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Illustrazione di Agrin Amedì
Messaggio di Filippo Mancini, dal Policlinico: «Ciao a tutti. Ieri ho sentito Paola. Mentre giovedì Giovanni ha respirato autonomamente solo per circa mezz’ora a causa di una crisi di cicli respiratori molto frequenti, ieri, venerdì, ha respirato in autonomia dalle 14 alle 19, con i valori della pressione e dei battiti nella norma. Paola gli ha sfogliato il bellissimo libro con le loro foto e Giovanni lo ha guardato con interesse».

Messaggio di Filippo Mancini, dal Policlinico:
«Ciao a tutti. Ieri ho sentito Paola. Mentre giovedì Giovanni ha respirato autonomamente solo per circa mezz’ora a causa di una crisi di cicli respiratori molto frequenti, ieri, venerdì, ha respirato in autonomia dalle 14 alle 19, con i valori della pressione e dei battiti nella norma. Paola gli ha sfogliato il bellissimo libro con le loro foto e Giovanni lo ha guardato con interesse».

Due trilli, una pausa, due trilli, un’altra pausa, infine un ultimo trillo, breve. Quella mattina mi era sembrato che il suono della campanella di fine lezione fosse più lungo. Ci eravamo avviati lungo i corridoi di corsa. La quinta D era all’ultimo piano, perciò scendevamo in coda alle altre classi. 
«Ehi raga’, devo andare, scappo.» 
«Dove vai, Giò?”» 
«Devo andare, ciao. Ci si vede domani…» 
In un attimo Giovanni ci aveva sorpassato tutti, due gradini alla volta; a spinta si era fatto spazio lungo le scale. Era già arrivato fuori, lontano. 
«Ma dove va così di fretta? Mai visto scappare in questo modo…» 
Mi ero girato verso Filippo ridendo, ma lui invece era diventato serio. Con lui eravamo amici dalle elementari, ci consideravamo fratelli. 
«Deve vedere Paola, credo… Qui, dietro al parco. Me lo ha detto ieri…» 
Rimasi in silenzio, non so per quanto. 
«Mi dispiace Marco… Cazzo, ma non te lo ha detto? Oh, gli ho detto di dirtelo… Non te lo ha detto? Io pensavo lo avesse fatto, giuro Marco. Altrimenti…» 
Ci avevano interrotto; un gruppo dell’altra classe si era infilato tra noi mentre stavamo aspettando sulle scale per scendere. Filippo si era ritrovato sotto, più avanti, e la frase si era perduta nella confusione dell’uscita. Lo avevo raggiunto nel cortile vicino al cancello. «Altrimenti cosa?» 
«Altrimenti… non te lo avrei detto.» 
«Bell’amico del cazzo! Quindi non me lo avresti detto?» 
La mia voce stava vibrando, incrinata dalla rabbia e dal pianto. 
«Cioè tu sai che la mia ragazza aspetta un altro fuori dalla scuola, che non è un altro qualsiasi ma è Gio’, e non mi avresti detto niente?» 
Filippo non mi stava guardando. Era in imbarazzo. Non voleva litigare. 
«Non è più la tua ragazza…» aveva sussurrato. 
«Che? Non è più la mia ragazza? E tu che ne sai? Te lo ha detto lei?» gli avevo urlato puntando il dito sotto il mento. La sua faccia era ormai a pochi centimetri dalla mia, ma sentivo solo il mio respiro. Forte.

Messaggio di Filippo:
«Buongiorno, ho sentito Paola. Ieri per Giovanni la giornata è stata discreta. Ha respirato comunque aiutato dal respiratore, non ha avuto crisi di nessun tipo e i valori pressori, dei battiti cardiaci e dei cicli respiratori sono stati nella norma. Stiamo aspettando i referti di un’ulteriore Tac. I medici hanno deciso di proseguire lo svezzamento dal respiratore diminuendo la portata della ventilazione, anziché staccarlo dalla macchina. Pensano così di evitargli delle crisi di respiro accelerato».

