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Lo scemo del villaggio

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Illustrazione di Agrin Amedì
Se esiste un’emozione sulla quale la vita si costruisce e si fa unica, il nodo invisibile intorno a cui si forma un’individualità, allora il mio è stato il dolore che provavo per il fatto di sentirmi diversa dagli altri: i primi ricordi che conservo nel cuore sanno tutti di esclusione e di marginalità, e nascono in un luogo la cui esistenza si fa fatica a pensare reale.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia diretto
da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

Se esiste un’emozione sulla quale la vita si costruisce e si fa unica, il nodo invisibile intorno a cui si forma un’individualità, allora il mio è stato il dolore che provavo per il fatto di sentirmi diversa dagli altri: i primi ricordi che conservo nel cuore sanno tutti di esclusione e di marginalità, e nascono in un luogo la cui esistenza si fa fatica a pensare reale.
Questo posto si chiama Collegentilesco, ed è il paese dove è nata mia nonna materna. È una frazione di Amatrice, in provincia di Rieti. Dopo il terribile terremoto del 2016 di queste zone è rimasto ben poco.
È un paese così piccolo che mi chiedo come abbia potuto meritare un nome. Consiste essenzialmente in una piazza, al centro della quale prima del terremoto c’era una grande fontana. Lì ogni mattina andavano a bere le mucche, i cavalli e gli altri animali delle campagne vicine, disseminando le loro enormi cacche per tutto il selciato.
La puzza di letame non dava fastidio: era un odore familiare, quasi confortante. A un lato della piazza c’era una piccola chiesa con una statua dedicata alla Madonnina e davanti, sopra delle panche con la vernice scrostata, sedevano a turno gli anziani, in un lento avvicendarsi che per noi bambini scandiva le ore della giornata.
Le case, non più di una ventina, erano distribuite anch’esse intorno alla piazza, a cerchi concentrici. In tutta la sua estensione il paese non superava i 4 chilometri quadrati.
Dalla piazza partiva una stradina in discesa che portava ai campi di spighe di Torrita. A percorrerla al contrario, più o meno verso la metà, apparivano all’improvviso i tetti delle vecchie case color mattone rovinato dalla ruggine che si stagliavano sullo sfondo bianco e azzurro di montagne e creavano un contrasto che pareva magico: tra tutte spiccava La Leonessa.
«Guardate» diceva mamma a me e a mio fratello non appena la macchina dalla strada principale arrivava alla salita che portava al paese «la montagna ha il profilo del leone».
Noi ci alzavamo in ginocchio sui sedili per guardarla meglio. Per quanto mi sforzassi non notavo questa somiglianza. Mi attraevano di più le nubi sfocate che si ammucchiavano intorno alle vette, e abbassavo i finestrini per annusare l’odore di legna bruciata che sempre impregnava l’aria. Per me Collegentilesco era soprattutto quell’odore.
Era l’inizio di agosto. La nostra famiglia arrivava sempre in quel periodo e si trasferiva per un mese. Ci portava mio padre: me, mio fratello, mamma e nonna. Poi lui tornava in città a lavorare, ma ci raggiungeva ogni fine settimana.
«Eccoli! Siete arrivati finalmente!» Era sempre la voce di zio che ci accoglieva per prima. Ne vedevamo la sagoma robusta, ogni anno più curva, china a zappare l’orto.
La casa in cui andavamo ad abitare, piccola e tutta estesa in altezza, non era completamente nostra: la dividevamo con questi zii e con i cugini, per cui nessuno aveva una stanza per sé, a parte nonna. Io e mio fratello dormivamo in due lettini ai piedi del letto matrimoniale dei nostri genitori.
Questa mancanza di spazio era per me motivo di grande sofferenza: senza una stanza tutta mia non sentivo nemmeno di esistere. C’era sempre qualcuno in giro per casa e se volevo restare sola avevo soltanto una possibilità: dovevo rimanere dentro quando tutti uscivano. Così facevo. La solitudine era una vocazione e una necessità vitale, non potevo rinunciarci, ma anche così le ore in compagnia di me stessa erano poche e precarie. Non bastavano a darmi pace.
In realtà anche da sola in quella casa non mi sentivo felice. Risuonavano in lontananza le voci allegre di mio fratello, dei miei cugini e dei ragazzini che giocavano in piazza: la vita era tutta fuori da quelle mura.
Da me non veniva nessuno. Me ne restavo chiusa in casa a leggere libri: ero la solitaria, l’esclusa.
E anche se la lettura era la mia gioia segreta, in uno spiraglio del cuore avrei voluto essere come tutti gli altri: una bambina sana, sorridente, che correva dietro a un pallone.
«Possibile che stai sempre chiusa dentro casa?» si lamentava mia madre. «Vieni a fare una passeggiata in montagna.»
«Non mi va,» rispondevo scocciata «lasciami in pace».
La verità è che mi vergognavo. Mi vergognavo del mio naso storto, del corpo disarmonico, della mia cagionevolezza. Dovevo nascondermi, rendermi invisibile. Immaginavo gli altri bambini allegri, belli, felici che camminavano per le stradine di montagna. Una malinconia atroce mi nasceva nel cuore.
