi guardarla, capire cosa sta succedendo. E parlarle, anche, hai tante domande per lei. Ma non riesci ad aprire gli occhi, né a sentire la tua voce che implode nel petto. Perché ti fa questo?
Sono interminabili gli istanti in cui aspetti di sentire il suono delle sue parole ancora, di capire perché distrugge la tua vita, la tua e la sua insieme.
Sai cosa si prova a sentirsi umiliati? Lo sai, Marta? Un po’ come a quel colloquio di lavoro, quando non ti sei accorta dei collant strappati se non per gli sguardi indignati di quelli a cui passavi accanto. La sera ci abbiamo riso su. O meglio, io ho cercato di riderci su, perché tu eri troppo arrabbiata per prenderla alla leggera. Il posto, comunque, l’avevano dato a un’altra. Dopo la rabbia è venuta l’umiliazione, il tuo senso di inadeguatezza, così mi hai detto. Be’, non è un collant strappato stavolta, paragone inappropriato hai ragione. Ma ti dico lo stesso come mi sento: una specie di prodotto finito nel cestino della spazzatura con la scritta ‘scaduto’. E un solo desiderio: farti male, Marta, a te soltanto non a lui, lui non conta niente. Farti pagare la vergogna che mi appiccica le labbra per non essere stato capace. Non so bene di cosa. Non essere stato capace e basta.
Elena. Ti aggrappi al nome di tua figlia come a un asse di legno che galleggia nel mare. Dov’è? Dov’è la tua bambina? È lei che vuoi adesso. Non te, Marta, le urli in silenzio. Non te. Ti prego, vai via. Esci. Lasciami solo.
Vorresti prendere a pugni il muro e spaccarti le nocche per mettere dolore sopra dolore, ma non puoi. Vai, Marta. Cazzo, sparisci. Esci, prima che esploda.
Un cigolìo ti avverte che la porta si è aperta di nuovo. «Per cortesia, signora, per tempo di visita meglio aspettare fuori.» È ancora la tipa dell’Est. Chissà se lei sa, chissà se ride di te, della tua imbarazzante impotenza.
Un uomo dice qualcosa a tua moglie. Qualcosa che non capisci bene perché si aggiungono altre persone, altre voci.
La tua mente è davvero confusa. Non sai spiegarti il motivo, strano che succeda proprio ora, ma ricordi di aver visto in un documentario insetti che depositano larve, e larve che diventano vermi. Una prole parassita che deve essere cresciuta anche nel tuo cervello e che ti impedisce di muoverti.
Poi ti accorgi di qualcosa, accanto a te. Una qualche ferraglia che produce un suono intermittente, un soffio da megattera oceanica, un’alternanza di pistoni che si muovono con il ritmo di un metronomo in battere e levare. Un odore acre di disinfettanti, mescolato al dolciastro del bucato, ti fa pensare a camici e garze sterili. Sei forse malato? Ma se ieri, appena ieri, stavi benissimo.