Mi stava mancando l’aria, fuori dal cancello di scuola, sul marciapiede. Io e Filippo ci eravamo sempre raccontati tutto. Condividendo ogni episodio della nostra vita: le partite di pallone, le birre di nascosto dai genitori, i 4 di francese copiando l’uno con l’altro, l’eccitazione delle prime scopate. Però Filippo ora non trovava la forza di dirmi che Giovanni stava uscendo con Paola. 
«Non è più la tua ragazza Marco, lo sa tutta la scuola. Lei lo ha raccontato a tutte le amiche…»
Filippo aveva fatto un passo all’indietro. 
«E che altro ha raccontato?»
Ero fuori di me. Restai in attesa che Filippo parlasse. Sembrava incerto. 
«Che… che gli piace Giovanni da un sacco, che voi non vi vedete più e che tu l’hai capito, anche se non gli hai chiesto niente e fai l’indifferente.» 
Ero rimasto come uno coglione, inebetito sul ciglio della strada. Ci aveva pensato suo padre a scuotermi suonando il clacson; si era fermato pochi metri avanti l’ingresso. 
«Vado Marco, scusa. Ma, oh, stai calmo. Ne parliamo stasera, ok?» 
Aveva allungato una mano sulla mia spalla, poi si era allontanato verso la macchina che era ripartita appena Filippo era salito. Non c’era più nessuno a scuola; gli altri erano ormai lontani verso le loro case. Non mi era dispiaciuto restare solo. Ero a terra, non avrei voluto farmi vedere cosi in giro. Tutta la scuola sapeva già che non gli piacevo più. Forse non gli ero mai piaciuto.

Messaggio di Filippo:
«Ciao a tutti. Ho parlato con Paola. Giovanni oggi senza febbre per quasi tutto il giorno. Stasera invece un po’ di alterazione. Ha respirato autonomamente per sei ore ma nel pomeriggio causa affaticamento è stato nuovamente aiutato dalla ventilazione. È stata sospesa la cura antibiotica in attesa che la febbre scenda».

Quell’anno eravamo usciti sempre assieme noi tre: io, Filippo e Giovanni. Tutti i sabati, a girare la sera, a ballare, a farci una birra. E magari una canna. Paola spesso doveva studiare, era molto insicura, temeva di non accedere agli esami; lui invece andava bene a scuola, tranne in latino dove gli davo una mano. Contraccambiava con lezioni di corteggiamento con le ragazze: aveva grande successo. Ne aveva almeno una sempre attorno. Era stato propio lui a incitarmi a uscire con Paola. Giocavamo tutti e tre nella stessa squadra di volley: io ero l’alzatore, organizzavo l’azione e preparavo la palla, lui era lo schiacciatore, aveva talento, sbagliava assai raramente. Filippo era riserva, a lui non importava, giocava nella squadra per restarci vicino. In tutte quelle ore e settimane trascorse assieme, Giovanni non mi aveva detto niente sul fatto che si vedeva con Paola. Chissà da quanto. Lei non mi cercava più. Da un po’ non si usciva più soli noi due, ma non avevamo mai parlato di lasciarci. A scuola faceva di tutto per evitarmi: arrivava all’ultimo momento al mattino e durante l’intervallo si avvicinava per una carezza e un bacio frettoloso quasi sempre sulla guancia, ma mai davanti agli altri. Poi correva dalle amiche. Giovanni ci guardava da lontano senza fiatare. Ma nel pomeriggio dopo la scuola non c’erano particolari cambiamenti. Ero convinto che con Paola le cose sarebbero presto tornate quelle di prima. Mi ero detto che c’erano mille ragioni per cui non riuscivamo a vederci: lo studio, lo sport, gli amici, abitavamo lontani. Ma a pensarci bene non me ne sembrava valida nemmeno una. Tra noi era finita e volevo ignorare la confusione tremenda che questo fatto mi stava causando. Fino a quel sabato, alla finale del torneo provinciale. Grazie a Giovanni avevamo vinto molte partite, eravamo i favoriti, c’era molta attesa da parte di tutti. Ma avevamo giocato con molta tensione. Giovanni era distratto e piuttosto nervoso, aveva commesso molti errori. Fino al Tie break. Il momento del punto finale. Dopo la ricezione avevo alzato la palla per la schiacciata. Seguì il colpo sordo della palla sulla rete. Giovanni aveva colpito malissimo, a mezza altezza, capitolando in piena rete. Subito dopo il fischio dell’arbitro aveva concluso il match. Breve. Secco. Partita finita. I momenti successivi erano passati al rallentatore. La nostra squadra aveva lo sguardo smarrito dalla delusione, mentre era esplosa la gioia degli avversari insieme all’esaltazione generale del pubblico. Giovanni si era accasciato a terra, lasciandosi andare, gli occhi al cielo, sconfitto. Filippo si era messo la testa tra le mani, affranto. Io ero stordito in mezzo al campo, immobile. In quel momento, rialzandosi, mi aveva guardato negli occhi: «Scusami, oggi ho giocato da schifo… È che…». Ma non gli avevo dato il tempo di completare la frase ed ero corso ad abbracciarlo: «È andata, fanculo! Ci rifacciamo la prossima!». Lui non aveva replicato. Ci aveva pensato un istante, poi era passato. 
Paola non era venuta alla partita. Quella sera non avrebbe risposto al telefono, la madre mi aveva detto che stava studiando e non voleva distrarsi. Invece era fuori con lui.