Perché non riuscivo a fare quello che desideravo? Pensavo a quella passeggiata in montagna per tutto il tempo. Nei miei pensieri inconfessabili c’erano soltanto desideri che non potevo avere.
A mia madre non andava giù il mio carattere chiuso e timido. Faceva di tutto per farmi uscire e spesso la vedevo tornare a casa insieme a qualche bambina sconosciuta con cui avrei dovuto fare amicizia.
«Daniela, c’è qui la figlia dei Boni. Perché non le regali uno dei tuoi libri?» «Daniela, vieni a vedere che bel dolce ha portato Valentina, ha la tua età» «Daniela, puoi tenere compagnia a tua cugina piccola mentre andiamo a fare la spesa?» 
La odiavo. La odiavo quando con la sua voce squillante mi chiamava con le scuse più banali. Odiavo le sue scarpe ortopediche, il camminare storpio, il rumore pesante dei suoi passi che si avvicinavano. Ma soprattutto odiavo il fatto che lei volesse sentirsi come tutti gli altri.
Era un’invalida, una malata di poliomielite. Perché inseguiva con tanta foga il suo posto nel mondo? Perché non si nascondeva come me? Perché non si vergognava delle sue gambe da gabbiano? Perché mostrava senza paura il bastone di legno come fosse la sua arma di difesa?
E perché aveva lottato per sposarsi, fare i figli, studiare e lavorare alla ricerca di quella normalità che la rassicurava?
Proprio nel luogo delle sue origini io sentivo più forte la distanza con mia madre. Forse ero nata da lei per percorrere tutte le deviazioni che non si era mai concessa di seguire.
Esisteva una strada, lo sentivo, su cui anch’io potevo camminare felice, ma non sapevo come arrivarci.
So che non esiste una legge di normalità che uniformi le persone, ma dentro di me io ero una cosa e gli altri, nessuno escluso, erano qualcos’altro. Gli altri erano mia madre all’ennesima potenza. Le mie idee, le sensazioni, la mia visione della vita: mia madre non la capiva e non c’era nessuno con cui potessi condividerla. E questo sentirmi altro era una voragine che mi si apriva dentro, ogni giorno più profonda, più insopportabile.
A Collegentilesco c’era qualcuno ancora più diverso di me. Si chiamava Trieste, e già nel nome così poco comune portava la sua condanna, come se i genitori al momento della nascita già conoscessero il destino che lo aspettava. Così non era, perché che Trieste fosse un bambino con problemi si era capito pian piano, nel corso degli anni. Forse se fosse stato curato e seguito la sua aspettativa di vita sarebbe stata diversa. Ma i genitori erano due contadini poveri e senza istruzione e Trieste era stato lasciato in balia del ritardo mentale, libero di girare ovunque per il Colle.
Non era pericoloso, ci dicevano, ma a me faceva tanta paura. Era alto, robusto, con due mani enormi e sempre rosse. Soprattutto mi terrorizzavano le sue urla interminabili, improvvise, casuali ma quotidiane: Trieste urlava a qualsiasi ora del giorno e della notte, e nelle sue grida c’era la ferocia e la libertà, la disperazione e la sfida; ma soprattutto c’era qualcosa di inspiegabile e misterioso, come un verso di animale al macello. Cominciava piano, un ululare lento, che diventava sempre più sonoro e profondo; poteva durare anche mezz’ora, e ogni minuto il grido si faceva più spaventoso, al punto che spesso dovevo tapparmi le orecchie per impedirmi di ascoltare. Come poteva gridare così a lungo, mi chiedevo.
I ragazzini del paese si prendevano gioco di lui e lo sbeffeggiavano. Lui non se ne accorgeva e quando li vedeva ridere rideva anche lui, insieme a loro. Si divertiva anche se rideva di sé stesso. Era lo scemo del villaggio. Io lo guardavo da lontano e mi si stringeva il cuore ma ero la più vigliacca di tutti perché non lo avvicinavo mai. Forse ero anche peggio degli altri, perché loro lo compativano, io ne avevo terrore.
Il quindici di agosto si festeggiava l’assunzione della Madonna e ogni anno i collani organizzavano una serata in onore della protettrice del paese. C’era un piccolo spettacolo teatrale nella chiesa, organizzato dal prete, poi canti e danze popolari. C’era un banchetto con carne alla brace, salumi, dolci. Tutti aspettavano la serata con trepidazione, tutti erano allegri e sorridenti. Tutti tranne me.
Per me ogni ferragosto era un inferno. Ero costretta a uscire di casa e a unirmi alla folla, i miei genitori non mi avrebbero permesso di restare a casa anche quella sera.
Ma tra la gente non sapevo cosa fare, mi sentivo ridicola e persa, le lunghe braccia mi penzolavano ai lati del corpo come inutili appendici. Nulla nel mio corpo stava al posto giusto. Non avevo amici e se mi fossi unita ai miei cugini sarebbe stato come dar ragione a mia madre. Non potevo farlo. Così vagavo da un mucchietto di gente all’altra, fermandomi soltanto per qualche secondo, sperando che nessuno mi notasse, che nessuno mi chiedesse chi ero o mi costringesse a partecipare ai giochi.
