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Il giorno del vetro

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Illustrazione di Agrin Amedì
Il mercoledì è il giorno del vetro. Il mercoledì, cioè, è il mio giorno. Sono Maurizio Leonetti e raccolgo il vetro una volta a settimana nell’area di Trastevere. Ci vado con la bicicletta di servizio: ogni mercoledì alle 7 in punto scendo giù per la via Garibaldi e mi infilo in quel labirinto di cui ormai conosco ogni sampietrino.

Il mercoledì è il giorno del vetro. Il mercoledì, cioè, è il mio giorno. Sono Maurizio Leonetti e raccolgo il vetro una volta a settimana nell’area di Trastevere. Ci vado con la bicicletta di servizio: ogni mercoledì alle 7 in punto scendo giù per la via Garibaldi e mi infilo in quel labirinto di cui ormai conosco ogni sampietrino. Sono come le tessere di un mosaico: certo, sono di pietra, non belle come se fossero di vetro.
Quello che invece ancora non conosco fino in fondo è proprio lui, il vetro. È un materiale misterioso e affascinante come nessun altro: sono proprio fortunato a occuparmene! A Trastevere se ne trovavano fondamentalmente tre tipi. Quello sottile, bianco, di tipo domestico, che con cura e pazienza sminuzzo fino a ridurlo in una polvere leggera come cipria. Me la spalmo con cura sulle mani, un dito dopo l’altro, e poi la soffio via nel vento che la fa luccicare nel pieno sole del mezzogiorno. Immagino che vada a posarsi lontano, sulla superficie di un lago, oppure sulla cima delle montagne, dando l’illusione che si tratti di neve a quelli che ammirano il paesaggio. Il vetro bianco, lo chiamo il vetro delle famiglie: lampadine, contenitori termici, lenti per occhiali, perfino le coperture per gli schermi dei cellulari: sono innumerevoli gli oggetti di vetro bianco che si trovavano nelle case. E quindi anche nei cassonetti.
Poi c’è il vetro marrone. Industriale, a grana spessa. Lo frantumo in una montagna di cocci che al tramonto riflettono il sole:  sembrano un prezioso ritrovamento archeologico. Il vetro dei disperati, lo chiamo; di vetro marrone, infatti, sono le bottiglie di birra scadente che le bettole del quartiere rifilano ai barboni per toglierseli di torno.
E poi il mio preferito: il verde, che tra l’altro è il colore originale del vetro. È quello delle damigiane di vino sfuso che ancora si vendono nelle drogherie del rione. Quelle dove una volta venivano mandati i più piccoli a riempire di olio buono le bottiglie dei vuoti a rendere; verdi scure, anche quelle, perché l’olio se prende luce si rovina. Mi ricordano anche le palle dell’albero di Natale che facevo con mia madre: perciò quello verde lo chiamo il vetro dei bambini. Di solito lo rompo in pezzi più grandi e ne smusso i bordi taglienti con un pezzo di carta vetrata fino a farli diventare sassolini rotondi che mi ricordano quelli di cui andavo a caccia da piccolo sul bagnasciuga. Collezionarli era il mio passatempo: mentre gli altri bambini giocavano a costruire i castelli di sabbia, io cercavo di scioglierla per ottenere una pasta da modellare. Proprio come facevano i Fenici che avevo studiato a scuola.
Ogni tanto trovo qualche frammento di specchio, specie se sono stati fatti lavori di ristrutturazione nelle vicinanze, oppure pezzi rotti di vasi, resti di vecchie bomboniere e ninnoli che avrebbero potuto raccontare chissà quale storia e che ora invece finiscono tutti insieme macinati dalla macchina trituratrice per essere riciclati in qualcos’altro. Amo la musica del compattatore in movimento, amo il vetro, e amo il mio lavoro, che termino puntualmente ogni mercoledì alle 13, quando il carico è completo ed è il momento di rientrare.
Era un mercoledì di fine luglio e Roma da giorni era stritolata in una morsa di caldo insopportabile, con l’asfalto che si fondeva come il vetro nelle antiche fornaci. Si era svuotata la metà della città abitata da quelli che potevano emigrare; gli altri restavano lì a boccheggiare. Trastevere era popolata soprattutto da questi “altri”, perciò il mio lavoro non diminuiva mai.
Nonostante l’afa, ero puntuale come sempre: alle 7 in punto stavo scendendo per la via Garibaldi, quando mi trovai il passaggio bloccato da un camioncino dell’Ama lasciato in mezzo alla strada senza ritegno. Non riuscivo a capire: il mercoledì nessun altro incaricato della raccolta differenziata opera nei vicoli di Trastevere, oltre me.
Il mercoledì è il giorno del vetro.
