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Amplesso telefonico

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ho letto una volta sul telefono che la gente passa in media un’ora al giorno a guardare il telefono, che detto fra noi mi sembra poco considerando che dove ti giri vedi gente attaccata al telefono ma ammettiamo pure che sia così.

Ho letto una volta sul telefono che la gente passa in media un’ora al giorno a guardare il telefono, che detto fra noi mi sembra poco considerando che dove ti giri vedi gente attaccata al telefono ma ammettiamo pure che sia così. Solo un’ora al giorno, ok. fatto un rapido calcolo sono all’incirca quindici giorni l’anno, ma tutti interi, cioè ventiquattrore filate capito? Bene metti che uno dorme sette ore a notte, e mentre dormi il telefono certo non lo puoi guardare, anche se c’è chi dorme molto di meno e rimane alzato fino a tardi per consultare il telefono, insomma voglio dire mettiamo sette ore di media, sono circa un terzo di una giornata che non puoi guardare il telefono giusto? Ok seguitemi. Sono quindici giorni moltiplicato tre in un anno, eccolo lì fatevi il calcolo, pazzesco, che in tutto questo tempo quante cose si possono fare, che ne so, intendo, potresti laurearti dico davvero, imparare uno strumento eccetera, la tromba per esempio o vattelapesca, che potresti diventare pure bravo se non stessi sempre lì a guardare il telefono no? E niente quindi ho deciso di darci un taglio, userò il telefono solo per telefonare ecco.
Più facile a dirsi, cioè, prendi quella donna seduta al tavolino in fondo al bar davanti a un computer portatile, che ci sta scrivendo capito, potrebbe essere una professoressa, e ogni tot si interrompe e si mette a guardare il telefono, e anche io che la guardo poi devo assolutamente guardare il telefono, per scoprire ad esempio che c’è una nuova notifica social per il compleanno di uno che non conosco e però ha un botto di amici che si congratulano con cuori e faccette perché pare sia davvero un grande ma non si sentono da una vita e devono assolutamente ribeccarsi eccetera, ma in fondo sticazzi e torno a guardare la professoressa (ormai ho deciso che è una professoressa, forse perché è una bella donna austera coi capelli mossi che non si tinge, molto intellettuale per così dire, precisa sputata alla professoressa universitaria che c’è nella pubblicità di una grande azienda di telefonia, quella che fa tutta la burbera ma alla fine ha pure lei il telefono appizzato sotto la cattedra come tutti i suoi studenti, cioè, loro non hanno la cattedra ma il telefono appizzato sì), insomma fisso la professoressa che ha sul tavolino, sul quale è appoggiato un telefono superslim con schermo touchscreen a iperdefinizione, che ha sul tavolino dicevo un computer portatile con il quale sta scrivendo – chessò – un articolo sulla filosofia presocratica ma interrompendosi in continuazione per consultare il sopracitato telefonino, e guardando lo schermo – del telefono cioè – si piega sul tavolino, e sorride, probabilmente per una delle tante notiziole che avremmo ignorato se non avessimo avuto un telefono iperconnesso, per esempio quella dell’albatros femmina dello zoo di Melbourne rimasta senza compagno – gli albatros sono uccelli fedelissimi al legame coniugale – che si è presa cura di un gattino trovato sotto una siepe spartitraffico da un guardiano, bagnato fradicio – il gatto cioè – dopo un acquazzone, e ora crede – sempre il gatto – che il grande uccello sia la mamma così gli fa un sacco di fusa e scherzetti impertinenti come fanno i gattini molto piccoli quando civettano con i genitori, con la vecchia uccellaccia che controlla bonaria il suo cucciolo eccetera, e non ci avrebbe creduto nessuno se non ci fossero le riprese del telefono del suddetto guardiano che ha seguito tutta la storia per poi montarla in un video divertente (e anche un po’ commovente) da condividere in rete, principalmente sui telefoni se vogliamo dar retta alle statistiche. O magari è solo una vecchia amica – della professoressa intendo, o quella che ad occhio e croce sembra la prof della pubblicità di telefonia – che finalmente ha risposto ad un messaggio telefonico! Chissà. 
Quel che è certo è che la gente guarda troppo il telefono. Come la bella signora due tavolini più in là, sempre lei, quella che sembra una professoressa cioè, ma alla mano e capace di autoironia con i suoi occhiali dalla montatura sportiva in acetato rosso e i capelli bianchi fissati a crocchia da una matita sbarazzina sopra a delle spalle atletiche da palestra – nude nota bene, che questa donna o signora, non giovanissima ma del resto neppure io con quei quattro peli sbiaditi che mi sono rimasti sul cocuzzaro sembro più un ragazzino, che questa cioè è una signora bella in tiro e le donne mature mi attizzano specie quando si tengono in forma – dicevo, le sue spalle nude si muovono come con brevi impercettibili scatti, molto sensuali, mentre scrive al telefono con entrambe i pollici smaltati un messaggio infinito, senza nemmeno accorgersi di cosa le accade attorno, che magari potrebbe scoprire a pochi passi qualcuno con cui sarebbe forse piacevole fare due chiacchiere: tipo me, se sapessi cosa dirle. 
