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Illustrazione di Agrin Amedì
Le storie più bizzarre spesso celano gli eroi più improbabili. Questo non è un dato di fatto, ma solo un’idea personale (molto personale) dettata dalla poca serietà di chi ha scritto quello che stai leggendo.

Le storie più bizzarre spesso celano gli eroi più improbabili. Questo non è un dato di fatto, ma solo un’idea personale (molto personale) dettata dalla poca serietà di chi ha scritto quello che stai leggendo. E non è un caso, infatti, che la nostra bizzarra storia nasconda uno tra gli eroi più improbabili che si possano mai immaginare. Mi appello a te, che starai leggendo queste righe con aria di sufficienza, pensando di trovarti di fronte all’ennesimo tentativo di meta-narrativa spiccia di uno scappato di casa. Occorre uno sforzo della tua immaginazione e anche un pizzico di follia, quanto basta per credere ciecamente alle parole che leggerai di seguito. Se riuscirai a fare questo, è possibile che ti ritroverai a fare brevi cenni col capo seguiti da esclamazioni del tipo: «Beh sì, può essere, dai». O anche: «Non mi sembra così assurdo, dopotutto». E in ultimo: «Beh, alla fine tutto questo potrebbe anche avere un senso. Forse».
Prendersi poco sul serio è la chiave di tutto. E anche questo non è un dato di fatto, ma solo un’idea, che forse funziona, forse. Perciò mettiti comodo, o comoda (siamo inclusivi e per la parità di genere qui) e inizia a pensare che non sarà difficile scendere a patti con l’assurdo, una volta entrati nel vivo della storia.
Non è difficile, quindi, pensare che agli angoli più remoti del nostro Universo esista un pianeta piccolo, molto piccolo. Estremamente piccolo, del tutto minuscolo. Diciamo quasi insignificante. E diciamo che su questo pianeta chiamato Nania un eventuale esploratore spaziale potrebbe trovare praterie sferzate dal vento, fiumi che scorrono placidi, laghi che riposano baciati da un sole giallo, montagne erose dal passare delle stagioni, deserti caldi, deserti freddi, boschi oscuri, foreste tropicali, mari azzurri e oceani profondi.
Facile fino a qui, vero? «Beh sì, può essere, dai» starai pensando. Un pianeta alieno non è tutta sta gran fatica da immaginare, lo ammetto. Adesso però iniziamo a creare qualcosa di più che una semplice scenografia. Scelto il set, ora è il momento di immergerci l’agente materiale della nostra storia che, per una sfortunata coincidenza di eventi, ti sembrerà poco più di una vittima invece di un protagonista vero e proprio. Ma facciamolo insieme.
Non verrà difficile, quindi, visualizzare di fronte a noi un uomo. Un uomo, diciamo, senza vestiti. Totalmente nudo. Ma un uomo abbastanza peloso. Diciamo non peloso come una scimmia, sia chiaro, ma peloso quanto basta per vedere la sua peluria arricciarsi come laniccia su tutto il petto, la schiena e le gambe. Così peloso da avere un gomitolo di lana blu nell’ombelico. Non è difficile, quindi, nemmeno immaginare quest’uomo avere una lunga barba castana, lunga fino all’ombelico, appunto, in cui sono incastrati rimasugli di cibo, briciole e altra laniccia blu. E dei capelli marroni, diciamo, talmente sporchi da essersi accumulati in ciocche enormi che danno un che di esotico al look.
Anche fino a qui tutto liscio come l’olio, giusto? Disgustoso forse, ma tutto nella norma.
Risulterà sempre facile credere che sulla montagna più alta dell’emisfero australe, di uno dei pianeti più insignificanti che si possano mai immaginare, stia seduto il nostro nudo, peloso e ignaro protagonista. Ingobbito e con le gambe raccolte, attende che la preda abbocchi all’amo della sua misera e minuscola canna da pesca.