Da un portone sbucò una ragazza castana con qualche ricciolo sudato sfuggito allo chignon. Aveva i modi frettolosi di chi combatte costantemente contro l’orologio, ma era comunque bellissima. Era la ragazza più bella che avessi mai visto.
Si chiamava Marianna Clementi ed era l’impiegata comunale incaricata di raccogliere l’umido-organico una volta a settimana nell’area di Trastevere. Mentre si picchiava una mano sulla testa, ridendo del fatto che per l’ennesima volta aveva sbagliato giorno di raccolta, notai che aveva gli occhi di un verde intenso, come il vetro dei sassolini abbandonati sulla spiaggia dal mare che mi piacevano tanto da piccolo. Uno di quei sassolini si strizzò verso di me, mentre mi proponeva di fare il giro insieme.
Non era quello il modo di lavorare: vetro e umido non potevano essere trasportati sullo stesso mezzo di trasporto. Il vetro era un materiale nobile, che non poteva mischiarsi con i resti poveri e lerci di chissà quale pantagruelico banchetto matrimoniale; e poi c’era l’evidente, elementare, rischio di contaminazione che avrebbe reso vane entrambe le raccolte di un’intera settimana. Pensavo tutto questo mentre le mie mani in automatico caricavano i contenitori della differenziata porta a porta per il vetro sul suo furgone. Ero già in ritardo di sette minuti e mezzo, ma per la prima volta non m’importava.
Quando salii a bordo, le pietre di cristallo verde che la natura aveva donato a Marianna al posto degli occhi mi parlarono ancora, scusandosi per la puzza. Viaggiavamo in silenzio, uno accanto all’altra, e io la guardavo di sfuggita tutte le volte che potevo. Aveva la pelle chiara e liscia come una lastra di vetro temperato. Notai che all’altezza delle palpebre l’incarnato si faceva ancora più trasparente, lasciando intravedere una rete sfumata di leggeri fili viola, simile alle venature che hanno certi oggetti soffiati dai maestri di Murano. Fare cose sempre uguali, nello stesso identico modo; incontrare sempre le stesse persone, a cui dire le stesse identiche cose, mi ha sempre rassicurato molto. Ho difficoltà a parlare con persone nuove, a incontrare i loro sguardi: ho l’impressione che siano contemporaneamente assenti e indagatori, pronti a giudicarmi; non si abbassano mai, resistono a tutto come il vetro borosilicato, più noto come pyrex. Perciò alla fine sono sempre io ad abbassare lo sguardo. E lo stavo facendo anche con Marianna, ma stavolta per un altro motivo. Era più imbarazzo che a disagio. Quella creatura mi faceva venire voglia di scappare e di restarle accanto allo stesso tempo. Così rimanevo con la testa ostinatamente rivolta verso il finestrino. Notai che era scheggiato. Poteva frantumarsi da un momento all’altro.
«Com’è raccogliere il vetro?» mi chiese all’improvviso come se fosse la cosa più naturale del mondo. Non era facile spiegarlo a qualcuno. Nessuno capiva mai, ma forse lei avrebbe potuto.
«Il vetro è trasparente, mi piace» dissi «mi piacciono le cose trasparenti, sono vere, non hanno segreti… e poi mi piace l’idea che quello che raccolgo si trasformerà in qualcos’altro, è come se fossi in grado di perpetuare la vita, in questo modo».
Marianna rise e disse che ero un poeta. Non sembrava prendermi in giro. Poi si avvicinò lanciandomi uno sguardo complice e dal cruscotto estrasse un cofanetto di legno, lo aprì e mi mostrò un collier rigido di fil di ferro con un ciondolo a forma di fiore fatto di scorza d’arancia essiccata. Quando era possibile, usava il materiale di scarto raccolto durante il lavoro per le sue creazioni nel campo della bigiotteria. Non voleva raccogliere l’umido-organico per sempre, ma aprire un negozietto, magari proprio a Trastevere. Lo chiamò “il rione dell’amore”, strizzando ancora uno dei suoi occhi di vetro verde verso di me.
Non m’intendo molto di gioielli. L’unico che abbia mai dovuto scegliere è stato un rosario di grani in cristallo di Boemia che ho regalato a mia madre quando ha compiuto 70 anni, ma non so se possa essere considerato proprio un gioiello. Certo, però, non avevo mai visto un vetro più lucente.
Le dissi che il collier era molto bello e che era un’artista, così il suo volto si distese in un altro dei suoi sorrisi così larghi che le perle di vetro nei suoi occhi presero a scintillare. Ridevano, i suoi occhi verde bottiglia e io, senza quasi accorgermene, ero ormai ebbro di quella bottiglia.
