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Il monaco

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Illustrazione di Agrin Amedì
In Cina, all’epoca della dinastia dei Qing, nella provincia del Dontse, poco distante dal villaggio di Nentsemi, viveva un monaco, chiamato Pentsorè, la cui fama di uomo saggio, nonostante la sua giovane età, si era già diffusa oltre i confini del villaggio e della stessa provincia.

In Cina, all’epoca della dinastia dei Qing, nella provincia del Dontse, poco distante dal villaggio di Nentsemi, viveva un monaco, chiamato Pentsorè, la cui fama di uomo saggio, nonostante la sua giovane età, si era già diffusa oltre i confini del villaggio e della stessa provincia.
Pentsorè viveva da solo in una capanna arredata poveramente. Durante il suo percorso di formazione spirituale era stato abituato a fare a meno di molte cose e la sua forza di volontà era così grande che egli riusciva a governare la fame e la sete in modo straordinario. Allo stesso modo riusciva a ridurre le ore di sonno allo stretto necessario. Quattro ore gli bastavano per riposarsi. Il resto della giornata lo dedicava alla meditazione, allo studio e all’insegnamento della dottrina.
Pentsorè portava i capelli cortissimi e vestiva semplicemente di una tunica di lana, tenuta ferma da una cintura di canapa intrecciata, e sandali di legno.
La fama di Pentsorè cresceva di mese in mese, perché la sua saggezza era grande e i suoi consigli godevano di grande considerazione nel villaggio di Nentsemi e in quelli vicini. Ogni giorno, nei pressi della capanna, si formava una fila di persone che volevano ascoltare la sua parola, perché li aiutasse a facilitare una decisione, risolvere una disputa, dissipare un dubbio. Alcuni di loro venivano da lontano e molti portavano con sé un dono.
Pentsorè non accettava altro dono al di fuori di un po’ di cibo; e per tutti aveva la stessa pazienza nell’ascoltare il caso che gli veniva posto e la stessa grazia nel fornire la sua risposta.
La tranquilla e gentile voce di Pentsorè veniva richiesta dalle persone più semplici, anche solo per ricevere un conforto o per poter raccontare di aver avuto contatto e insegnamento dal monaco, di cui qualcuno già raccontava avesse poteri soprannaturali. Poiché le voci si rincorrevano, a Pentsorè veniva già attribuita la capacità di lievitare sino a un metro da terra, da altri di poter compiere salti di sei metri, da altri ancora di riuscire a mettere in fuga dieci malviventi con la sola forza del suo kung fu.
Un giorno arrivò alla capanna di Pentsorè un dignitario del potente Governatore della provincia del Dontse, a dorso di cavallo e con un seguito di servitori e di muli. Disse che il Governatore, udite storie straordinarie sulle capacità di Pentsorè, aveva desiderio di conoscerlo e di parlargli, per averlo come consigliere personale nel suo palazzo.
Il dignitario spiegò al monaco che aveva ricevuto il compito di invitarlo e di condurlo presso il palazzo nella città di Chang de. Il Governatore gli inviava in dono, come segno di riguardo, una cavalcatura, cibi sopraffini e abiti di squisita fattura.
Pentsorè ringraziò molto il dignitario per l’invito, ma rispose che non poteva recarsi nel palazzo del Governatore, poiché la sua giornata era scandita da regole e orari assorbiti dallo studio e dalla meditazione e che proprio per questo aveva scelto di vivere isolato in una semplice capanna, ciò essendo incompatibile con la vita di palazzo e con le cerimonie che vi si svolgevano. Pregava tuttavia di riferire al Governatore che sarebbe stato lieto di parlare con lui nella sua capanna, dedicandogli tutto il tempo necessario.
Il dignitario, si stupì molto per la risposta negativa e avvertì Pentsorè che il rifiuto poteva dispiacere al Governatore, il quale avrebbe potuto pensare che il monaco fosse superbo o ribelle al suo potere e che questa eventualità gli avrebbe potuto procurare grandi guai. Pentsorè non si lasciò intimidire e con la massima cortesia declinò l’invito e i doni offerti, invitando il dignitario a condividere il suo solito e modestissimo pasto di legumi e verdure.
Il dignitario del Governatore fece ritorno al palazzo ma, temendo che il fallimento della sua missione potesse metterlo in cattiva luce agli occhi del Governatore, riferì in maniera infedele l’incontro con Pentsorè, dicendo che il monaco lo aveva trattato freddamente e altrettanto duramente e con voce sprezzante aveva rifiutato l’invito di recarsi al palazzo del Governatore per diventare suo consigliere.