Anche qui nulla di eccezionale, vero? D’altronde, che c’è di tanto assurdo in un uomo nudo seduto su una montagna? Inusuale, sicuramente, bizzarro anche, ma nulla di tanto fuori dagli schemi come ti aspettavi. Giusto?
E se adesso ti dicessi che il nostro protagonista sia l’unico abitante del suo pianeta? Inizia ad essere interessante. Forse inizierai a pensare che sia la trama di un post-apocalittico di quart’ordine, ma non è così.
E se ti dicessi, ora, di immaginare il nostro protagonista, seduto nudo sulla montagna più alta dell’emisfero australe, intento a pescare nelle acque dell’Oceano nell’emisfero boreale? Ok, strano. Decisamente strano e soprattutto difficilmente visualizzabile.
Il nostro Mg’weh (questo è il nome del pelosone appassionato per la pesca – prova a pronunciarlo come se avessi il naso tappato – ) stava seduto su un pianeta grande forse la metà di lui. In realtà non sappiamo se Nania fosse troppo piccolo per Mg’weh o se Mg’weh fosse decisamente troppo grande per Nania. Quello che sappiamo è che Mg’weh pescava negli oceani dell’emisfero nord, poggiando il piede sinistro nei deserti del continente orientale, mentre dondolava l’altro piede sopra le foreste tropicali più a sud. La microscopica canna da pesca pareva uno stuzzicadenti nelle sue mani tozze, pelose persino sul dorso. Tirò su l’amo e sbuffò quando vide che l’esca era stata mangiata.
«Giornata sfortunata, accidenti!» disse, grattandosi la folta barba.
Di colpo però si sdraiò lungo tutto il continente centrale e si mise a russare così forte da causare un terremoto lungo tutta la crosta del pianeta. D’altronde una giornata su Nania equivaleva a poco più di dieci righe di testo, circa 170 parole, quasi 750 caratteri spazi inclusi: un tempo a dir poco infinitesimale se letto velocemente, ma un po’ più disteso se si decide di interrompere la lettura per dare da mangiare al gatto (se ne hai uno) o sgranocchiare delle patatine di sottomarca di là in cucina. Dipende tutto da te, da come decidi di ritmare la lettura; d’altronde questa storia la stiamo creando insieme e finora sembra anche divertente, vero? Vero…? Fai un breve cenno col capo e prova a dire: «Non mi sembra così assurdo, dopotutto».
Dopo qualche riga di testo Mg’weh si risvegliò: Nania aveva già compiuto mezza rotazione su sé stesso e il nostro forse-gigante o forse-uomo normodotato di connotati era pronto per ricominciare la giornata.
Su un pianeta tanto ristretto, Mg’weh aveva tutto il necessario a sua disposizione a distanza quasi infinitesimale. Il suo orto nel continente a est produceva delle succose carote così piccole che poteva afferrarle dai ciuffi con la punta delle dita e addentarle, facendo però attenzione a non mordersi i polpastrelli. Quando sorseggiava della purissima acqua di fiume stava accorto a non prosciugare le risorse idriche di Nania con una singola bevuta. C’era, però, una sola cosa che Mg’weh avrebbe tanto desiderato fare, per quanto impossibile: il pirata. E quando dico “pirata” intendo Pirata, con la maiuscola, con una gamba di legno e un vascello ch, trasportato dal vento solca mari infiniti e un blu scuro, quasi eterno. Ma i mari di Nania erano fin troppo piccoli per la sua mole ingombrante e gli oceani poco profondi. Inoltre avrebbe dovuto usare tutto il legno dei boschi dei tre continenti per costruire il suo veliero, e non era felice all’idea di disboscare l’intero pianeta per soddisfare i suoi bassi desideri di pirateria. Ogni tanto metteva da parte qualche tronchetto di albero e aspettava che ne crescessero altri sulla stessa zona per evitare la deforestazione. Ne aveva già accumulati tanti da poter costruire l’albero di prua. Per il resto della nave avrebbe dovuto aspettare che ricrescessero. Spesso guardava le stelle del firmamento e i pianeti del Sistema di Nania volteggiare come in una danza sensuale, sognando di trovare un pianeta abbastanza grande un giorno da potergli permettere di solcare mari infiniti su una nave costruita da lui stesso. Per il momento però la vita su Nania scorreva monotona, a rilento. Quasi come questa lettura. Lui aveva imparato ad accontentarsi di poco e la pesca divenne presto il suo passatempo preferito, per quanto infruttuosa. A lui, in fondo, bastava l’aria fresca delle montagne australi, il caldo del sole, e bagnare i suoi piedi nudi negli oceani. Solo questo, niente altro. Tutto scorreva placido. Tutto era tranquillo.