Quando partì la musica pensai di morire. Tutti cominciarono a ballare, i vecchietti pieni di acciacchi, i bambini che a malapena sapevano camminare, ognuno a suo modo, e ognuno perfetto nella sua danza. Erano belli anche se non sapevano ballare, erano belli perché avevano un desiderio, perché la musica gli pulsava dentro e semplicemente la seguivano. Seguivano la vita, non ne avevano paura. Nessuno si sentiva ridicolo come me.
Mi sedetti sull’ultimo gradino della piccola scalinata davanti alla chiesa, mi feci minuscola, sperando che nessuno mi notasse. Chiusi gli occhi immaginando di sparire. Il respiro era bloccato e il cuore mi batteva forte.
«Se soltanto finisse questa maledetta musica» mi ripetevo piano.
Poco più in là mia madre alzava e abbassava il bastone a ritmo di musica, cantando a squarciagola. Mi vergognavo per lei. Come poteva essere così sfacciata? Come poteva pensarsi uguale a tutti gli altri, in diritto di gioire della musica e della festa? Sperai che nessuno la vedesse, che nessuno si prendesse gioco di lei; invece tutti la abbracciavano sorridendo, la baciavano e le facevano gli auguri di ferragosto. Lei non era affatto imbarazzata: semplicemente era una di loro.
Guardai l’orologio, mezzanotte e mezza, non poteva durare ancora a lungo.
«Resisti qualche altro minuto» mi ordinai silenziosamente, poi sentii qualcosa che mi sfiorava la pancia. Mi chinai sobbalzando e mi ritrovai sollevata a un palmo da terra, avvolta nella stretta di braccia sconosciute. Mi voltai e vidi la faccia grossa di Trieste a pochi centimetri dalla mia, le guance rubiconde col primo accenno di barba, sorrideva e mi chiedeva di ballare.
Cominciai a urlare, dimenandomi per lo spavento.
«Lasciami, lasciami, lasciami» gridavo ma la musica alta copriva la mia voce. Trieste sembrava non capire il mio rifiuto e continuava a tenermi saldamente mentre mi portava al centro della piazza.
«Noi balliamo» continuava a dire, ridendo felice. Io avevo le lacrime agli occhi ma lui pareva non accorgersi di niente. Faceva quello che voleva.
Il suo vocione roco ripeteva a memoria le parole della canzone, in automatico, mentre guardava le coppie accanto a noi e si sforzava di copiare i movimenti. Io ero paralizzata per la paura e la vergogna, e il disgusto per Trieste mi faceva venire la nausea. Pensavo che sarei morta lì, in quella piazza.
Cominciai a cercare aiuto nello sguardo dei miei familiari. Ma nessuno di loro mi vedeva, impegnati come erano a ridere e scherzare. Dove erano i miei cugini? All’improvviso ero sola, completamente sola nelle braccia del mostro. Era come se il tempo si fosse fermato, vedevo ogni scena a rallentatore mentre cercavo soltanto di sopravvivere al disagio, alla vergogna, alla disperazione che sentivo. Poi finalmente la musica cessò. Mi trovai di nuovo libera, l’incubo era finito. Mi sentii addosso lo sguardo di Trieste. Sembrava contento.
«Grazie che hai ballato con me» mi disse in un italiano stentato. Poi saltellando raggiunse un gruppetto di ragazzini e cominciarono a giocare a sasso, carta, forbice.
Io rimasi ferma, tutta sudata, le mani appiccicose, le ginocchia traballanti. Sentivo la risata di Trieste dietro di me e quei ragazzini che lo chiamavano scemo.
Possibile che non capiva che lo prendevano in giro? O forse lo capiva e non gli importava? Lo avevo guardato negli occhi e non avevo visto soltanto follia. In realtà Trieste era molto più felice di me. Persino lui, più felice di me.
Ero arrabbiata. Arrabbiata con quei bambini, arrabbiata per l’allegria di Trieste, arrabbiata con mia madre che si concedeva il lusso di ritenersi normale. Ero così piena di rabbia che avrei potuto uccidere qualcuno.
Raccolsi da terra un bastone sporco di fango e lo tirai lontano con tutta la forza che avevo. Un cane andò a prenderlo e me lo riportò. Scodinzolava e mi sembrava fuori luogo persino la sua lingua affannata.
«Vattene!» gli gridai, ma quello mi venne ancora più vicino. Non riuscivo proprio a stare sola. E mentre lo guardavo, quel cane randagio, brutto, malato, pieno di lividi per tutti i calci che prendeva, mi venne voglia di piangere. Crollai a terra, sull’asfalto duro, arresa alla rabbia, arresa alla vita. Il cane rognoso cominciò a leccarmi la mano mentre lo accarezzavo, il pianto sommesso diventava un singhiozzo, poi un urlo. Gridavo disperata, come Trieste, gridavo e non mi importava niente che gli altri mi sentissero.
Quando alzai lo sguardo vidi mio fratello che mi veniva incontro. Lo abbracciai. Avevo anche io, come lui, tanta voglia di vivere.

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