Messaggio di Filippo:
«Buonasera a tutti. Oggi Giovanni si è dimostrato poco reattivo con senso di debolezza dovuto alla repentina perdita di liquidi. Ha respirato aiutato dalla ventilazione. Ha avuto diverse linee di febbre alternate a momenti di maggiore lucidità. Attendiamo i risultati delle analisi. Paola non sa dire altro per ora».

Erano seduti sulla panchina. Nel parco, proprio dietro la scuola. Abbracciati. Giovanni di spalle, il suo braccio sinistro intorno alla sua vita, la mano destra che le carezzava dolcemente il viso. Paola con la testa appoggiata sulla sua spalla, gli zaini per terra, quello di lei aperto, rovesciato con la chiusura allentata. Si vedevano all’interno i libri ed i quaderni. Paola poi aveva alzato la testa e lo guardava fisso mentre Giovanni gli sussurrava qualcosa. Lei si era messa a ridere. Senza aspettare ancora ero uscito dal parco e avevo preso l’autobus per ritornare a casa. Non volevo più stare a guardare. Ero entrato a casa sbattendo la porta e senza fermarmi in cucina. Mia madre mi aveva visto defilarmi e aveva urlato qualcosa sul pranzo che si era freddato; gli avevo gridato che non avevo più fame, chiudendomi dietro la porta della camera. Avevo messo la musica a palla, sdraiandomi con la cuffia sul letto. Da allora non sono più andato alle partite di pallavolo. L’ indomani ci sarebbe stato il compito di latino. Alla maturità, qualche mese dopo, la versione di Tacito sarebbe stata la mia prova migliore.

Messaggio di Filippo:
«Buongiorno a tutti. Ieri Giovanni ha avuto la febbre al mattino e a metà pomeriggio. Per la prima volta episodi di vomito, probabilmente dovuti a un integratore che gli viene somministrato ma che lui non riesce a digerire. Valori di pressione e battiti cardiaci instabili, anche se si è un poco ripreso in serata. Aiutato tutto il giorno dalla ventilazione per respirare. I medici che prima erano ottimisti ora non si pronunciano più. Ieri sono trascorsi sette mesi da quando Giò ha avuto l’arresto cardiaco. Paola ha pianto un po’ al telefono, ma è forte. “È solo un momento” mi ha detto, “domani passerà”».