Un bel giorno, però, Mg’weh vide arrivare verso di lui due esseri, anche loro poco più grandi di Nania (il che era strano), a cavallo su di uno scooter spaziale poco più piccolo di loro (il che era ancora più strano). Indossavano uniformi rosso porpora, un vero pugno nell’occhio messe in contrasto con le tenebre del fondo dello spazio. Avevano elmetti di metallo scintillante con una bizzarra punta in cima. Gli scooter sembravano scatolette di latta, ma avevano due reattori a fusione in grado di spingerli a velocità prossime alla luce. Mg’weh si rese conto di poter vedere le stelle lontane e i contorni sfumati dei pianeti vicini attraverso i loro corpi gelatinosi. Turbato, lasciò cadere la minuscola canna da pesca negli oceani a sud e osservò il più magro e oblungo dei due tirare fuori dal nulla un foglio, afferrandolo con le dita tentacolari. L’alieno si schiarì la gola, indossò un monocolo sul suo unico occhio centrale e, sollevando una parvenza di mento gelatinoso, iniziò a leggere.
«È con grande fervore che l’Invincibile Corazzata annuncia l’annessione dei primi territori stranieri» disse, con una voce dai toni strani e una cantilena nasale, fastidiosa al solo sentirla.
L’altro alieno, piccolo e tozzo, rivolgeva il viso verso Mg’weh, ma gli occhi strabici viaggiavano per conto loro, da una parte all’altra. Tremava come se fosse sul punto di mordere qualcuno con la sua mascella squadrata e la mandibola protesa in avanti. La testa a forma di uovo poggiava sul corto e tozzo busto, senza alcuna parvenza di collo. Il cosetto ogni tanto squittiva, come se soffocasse una rabbia animalesca tenuta a bada da un velo di autocontrollo del tutto instabile e precario. Le corte braccine afferravano i manubri dello scooter che continuava a fluttuare nello spazio siderale a poca distanza da Nania e da Mg’weh.
«Buono Spike, buono…» disse l’alieno magro, porgendo la mano gelatinosa verso l’esserino a forma di uovo che dava l’aria di essere a tutti gli effetti un’arma di distruzione di massa. «Popolo di Nania, non opponete resistenza e l’annessione sarà pacifica. Fate altrimenti e non ci saranno prigionieri. L’ultimatum ha valenza fino a numero tre giorni locali dall’avvenuta comunicazione, dopodiché sarà rappresaglia. Firmato il Capo di Gabinetto, Primo Ministro, Ministro della Guerra, Sottosegretario alla Logistica e Comandante supremo, Sgnork.» Chiuse il foglio e lo mise nella tasca interna della divisa pluridecorata di medaglie al valore. Poi mise i pugni sui fianchi e sporse il poco di mascella che aveva all’infuori. Mg’weh si grattò la barba e guardò perplesso i due esseri ondeggiare nello spazio fuori l’atmosfera sottile di Nania.
Era già passata mezza giornata da quando ricevette l’ultimatum, perciò fu sbrigativo: «Ma qui ci abito io» disse, scaccolandosi le dita dei piedi.