Il Governatore, che era un uomo scaltro, aveva previsto di poter ricevere un rifiuto da parte del monaco e aveva preparato una mossa di riserva.
Egli non pensava di recarsi alla capanna del monaco, perché questo gesto avrebbe minato il suo prestigio agli occhi dei suoi sudditi e accresciuto enormemente quello di Pentsorè, ma il Governatore aveva una figlia, di nome Sun Li, tanto bella quanto intelligente e di cui tutti gli uomini si innamoravano.
Il Governatore pensò allora che se pure il monaco aveva resistito alle lusinghe dei doni, probabilmente avrebbe ceduto al fascino di Sun Li; chiese quindi alla figlia di recarsi, con discrezione, alla capanna di Pentsorè e di convincerlo a seguirla sino al palazzo. Sun Li, che contava molto sulle proprie capacità di seduzione, aveva già sentito parlare di quel giovane monaco; accettò quindi l’incarico di buon grado e il mattino seguente, seguita solo da una sua ancella, si recò alla capanna di Pentsorè, dove rimase molto colpita dalla estrema semplicità del luogo e al contempo dalla grande dignità del monaco che la accolse con garbo, mostrando di apprezzare la sua brillante conversazione. Sebbene Pentsorè fosse incantato dalla bellezza e dai modi di Sun Li, egualmente disse che non poteva seguirla al palazzo del Governatore, avendo scelto di svolgere il suo percorso spirituale nella semplicità dell’ultimo dei monaci.
Conquistata dalla forza interiore che Pentsorè lasciava trasparire in ogni suo gesto e in ogni parola, Sun Li rimase molto delusa di ricevere un rifiuto, non tanto per non aver portato a termine l’incarico del suo genitore, quanto perché non avrebbe potuto godere della presenza e dei saggi insegnamenti di Pentsorè al palazzo.
Tornata da suo padre, Sun Li riferì di aver fallito e che il monaco si era rivelato insensibile al suo fascino. Precisò che sebbene fosse stata accolta con cortesia, nondimeno aveva colto nel monaco un sentimento di superbia, mascherata da una falsa modestia.
Il Governatore rimase male alla notizia del rifiuto, ma siccome non era uomo da perdersi d’animo, decise che la cosa doveva essere condotta da lui in prima persona. Scartò l’ipotesi di far prelevare Pentsorè con la forza dai suoi soldati, poiché questa soluzione avrebbe destato allarme nella popolazione, vista la venerazione di cui il monaco godeva, non solo tra le persone più umili.
Pensò allora di recarsi egli stesso presso la capanna del monaco, ma travisato nell’aspetto per non farsi riconoscere. Si spogliò quindi delle sue preziose vesti, si lavò con semplice acqua per cancellare il profumo degli unguenti che la sua pelle emanava, tagliò i suoi lunghi capelli, indossando infine gli abiti più semplici che in vita sua avesse usato e un cappello sul capo.
Irriconoscibile e senza seguito né scorta, il Governatore si presentò al cospetto di Pentsorè, attendendo il suo turno, assieme a molti altri dei suoi ignari sudditi.
Nonostante i suoi sforzi per sembrare un povero venditore di sementi, a Pentsorè bastò una sola occhiata per notare che qualcosa nell’aspetto di quell’uomo non quadrava; i suoi semplici panni stridevano con l’espressione dell’uomo, che aveva lo sguardo di chi è abituato ad avere attenzione.
Fu certo del suo sospetto quando, accogliendolo nella capanna, gli strinse le mani, che sentì mollicce e ben curate. Senza tradire la minima emozione, Pentsorè invitò lo sconosciuto a sedere con lui sulla stuoia e ad esporgli il motivo della sua visita, chiedendogli in che modo avrebbe potuto aiutarlo.
Il Governatore aveva riflettuto molto sulla conversazione che avrebbe avuto con il monaco, ricordandosi che questi aveva rifiutato i ricchi doni che gli aveva inviato, che non aveva mostrato interesse a ricoprire il prestigioso incarico di consigliere del Governatore e infine che aveva resistito al fascino straordinario di sua figlia Sun Li. L’incorruttibilità del monaco e il fascino che emanava preoccupavano il Governatore, ricordando i precedenti casi di monaci che, entrati a far parte di eserciti ribelli, erano poi diventati capi delle rivolte. Pensò tuttavia che Pentsorè era pur sempre un uomo e ogni uomo ha un lato debole su cui può essere attaccato e decise quindi di  porre a Pentsorè tre domande, dalle cui risposte avrebbe capito se la saggezza del monaco fosse davvero tale.