C’eravamo rincontrati una domenica sera d’estate. Io, mia moglie Maria, Giovanni e Paola. Con Filippo invece avevamo continuato a frequentarci; era stato il mio testimone di nozze e il padrino dei miei figli. Lui non si era mai sposato, aveva sofferto la perdita prematura della madre e si era dedicato ad accudire il padre che era vissuto ancora un po’. Ogni tanto mi dava notizie di Paola, evitando accuratamente di parlarmi di Giovanni. Ma da tempo non me ne importava più niente, erano passati molti anni ormai. 
Quel giorno li vidi uscire entrambi dalla pista da ballo e venirci velocemente incontro senza notarci. In pratica ci scontrammo. Anche quell’anno lo stabilimento al mare aveva aperto la domenica per serate a tema. Gli amplificatori trasmettevano musica anni ‘80 sulla pista in legno della spiaggia: Donna Summer, Kool and the Gang, Gipsy King. C’era tanta gente, molti cocktail sui tavoli, molte persone che si divertivano; alcuni non ballavano e stavano guardare i più bravi scatenarsi in gruppo. Molti si conoscevano. C’eravamo raccontati quegli anni di distacco: io con lo studio legale, Maria in aeroporto, i nostri ragazzi a scuola, loro due in banca, entrambi con una brillante percorso intrapreso. «Non abbiamo figli, non li abbiamo cercati, c’è ancora tempo; quando arriviamo ai quaranta anni, magari. Ormai tutti li fanno tardi; ci sistemiamo, compriamo casa più grande e poi li facciamo…» Mentre Giovanni parlava, Paola ci osservava in silenzio, roteando nella mano il suo bicchiere. A lungo, come se fosse indecisa sul fare commenti o meno. Dopo aveva girato il volto per seguire chi ballava in pista, come se il discorso non la riguardasse, aveva fissato Maria, le sue mani, l’anello e il suo viso per un attimo mi era sembrato scomposto. Poi aveva posato il bicchiere, aveva messo su un sorriso e aveva domandato: «E gli altri compagni del liceo?». Di Filippo sapevamo. 
«Andrea, quello alto, che fine ha fatto?»
«Ha ereditato il negozio di tappeti del padre dopo la sua morte, del resto non aveva voglia di studiare. Alla maturità lo avevano fatto passare solo perché il padre era andato a implorare la sua promozione alla Commissione. Poi Stefania tre figli, uno dietro l’altro. L’ho rivista due anni fa, non la riconosceresti. Ti ricordi? Era bellissima. Ora ha messo su venti chili; il marito è in cassa integrazione e non lavora nemmeno lei. Ma ha un sorriso luminoso. Teneva i tre bimbi per mano, la stavano facendo ammattire, tre pesti. La più piccola ci ha fatto le linguacce mentre parlavamo, sembrava molto felice. Claudia, invece, è stata male parecchio, sembrava che la chemio avesse funzionato, ma non so. L’ho vista gonfia e si muove a fatica. Franco l’ho perso di vista. Peccato, sarebbe stato bello sentirlo ogni tanto. Mi hanno detto che fa il musicista come venti anni fa… Ti ricordi che casino quando suonava alle feste?» 
«Ciao ciao, dobbiamo andare. È stato bello vederci. Prima o poi dobbiamo passare una serata insieme. Certo, non dobbiamo perderci di nuovo. C’è un nuovo ristorante sotto casa nostra da provare. Voi dove state? Ah Monteverde, bel quartiere, si vive bene. Voi Ostia? Allora siete vicini. Scambiamoci i telefoni, ti mando un messaggio così memorizzate il cellulare e la mail. Andiamo. Ma davvero, non facciamo che lo diciamo e poi non ci sentiamo più. Scusate, suona il telefono, ci aspettano. È stato un vero piacere. Un bacio.»

Messaggio di Filippo:
«Buonasera. Oggi non è stata una bella giornata. E nemmeno ieri. Paola mi ha detto che Giovanni, a causa dello spostamento della cannula della tracheotomia, ha respirato autonomamente solo un’ora. Lo scambio gassoso polmonare è stato insoddisfacente e alla sera ha avuto una crisi che ha comportato una rapida sedazione. Valori di pressione e battiti cardiaci rientrati faticosamente nella norma. I medici dichiarano di aver compiuto tutti gli interventi necessari».