L’alieno azzurro posò improvvisamente lo sguardo sul pelosone: «Allora non hai sentito! Questa è una dichiarazione ufficiale, un atto notarile di valenza Galattica e di uno spessore incommensurabile. Che razza di risposta sarebbe questa? Certe giustificazioni sono un insulto alle istituzioni della Confederazione Galattica, all’etica della guerra e alla… ma… ma che fa, dorme?».
Un’altra giornata passò su Nania e Mg’weh si accasciò sulla superificie ricurva del Pianeta nano, russando così forte da causare onde anomale nei mari dell’est.
«Ma che fa, mi scusi? Come si permette? Questo è oltraggioso!» Ma il corpo sfinito di Mg’weh continuava a traslare e roteare assieme a Nania. «Che modi sono questi? Non si rende conto dell’insolenza che… oh ma è già sveglio?» E così dicendo, il Comandante Sgnork osservò Mg’weh ripescare la minuscola canna da pesca e sbadigliare. «Scusi ma quanta autonomia ha lei?»
«Tu non dormi mai la notte?» rispose l’uomo, assonnato. «E comunque dicevo: qui ci abito, non sono mica in vacanza. Non ho posto dove andare, sono cresciuto su Nania, non posso abbandonare casa mia solo perché volete viverci voi» disse.
«E io le ripeto che certe scuse se le può risparmiare.»
«Grruunt!» ringhiò Spike, l’esserino a forma di uovo a cavallo dello scooter.
«Ben detto soldato! Anche le truppe sono concordi nel dire che le sue siano solo sciocchezze. Sciocchezze di un vigliacco. Combatta per la sua terra, piuttosto, vinca la Guerra! …dubito che possa riuscirci» sussurrò all’animaletto che ghignò mostrando l’arcata inferiore di denti aguzzi. «Lei sarà così libero di proseguire la sua noiosa esistenza. Oppure di morire in battaglia, con onore. Nei libri di storia che saranno scritti su Nania lei sarà dipinto come un grande guerriero, un impavido patriota, invece che come una flaccida palla di pelo. Il pianeta Nania possiede delle risorse che lei nemmeno immagina: carbonio, azoto, cadmio, acqua allo stato liquido; una vera gemma di un valore inestimabile che, in mano a uno come lei è sprecata, deturpata, inquinata sia nei mari…» Osservò Mg’weh lanciare una caccola nei canali d’acqua a Nord-est e un peto del forse-gigante, forse-uomo, liberò una nube giallognola che si amalgamò alla sottile atmosfera.
Il piccolo Spike sghignazzò, gli occhi strabici uscirono quasi fuori dalle orbite. Il Comandante riprese: «Non avete una fanteria, non avete un genio militare o una base logistica, la vostra popolazione conta a malapena una sola unità; non ci risulta nemmeno che abbiate una flotta navale». «Non è vero!» sbottò Mg’weh «il mio vascello lo sto ancora costruendo, e un giorno solcherò i mari! Devo solo aspettare di mettere da parte abbastanza legna da…» Tum! D’improvviso, la testa crollò in mezzo alle gambe e iniziò a russare.
L’occhio del Comandante tremolò, il monocolo gli cadde sulla giacca color porpora.
«Soldato Spike…» disse «prepararsi all’esecuzione dell’ordine 92».
L’animaletto agitò le braccine e le gambe minuscole, abbaiò carico di un’euforia improvvisa. Indossò poi uno zaino a reazione preso da sotto il sedile dello scooter, ansimando con la lingua di fuori.
Mg’weh riaprì gli occhi e si stiracchiò irrigidendo persino le dita dei piedi.
«Signor Mg’weh…» disse con voce rauca il comandante «l’ultimatum è scaduto. La sua decisione? Evacuazione, resa o Guerra?».