Devi esserti addormentato. Ore, minuti, giorni. Non riesci ad avere la cognizione esatta del tempo che scorre. Non vedi, non ti muovi. Una specie di Anna dei miracoli ma tu, più fortunato di lei?, riesci a sentire. Sei diventato un grande orecchio. Il corpo non esiste più, non conta più, mentre il meato uditivo è il buco nero delle membra sprofondate in un mondo lontano.
Un tocco leggero tra i capelli vorrebbe indurti a girare la testa, a dire che ci sei, eh, solo non riesci a parlare. Magari basterebbe aprire gli occhi, pensi mentre la mano scivola sopra al tuo braccio. Lo stringe. Così concentri l’olfatto, come un cane pronto ad annusare la traccia.
«Papà…»
Elena. La tua voce, piccola mia. Sapessi quanto ho desiderato sentirla.
«Papà, mi senti?»
Certo che ascolti. Ti ascolto, Elena. Perdonami però, per qualche strano motivo oggi non riesco a parlare, non te la prendere.
«Vorrei raccontarti tante cose, papà. Vorrei tornare piccola, addormentarmi ancora al suono delle tue favole. Ricordi il Rondone del Principe Felice? Ecco, mi sento come lui. Quando stava per abbandonarsi al sonno e aveva già posto il capo sotto l’ala… cadde sotto di lui una grossa goccia d’acqua… eppure nemmeno una nuvola appariva nel cielo. Ho tanta paura, papà. Il tuo incidente, d’improvviso. Tutti questi mesi senza te. Ho paura che muori, che mi lasci sola.»
Incidente?… Mesi? Io che non resisto un giorno lontano da te. Vorrei consolarti, mia piccola stella, abbracciarti forte, baciare la tua testolina riccioluta per tutte le volte che me lo hai impedito davanti scuola perché: che fai, papà, sono un’adolescente, mica vorrai farmi prendere in giro dai compagni?
«Papà.»
Credi di poterla vedere, lì davanti a te, dentro un maglione troppo grande per lei, esile come un giunco d’acqua appena nato ma come quello resistente.
«Negli ultimi tempi non sono stata molto felice. Tu qui, la mamma a casa che non parla più. Mi sento sola… Piango spesso, sai? Certi amici mi hanno dato delle pasticche. Volevano aiutarmi. Le ingoio, di nascosto. Dopo sto meglio per un po’, perché non mi fanno pensare. Alle cose perdute, al dolore. Non so come ci si sente da ubriachi, forse così.» Prendi respiro, e io con te. Poi continui: «Lo sai che la mamma fila con qualcuno? Io l’ho vista, e forse anche lei ha visto me. Ma abbiamo fatto finta che non fosse successo». La mano di tua figlia stringe le tue dita molli e la sua disperazione è la tua. Vorresti piangere, senza la preoccupazione di mostrarti fragile ai suoi occhi. Quali fallimenti hai causato illudendoti che tutti fossero felici?
Quando ero ancora vivo e avevo un cuore umano, disse un giorno il Principe Felice, non sapevo cosa fossero le lacrime, perché vivevo dove non era consentito l’ingresso a pene e affanni.
Ecco, tu hai cercato di allontanare le pene facendo finta che non esistessero, adesso lo sai. Ti dispiace. Ti dispiace davvero. Non sei stato un buon padre. Forse, neanche un buon marito. E questa è la punizione, l’inferno che meriti: ascoltare. Tutto, in ogni dettaglio, senza poterti divincolare. Senza poter fuggire. E ogni dettaglio, lo vedi?, è il mattone del gigantesco muro costruito con amore e distrazione, nella stessa misura.
Devi esserti addormentato di nuovo. Hai atteso a lungo altre parole, ma Elena sarà scivolata via, silenziosa come il suo dolore covato.
Pensi che forse no, non uscirai più da questo sonno vigile in cui sei sprofondato.
Poi scese la neve, e dopo la neve giunse il gelo.
Non sai se il tuo corpo è spezzato. Non provi dolore. Di sicuro lo è la tua mente, il terreno fertile in cui cresce ogni giorno una gramigna pronta a soffocare tutto. Il tuo inverno.
Ora hai capito che stai respirando grazie a una macchina. Dipendi da un motore e da pezzi metallici. Il soffio della megattera.
Sono entrati nella tua stanza. Medici. L’infermiera dell’Est. Ma anche Elena e Marta. Senti le voci, oltre il confine dei tuoi piedi.
«Siamo pronti, possiamo staccare il respiratore». La voce dell’uomo, ormai familiare, si rivolge a tua moglie e a tua figlia. Lo sai, perché singhiozzano entrambe.
Marta. Ti sento vicina. Sento le tue labbra che sfiorano le mie.
Disse il Rondone al Principe Felice: Sto andando alla Casa della Morte. La Morte è sorella del Sonno, non è così?
E tu vuoi dormire. Avresti voluto dire tante cose, farne di più. Ma il tuo tempo è scaduto. E sei molto stanco.
Clic. Un interruttore pigiato. Adesso hai paura. Paura che questa corsa di fine oblìo sia più lunga del previsto, mentre un’intensa fame d’aria si impadronisce dei tuoi polmoni. Tra poco sarà tutto finito.
Un fremito ti scuote le membra. Piano e dopo forte. Poi, come echeggiasse dalle profondità dell’Averno, un colpo di tosse ti esplode improvviso dai recessi della gola.
Che strano!, disse il capomastro della fucina dopo aver fuso la statua ormai rovinata del Principe Felice, il suo cuore spezzato non ne vuol proprio sapere di fondersi nel crogiolo

Oscar Wilde, Il principe felice, Einaudi Ragazzi, Trieste, 2004

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