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Come piccoli fili d’erba

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Illustrazione di Agrin Amedì
Chiara corre a perdifiato. I fiori della brughiera le avvolgono le gambe, ma non li sente, né vede la loro bellezza. 
A ogni passo i polmoni si dilatano in cerca d’ossigeno. La pioggia le incolla i capelli al viso. Non ha più nulla, se non sé stessa.

Chiara corre a perdifiato. I fiori della brughiera le avvolgono le gambe, ma non li sente, né vede la loro bellezza. 
A ogni passo i polmoni si dilatano in cerca d’ossigeno. La pioggia le incolla i capelli al viso. Non ha più nulla, se non sé stessa. 
Scappa dal tocco di mani ruvide travestite dell’amore di padre. 
Le vesti bagnate si attorcigliano scomposte al suo corpo, rendendo più difficile la fuga. Il petto brucia e ogni respiro è dolore.
Da lontano vede l’ultimo raggio di luce lasciare il passo a un tramonto violento e sorride. Con il buio smetteranno di cercarla e questa volta la notte, che ha sempre temuto, sarà sua amica. 
Sente in lontananza i latrati dei cani, lanciati a seguire la sua pista, il suo odore, in una caccia spietata. Spietata come l’inganno subito, sanguinosa come le ferite inferte alla sua anima. 
Scappa dal suo sguardo laido, da mani travestite da normalità che indugiano sul suo corpo da adolescente. Fruste immonde su carne delicata. 
Continua a correre, ancora per poco. 
Tutto è silenzio ora, i cani non li sente più. Tutto è immensità nel buio che protegge la sua fuga. 
Si ferma. Rivede le tante notti malvagie vissute. Sente i passi osceni che si fermano dietro la sua porta, sente le sue mani toccarla, strisciare su di lei con prepotenza. Stringono, premono, reclamano piacere, frenetiche e dure. Prende fiato per urlare, ma non ci riesce. La sua mano gli tappa la bocca. «Fai la brava bambina», le dice. Sente la camicia da notte che sale, il peso del suo corpo su di sé, e quel primo dolore lacerante. Una lama che taglia e spinge, tra grugniti e parole che non può comprendere. Non riesce a muoversi, respira a fatica. Mente e corpo non sono più insieme. Si vede sussultare sotto la monta violenta di suo padre, ma non sente nulla. Lo osserva alzarsi dopo l’ultimo grugnito, aprire la porta e andare via, come se niente fosse accaduto. É in una bolla sospesa e pensa di essere morta. Finché il dolore torna a sferzarla sempre più forte. 
Come ogni volta, cerca rifugio nella doccia. Si lascia scivolare sul pavimento, resta immobile, con l’acqua che le scorre addosso. L’odio e la rabbia si mescolano al dolore di sentirsi una vigliacca. Incapace di reagire. Bloccata dal dubio avvelenato di essere sbagliata, di meritarsi tutto. 
Fino a quel lunedì sera. Suo padre è nell’aia, chino nella gabbia dei conigli, cerca di afferrare quello più piccolo, dalla carne più tenera. L’animale è terrorizzato, scappa senza difendersi, sollevando intorno a sé schizzi di fieno e mangime. Nella sua fuga scomposta finisce nell’angolo. Chiara sposta lo sguardo, non vuole vederlo soccombere. All’improvviso sente suo padre gridare, dalla mano destra gocce di sangue cadono a terra, allargandosi in chiazze scure. Il coniglio ha reagito. Osserva suo padre dirigersi in fretta verso casa, dimenticando di chiudere la gabbia. 
Alle quattro del mattino un rumore la sveglia. Sono i suoi passi pesanti che salgono le scale. Li sente percorrere il corridoio fino alla porta della sua camera. Vede la maniglia abbassarsi. Sa cosa l’aspetta, ancora una volta. È in trappola, come quel coniglio. Afferra la lampada di bronzo sul comodino e attende. Lo lascia entrare. Poi lo colpisce. Una, due, tre volte. NON SONO SBAGLIATA urla ai suoi occhi vuoti.
La rabbia la riporta al presente. Si sente esausta, deve riposarsi, mettere ordine nei pensieri, calmare i battiti del cuore. Si rannicchia sotto un cespuglio di erica. Vede il mare brillare sull’orizzonte, allunga la mano davanti a sé e lo accarezza, come faceva da bambina dalla finestra della sua stanza quando si sentiva triste. Chiude gli occhi. L’odore della terra bagnata entra nelle sue narici. Esplode in mille note, in mille colori, in mille sapori. Vede mille conigli saltellare liberi. Inspira a fondo, più volte. Sente i battiti del cuore rallentare, l’ansia placarsi. 
All’alba si alza, osserva le ombre ritirarsi nella luce del nuovo giorno. Si passa le mani sui lividi ancora dolenti, sui graffi che ha sul ventre, sul seno, sulle gambe. Sbiadiranno sotto i colori della sua ribellione, ne è sicura. Si sgretoleranno uno a uno. Alla fine resteranno solo sottili e sfumate linee grigie, prove d’autore su cui si mescoleranno e stratificheranno nuovi colori e forme per dar vita a un’opera sorprendente. 
Guarda l’erba su cui si è accovacciata nella notte risollevarsi. Osserva quei piccoli fili calpestati riprendere forma, determinati e vittoriosi. Si sente come loro. Non ha dubbi, si rialzerà anche lei.
Li guarda, li guarda ancora una volta. E un leggero sorriso prende forma.

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