A gennaio eravamo andati a cena per festeggiare il compleanno di Claudia, il 50esimo, una ricorrenza importante. Al telefono mi aveva detto che aveva temuto di non farcela ad arrivarci. Paola mi aveva chiamato per metterci d’accordo sul regalo, non ci sentivamo da tempo, ma la sua telefonata non mi aveva sorpreso. «Ci vediamo in quell’occasione» mi aveva detto. Di sottofondo si sentiva il rumore di un citofono che suonava senza ottenere risposta. 
Su Facebook avevano tutti confermato immediatamente l’appuntamento. Molti avevano capito che era l’ultima occasione di rivederla, anche se nessuno lo avrebbe mai confessato a voce alta. Indossava un vestito stretto e rosso fiammante, un foulard con tanti colori, le scarpe con il tacco alto. Ma il vestito si arricciava in vita, ricadendole sui fianchi. Il viso sembrava verdastro, cereo, appena nascosto da un po’ di fondotinta. L’avevo baciata sulla fronte. L’unica concessione alla stravaganza che si era concessa era un cappello a falde tese color chiaro che non si toglieva mai, probabilmente per nascondere i capelli bruciati dalla chemio. C’era una musica leggera di sottofondo che non disturbava. Man mano che si beveva del vino la conversazione era diventata più rilassata e allegra, spostandosi su cose quotidiane come i trasporti mal funzionanti, l’aumento delle spese del telefono, del condominio, i film che avevamo visto. Qualcuno in un angolo dibatteva di politica. Alla fine Claudia aveva chiesto una foto per conservare per sé quel momento prezioso. Tutti si erano messi in posa: pausa, premi il bottone, pausa, flash, fatto. Nella foto Giovanni aveva un sorriso tirato e la camicia sbottonata, Paola il braccio intorno alla vita di Claudia con indosso un filo sottile di perle. Entrambi sembravano piuttosto spaesati. Filippo era vestito elegante, ma aveva tolto la cravatta. Sottovoce scherzava con Claudia che lo ringraziava. La festa era stata una sua idea. Giovanni si era una prima volta negato al telefono e solo in un secondo momento Paola lo aveva convinto a partecipare alla cena. Paola si era seduta accanto a Claudia e aveva parlato quasi esclusivamente con lei, come se volesse immagazzinare nella memoria per sempre quei momenti. Ogni tanto guardava Giovanni che era seduto dall’altro capo del tavolo, impegnato a fare battute sugli ultimi anni di scuola. Molti ridevano. Poi rinunciava a tener fisso lo sguardo, incrociava i miei occhi e infine tornava a fissare Claudia. Mi chiedo da quel giorno come appaino quegli episodi del vivere quotidiano a una persona che sta per morire. La fotografia, le risate, la visione di un film, gli autobus che non arrivano… Come se conservarli con pazienza, avvolgerli e proteggerli in un involucro, possa in qualche modo servire dopo. Si discuteva di registi e attori, di traffico e ricordi, dell’esito dell’ultimo voto, come se nel periodo finale della propria vita non ci sia niente altro da fare che continuare a vivere con le proprie vecchie abitudini. Si chiacchiera, si va al cinema, si fa una telefonata. Non c’è nessuna profonda intuizione, nessun pensiero salvifico, nessuna riflessione diversa da quelle fatte di solito. 
Alcuni mesi dopo quell’incontro, al suo funerale, era apparso chiaro che in quella giornata nessuno era stato in grado di trovare un argomento di commiato più affettuoso delle spese condominiali che continuavano a crescere e delle cazzate che si vedevano sugli schermi. Allora mi era tornato in mente il giorno successivo a quello in cui avevo visto Giovanni e Paola in quel parco: prova in classe di latino. Due trilli, la pausa, due trilli, la pausa lunga, un trillo breve. Quella mattina il suono della campanella d’inizio lezioni mi aveva trovato con gli occhi chiusi e le mani aggrappate al banco. Giovanni era entrato sedendosi come al solito davanti, poi mi si era rivolto appena era arrivato il professore, prima del compito: «Passami il foglietto con le frasi». E si era girato senza aspettare un mio cenno. Il suo sguardo continuava a fissami, incredulo, durante tutta la prova mentre io facevo finta di non vederlo. Al termine il professore si era aggirato tra i banchi per ritirare il testo finale. Per tutto quel tempo Paola ci aveva osservato dal fondo della classe senza dire una parola, e appena mi era voltato aveva distolto lo sguardo. Dopo aver consegnato Giovanni si era alzato, buttando un ultimo sguardo nella mia direzione. Aveva il viso a terra, e senza dire una parola si era allontanato verso l’uscita. La settimana dopo avrebbe cambiato banco, spostandosi in fondo proprio accanto a Paola, e da quel momento non ci saremmo più parlati. Un unico ciao, freddo, qualche settimana dopo davanti ai tabelloni esposti con i voti della maturità: io con 42/60, grazie al latino, lui con 54.