Il pelosone si grattò la barba e dei fiocchetti di forfora caddero sul deserto centrale. «Se volete posso spostarmi più in qua, Nania è abbastanza grande per tutti. Posso offrirvi le migliori canne da pesca e oh…» Prese un ciuffo verde dai suoi orti e lo porse con la punta delle dita verso gli alieni. «Carote?»
«Eseguire l’ordine 92, eseguirlo ora! Ora! Armarsi e colpire, colpire senza pietà!» gridò il Comandante.
Spike premette un bottone e dallo zaino schizzarono fuori fiamme blu. Il piccoletto si sparò verso Nania come un proiettile, le fauci si aprivano a chiudevano a ripetizione, pronte a fagocitare qualunque cosa incontrassero.
Mg’weh cambiò espressione, schivò il proiettile, si buttò oltre l’orizzonte. Spike si schiantò nei deserti centrali, agitò le braccia e riprese la carica sollevando una tempesta di sabbia. Mg’weh superò le pianure, saltò oltre le catene montuose a est, scivolò sui mari a sud. Poi si fermò di colpo e si mise in verticale, sulle braccia. Il proiettile con le fauci gli tranciò una ciocca di capelli. La gravità si fece debole, le mani iniziarono a perdere aderenza al pianeta. In verticale Mg’weh uscì dall’orbita di Nania e iniziò a fluttuare nello spazio vuoto. Spike cambiò direzione e puntò verso il flaccido peloso.
«È il momento, truppe! Attacco frontale, non facciamo prigionieri!» gridò il Comandante.
Mg’weh vide l’arma di distruzione di massa lanciata verso di lui, si coprì le orecchie, chiuse gli occhi e cercò di immaginare di essere in un posto lontano da quello. Lo sforzo fu così grande che sentì il corpo svuotato, più leggero, meno gonfio. Spike mancò il bersaglio per un pelo. Mg’weh riaprì gli occhi, incredulo, e vide una nube giallognola diradarsi vicino a lui.
Il Comandante non riuscì a credere ai propri occhi.
«Ha un sistema a endoreattori che non avevamo previsto, truppa! Ma non sarà di certo questo a fermare l’Invincibile Corazzata.»
Spike ridacchiò, gli occhi strabici quasi uscirono dalle orbite, poi si lanciò di nuovo alla carica agitando le braccine.
Mg’weh iniziò a comprendere, rilasciò altra aria giallognola in tremendi peti a intermittenza. Spike seguì la scia a grande velocità. Attraversarono cinture di minuscoli detriti, ghiaccio in sospensione, giocarono a nascondino col sole al crepuscolo degli altri pianeti. Mg’weh teneva le braccia larghe e sorrideva mentre viaggiava nel sistema solare. Poi Spike sbucò da dietro un detrito. Le fauci dentate mozzarono la gamba di Mg’weh. La tibia e il piede strappati iniziarono a fluttuare lontano da lui, le goccioline di sangue disegnavano un arcobaleno porpora attorno al pelosone. Mg’weh gridò di dolore, quasi pianse tenendosi una gamba. Spike prese di nuovo velocità e si scaraventò verso l’uomo urlante. Mg’weh lo bloccò e lo trattenne con le braccia prima che questi gli azzannasse il petto. Le fauci della bestiolina si aprivano e chiudevano a ripetizione. Portò una mano alla cintura dello zaino a reazione e strappò via una cinghia. Un reattore si staccò e Spike iniziò a volteggiare a spirale in giro tra i pianeti. Senza più controllo, ululava.
«No, soldato! Hanno sabotato le nostre truppe, maledetti! È arrivato il momento di…» Ma prima che riuscisse a finire vide Mg’weh lanciarsi verso di lui seguito da una nube gialla.
Lo schivò, reggendosi l’elmetto sulla testa. Il pelosone capitombolò sullo scooter incustodito di Spike e si schiantò su Nania, finendo con la faccia immersa nelle foreste tropicali, assieme alla macchina infilata col muso nella crosta del pianeta.