Il Governatore, schernendosi un poco per introdurre la prima questione, confidò a Pentsorè: «Sono caduto in preda al vizio dell’oppio e temo di ammalarmi mortalmente. Il mio lavoro è l’ unica fonte di sostentamento della famiglia, eppure questo non è sufficiente perché io smetta il mio vizio».
Il monaco rispose: «Il rifugio nell’oppio manifesta la tua sofferenza e il desiderio di allontanarti dalla vita reale per appartarti in una vita ideale, nella quale non si da’ conto del rispetto dei propri doveri. Devi domandarti da quali aspetti della vita reale intendi fuggire, e quindi quale sia la causa della tua sofferenza. Solo quando li avrai individuati essi saranno analizzati e compresi e sarà più facile per te percorrere il cammino che conduce alla cessazione della sofferenza».
Soddisfatto della prima risposta, il Governatore sottopose a Pentsorè una seconda domanda: «Dimmi monaco, se gli insegnamenti dei genitori e degli antenati risultassero in contrasto con le leggi dello stato, a quale di queste norme si deve attenere l’uomo saggio?».
E Pentsorè rispose: «Così è detto: noi mettiamo i piedi dove li hanno messi coloro che ci hanno preceduto, che hanno lasciato la traccia, ma nessuno fa il passo che io sto facendo, né l’ha mai fatto prima. La tradizione e la novità si incontrano a ogni passo del cammino. Io non perdo la traccia del sentiero anche se faccio deviazioni che nessuno ha mai fatto prima».
A questa risposta il Governatore dovette riflettere un poco per essere sicuro di aver ben compreso il senso delle parole del monaco.
La terza e ultima domanda fu la seguente: «Se la via della pratica è il sentiero di mezzo, che evita i due estremi opposti, perché tu, che sei definito saggio, ti dedichi alla mortificazione di te stesso?».
A queste parole il sorriso sul viso di Pentsorè divenne ancora più largo e rispose: «Così come rifuggo l’altro estremo del godimento dei piaceri sensuali, io non mi dedico alla mortificazione di me stesso. Io pratico la retta via che implica un distacco, un allontanamento dall’istinto passionale, dal corpo e dallo spirito. Ciò non di meno, come vedi, io posso godere del piacere della conversazione, delle bellezze della natura, nutro la mia mente con il desiderio di conoscenza, mantengo vigili i miei sensi con l’esercizio fisico. Questo percorso mi condurrà al dissolvimento della sofferenza e quindi alla liberazione».
Questa ultima risposta fu quella risolutiva per il Governatore, che in quel momento capì di non volere Pentsorè come suo consigliere, sebbene ne avesse verificato la effettiva saggezza, perché le sue parole erano troppo dure e il suo esempio terribilmente difficile da seguire.
Prima che il Governatore facesse ritorno alla città, Pentsorè gli chiese di accettare un dono e gli consegnò una semplice scodella di legno, dicendo: «La tua curiosità è sintomo di intelligenza, ma l’uomo potente deve essere anche giusto. Quando sarai tornato al tuo palazzo chiedi a tua figlia di prepararti il più modesto dei pasti e di servirtelo in questa scodella, ti sentirai più vicino al tuo popolo e capirai meglio i suoi bisogni; questo ti aiuterà a fare un passo verso la via di mezzo».
Il Governatore, imbarazzato per essere stato riconosciuto, ringraziò il monaco e fece ritorno al suo palazzo, dove grande fu la sua meraviglia quando la sera mangiò dalla scodella avuta in dono, poiché consumando il pasto preparato da Sun Li si sentì per la prima volta in comunione con il suo spirito e rifletté sulle parole udite da Pentsorè, che adesso riusciva meglio a comprendere.
Quindici anni dopo quell’incontro il Governatore morì e al suo funerale il popolo della provincia del Dontse pianse la perdita di un uomo giusto, che fu ricordato nei secoli a venire.
Pochi anni dopo, per espresso desiderio di Sun Li, divenuta nel frattempo moglie dell’Imperatore, Pentsorè accettò di divenire primo consigliere del palazzo imperiale.

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