Messaggio di Filippo:
«Buonasera. Paola oggi è stata molto breve al telefono. Giovanni ha avuto dolori fortissimi per tutto il giorno che non si sono attenuati, nonostante la somministrazione di molti medicinali. Non si conosce la causa esatta del malessere. Si sa solo che la pressione e i battiti cardiaci hanno avuto un rapido innalzamento. Ha avuto sempre la febbre. I medici stanno valutando un intervento. Paola dice che non sa se è la cosa migliore. Ma si affida a loro».

Ho incontrato Paola nel parcheggio di un supermercato. È sempre bella. Anche adesso che ha il viso teso dalla preoccupazione e che si sforza di non piangere in pubblico. Porta i capelli biondi tirati all’indietro, legati con un nastro di colore scuro. La sua pelle è rimasta liscia senza macchie e i suoi occhi cerulei continuano a emanare quel fascino che mi aveva stregato al liceo. Il suo sguardo si è ulteriormente arricchito di una dolce malinconia. Lei e Giovanni non hanno più avuto figli. Quando ci avevano provato non erano venuti e poi quel tempo era passato. Dopo avermi raccontato del ricovero e dell’ospedale, mi ha chiesto se ricordassi ancora l’ultimo anno del liceo. «Sì, ma niente ormai è come prima», gli ho detto. «Ci ho messo un po’, ma ho fatto pace anche con me stesso.» «Sì, hai ragione,» mi ha risposto «ora è tutto diverso. Ma ho paura e il futuro mi spaventa. Allora non era così». Poi aveva abbassato gli occhi per terra e senza guardarmi aveva detto: «Non so se Giovanni starà meglio». Il suo cellulare aveva cominciato a squillare. Dopo aver dato un’occhiata al display lo aveva rimesso nella borsa aspettando che terminasse. Sono seguiti momenti di silenzio; c’è stato qualche minuto in cui uno di noi due, non importa chi, avrebbe potuto dire qualcosa che forse ci avrebbe permesso di trovare un senso nuovo alle cose. Ma alla fine ci siamo lasciati, dicendo che ci saremmo rivisti quando sarei andato a trovare Giovanni, quando si sarebbe sentito meglio. Mentre pronunciavo queste parole, il pensiero era tornato su quel cellulare che aveva suonato a vuoto pochi istanti prima. Dall’altre parte, da qualche parte, mi stavo immaginando Giovanni lontano lontano, in un posto irraggiungibile.

Messaggio di Filippo, dal Policlinico:
«Buonasera a tutti. Domani i medici interverranno sulla valvola mitralica di Giovanni. L’intervento è rischioso, ma hanno reputato che non vi sono strade alternative. I neurologi hanno dato parere positivo circa gli effetti della anestesia che dovrà essere praticata. Paola ha oggi firmato il consenso. Da ieri sono somministrati regolarmente forti antidolorifici. Paola è stremata e ci ha chiesto di non chiamarla. Ci avviserà dopo l’intervento quando potrà. Non possiamo che attendere. Filippo».

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