Al contrario di lei, però, io non ho mai neppure preso in considerazione l’ipotesi di cambiare lavoro. Mi resi conto proprio in quel momento che senza il mercoledì di raccolta, piazzato in mezzo alla settimana a scandire il ritmo della mia vita, mi sarei sentito perso. Senza il suono delle mie campane, quegli enormi otri con la pancia fatta di resti di oggetti di vetro che quando si capovolgono suonano una musica inimitabile, la mia esistenza era di un silenzio assoluto.
Il resto della mattina volò via in un attimo, ma all’improvviso Marianna mi disse se avevo voglia di mangiare con lei un pezzo di pizza. Quelle parole ebbero su di me l’effetto di un panno caldo capace di rimuovere le macchie di pioggia dai vetri delle finestre. Sentivo come una piccola scalfittura allungarsi nella calotta di cristallo che avvolgeva la mia anima.
Quel pranzo fu il più bello della mia vita.
Ero talmente perso nella sfumatura smeraldina che avevano assunto i fondi di bottiglia verde dei suoi occhi nella luce del primo pomeriggio che quasi non mi accorsi di quando mi disse che si era fatto tardi e doveva andare, montando sul furgone e sparendo dalla mia vista, senza avermi dato il tempo di chiederle il numero di telefono. Rimasi lì, impalato, con la manina che salutava l’orizzonte del vicolo. Se non l’avessi sentito battere, avrei giurato di non avere un cuore, ossidato com’era, tale e quale a quei magnifici rosoni nelle cattedrali, abbandonati per troppo tempo senza restauri. Iniziavo a capire perché chiamavano Trastevere “il rione dell’amore”.
Pensai di cercare il suo numero con una scusa all’ufficio del personale, ma non ne avevo il coraggio, così il martedì successivo, il giorno di raccolta dell’umido, lo presi di ferie e alle 7 di mattina mi presentai all’inizio del giro di raccolta.
Dopo un quarto d’ora d’attesa, il furgoncino di Marianna sbucò dalla curva in discesa, ma invece di fermarsi in mezzo alla strada, parcheggiò di fronte a me. Dalla portiera lato guidatore scese un ragazzotto assonnato.
«E tu chi saresti?» gli urlai in faccia senza riuscire a trattenermi.
Il ragazzotto interruppe a metà uno sbadiglio e alzando un sopracciglio mi guardò. Mi spiegò di chiamarsi Francesco e di essere stato assunto per un mese, in sostituzione degli impiegati in ferie. Marianna non l’aveva mai sentita nominare, ma magari era proprio lei che doveva sostituire.
Sentii che qualcosa dentro di me si stava infrangendo in una miriade di minuscole schegge, come la goccia di uno di quei lampadari di cristallo di una volta, quando cade per terra. Ma la goccia che stava uscendo ora dal mio cuore di carne era di sangue. Non mi ero mai soffermato sull’oggettività che i frammenti di vetro sono taglienti e neppure sull’ipotesi di potermi ferire con uno di loro, semplicemente perché non era mai successo. Il vetro era mio amico. Eppure ora l’aveva fatto. Mi aveva fatto conoscere, avvicinare a qualcuno che non avrei più rivisto. La prossima volta avrei dovuto stare più attento, avevo imparato la lezione: se prendi un pezzo di vetro rotto senza la dovuta cautela, ti fai male. Mi convinsi che io e Marianna eravamo troppo diversi. Due opposti, come il vetro liscio e quello satinato.
Misi una mano in tasca e per un po’ giocherellai con il braccialetto di perline di vetro verde che vi avevo messo prima di uscire. Mi ci era voluta una settimana per farlo. Prima avevo levigato con cura i frammenti di bottiglia fino a renderli perfettamente sferici: stavolta avevo utilizzato una spugnetta per i piatti ed ero stato attento a non graffiarli. Poi, con un ago incandescente, li avevo forati e ci avevo passato dentro il fil di ferro, infine avevo realizzato una chiusura con un laccio di cotone dello stesso colore. Non era un granché, ma non avevo mai fatto gioielli in vita mia e come primo tentativo non era da buttar via. Pensavo che Marianna l’avrebbe apprezzato, le avevo anche scritto un bigliettino: “A Marianna, dall’uomo del vetro”.
Che stupido.
Lo gettai nella campana lì accanto che avrei svuotato il giorno successivo, ma senza togliere il laccio né il fil di ferro.
Quella notte non riuscii a prendere sonno, almeno finché non sciolsi dieci gocce di valeriana nell’acqua di un calice smerigliato brillante. Dovevo dormire: il giorno dopo era mercoledì. Il mercoledì è il giorno del vetro. Il mercoledì, cioè, è il mio giorno.

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