Catturato dalla forza di gravità fece per rialzarsi, ma afferrò inavvertitamente il manubrio dell’acceleratore. Due enormi fiammate blu si sprigionarono dal retro dello scooter. Nania iniziò a muoversi fuori dalla sua orbita. Diede quindi uno strattone alla scatoletta di metallo per dissotterrare il muso dalla crosta del pianeta, ma diede per sbaglio ancora gas e le fiamme brillarono come un secondo sole, spingendo Nania ancora più lontano, a gran velocità.
Il comandante indossò il monocolo e vide la sua terra di conquista andare via per sempre, lontano da lui e dalla Invincibile Corazzata, accelerando fino a una velocità prossima alla luce. Il primo tassello della costruzione di un glorioso impero scomparve nel nero d’inchiostro dello spazio siderale.
«L’impero… l’impero…» diceva, trattenendo le lacrime.
Ripreso il controllo dello zaino, Spike si avvicinò placido al suo Comandante ricurvo su sé stesso mentre picchiettava le braccine, mugugnando versi incomprensibili.
«No Spike,» disse Sgnork «non possiamo più fare nulla. Uscito dalla sua orbita, un pianeta diventa…». Si tolse l’elmo poggiandolo sul petto. «Diventa un asteroide non più sotto giurisdizione della Confederazione.» E scoppiò a piangere lacrime del colore dell’arcobaleno. Sullo sfondo nero il pianeta Nania vagava per lo spazio, seguito da una coda azzurra.

E ora vi starete chiedendo: che razza di finale è mai questo? Dove sarebbe l’eroismo? A che punto dovremmo fare un cenno col capo e dire: «Beh, alla fine tutto questo potrebbe anche avere un senso, forse»?
Ma le vostre legittime domande ne presuppongono un’altra: «Che cos’è un eroe?».
È un uomo peloso che riesce a salvare un pianeta?
Un guerriero indomito?
Uno senza cura dell’igiene personale, ma con dei superpoteri in grado di sventare una minaccia aliena?
Nelle storie più bizzarre, spesso, gli eroi sono coloro i quali riescono a essere quello che sono, nonostante tutto. Sono quelli che riescono a perseguire la propria ambizione, anche involontariamente, trascinati dagli eventi della storia.
Siete a conoscenza del fatto che se un oggetto si trova fuori dall’area di competenza del Sistema solare a cui dovrebbe appartenere la Confederazione Galattica reputa quell’oggetto immerso in una zona di spazio non di loro competenza? Li chiamano Spazi Intergalattici o, per i terrestri, in un gergo più comprensibile, acque internazionali. E se quell’oggetto potesse cambiare rotta, accelerare, essere governabile, di fronte a cosa ci troveremmo? Se questo non vi fa squillare un campanellino in testa o vi lascia del tutto indifferenti, sarete certamente più curiosi di sapere che, dopo i fatti accaduti, il Comandante Sgnork mandò in pensione l’Invincibile Corazzata rifugiandosi di tanto in tanto nei peggiori pub che la Galassia avesse da offrire. E il gelatinoso essere oblungo, in compagnia del temibile Spike, tremolante di rabbia repressa e con gli occhi strabici, spesso finì per raccontare, ubriaco, di come avesse ancora avvistato nei meandri più remoti della Confederazione il suo acerrimo nemico: un uomo peloso. Un uomo talmente peloso da avere i peli arricciati sulla schiena e le gambe. Un uomo che, a cavallo di una cometa, attraversava campi di polvere di stelle, investito dai frammenti di un ghiaccio brillante, baciato dai raggi delle stelle pulsar ai confini dell’Universo. E che con un sorriso fiero, la barba incolta e una gamba fatta di legnetti minuscoli, cavalcava le onde dello spazio siderale, libero da ogni giurisdizione, immune a qualsiasi legge: un vero e proprio pirata dello spazio.

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