Poi all’improvviso ecco che alza il telefono per farsi una foto, e ci crediate o meno, questa donna di classe si fa un autoritratto o selfie per intenderci, proprio come le ragazzine quando allungano le labbra a culo di gallina nei ritratti al telefono cellulare, anche se lei non è più così giovane però si vede che le piace stare al passo, prima di chinare di nuovo avidamente la testa sulla tastiera del telefono presumo per digitare un messaggio che accompagni un invio telefonico della foto o selfie che dir si voglia alla sua vecchia migliore amica ugualmente autoironica o magari – per una sorta di provocazione scherzosa – a qualche uomo di mondo che le fa una corte insistente ma con una sorta di timidezza d’altri tempi d’ essendo un vedovo non più abituato ad approcciare una donna per giunta così elegante e ben messa, intendo dire che ha una certa età ma ancora gliel’ammolla, capito? O più probabilmente, a giudicare dalla velocità con cui si accavallano i messaggi della chat – un ritmo di digitazione telefonica che un attempato spasimante o una vecchia amica per quanto dinamica sono sicuramente incapaci di mantenere – alla figlia che vive poniamo a Barcellona dove ha trovato finalmente la sua strada, e che nel telefono cellulare smart (che lei, essendo una donna estremamente aperta alle novità, ha rapidamente imparato ad utilizzare meglio di un’adolescente – da cui si capisce la familiarità con gli autoritratti selfie) ha trovato il modo di mantenersi in contatto per condividere con sua madre – che più che una madre è ormai un’amica esperta e premurosa – tutte ma proprio tutte le sue esperienze comprese le stravaganze del nuovo ragazzo tedesco, persona peraltro normalmente affettuosa e piacevole, robe cioè che si possono confidare solo ad un genitore dalla mente aperta come è la mia professoressa, il che mi eccita non poco; ma mentre sto lì come ipnotizzato dall’accavallarsi dei riverberi di luce verde della chat telefonica, lei alza lo sguardo dal telefono, e siccome non voglio che pensi che la stia fissando mi butto sul telefono, e per rendere la cosa credibile mi faccio un giro sul social, dove trovo in un post la mia ex in un locale etno chic o kitsch fate voi, con gli amici fotografati da un telefono dotato di camera full accadì che condividono abbracci euforici come a dimostrare che si stanno divertendo un mondo – ma perché la gente deve mettere tutto quello che fa sul telefono io proprio non lo capisco, cioè sui social ci devo stare perché mi serve per il lavoro, sono tipo obbligato che cioè alla fine è pure utile se lo usi ad esempio per informarti, ma quando vedo soprattutto i ragazzi che ci passano la vita mi chiedo, ma come abbiamo fatto noi che abbiamo una certa, insomma siamo stati fortunati perché siamo cresciuti senza queste che sono diventate inutili distrazioni per non dire manie in fondo, e anche oggi potremmo tranquillamente farne a meno, noi, e anzi ogni tanto ci faccio un pensiero tipo ora lo frullo ‘sto telefono e poi voglio vedere, tanto per uno come me cambia poco – ma sul telefono leggo che “la serata si fa speciale…” con quei puntini di sospensione che sembrano volutamente insinuare ad uso e consumo del sottoscritto la concreta possibilità di un’avventura piccante per la mia ex, per la quale ammetto che nonostante tutto ho ancora un debole, e anche lei mi è rimasta affezionata almeno a giudicare dai like che mi lascia nei post sul telefono, se non fosse che nei tag del post del social sullo smart c’è anche questo ruffiano che passa praticamente la vita lì al telefono a mettere like e commenti smielati nella bacheca della mia ex, e si capisce che a lei piace perché essendo una ragazza vanitosa – ragazza poi si fa per dire – comunque essendo una stronza smorfiosa gli risponde sempre come se avesse fatto le battute più intelligenti del mondo.
La cosa mi mette di cattivo umore, meglio chiudere qui col telefono per oggi, penso guardando il telefono, come pure sta facendo la bella signora qui al bar, ma succede una cosa, succede che alziamo gli occhi in simultanea e ci incrociamo, e poi il suo sguardo si abbassa al mio telefono, e il telefono in effetti sta urlando my sharona a mazzetta, un piccolo vezzo da vecchio discotecaro, comunque è mia madre che mi squilla al telefono di sicuro per sapere se torno a cena e così decido di rifiutare la chiamata, ma questo sembra deluderla, la prof cioè, quasi fosse un imperdonabile atto di maleducazione telefonica, e insomma torna a guardare il telefono e io pure di riflesso non sapendo cos’altro fare, solo per essere informato della strage in un campus dell’Oklahoma nel quale, come spesso succede, un’ex promessa del softball convertito all’Islam dopo essere sfangato ad un’overdose di barbiturici si è barricato in classe con un fucile a pompa acquistato nel supermarket sotto casa solo per aprire un buco grosso quanto un cocomero nella pancia dell’assistente che lo aveva ripetutamente bocciato all’esame di economia aziendale, ma non prima di aver costretto i presenti a cantare we are the world in mutande e immortalato la scena col telefono, di modo che a ventimila chilometri di distanza comodamente seduto nel bar di Mario io possa assistere alla performance mentre scorre su di uno schermo telefonico touch di ultima generazione, come pure, probabilmente, sta facendo la mia amica – cioè che ormai mi sembra di conoscerla – qualche tavolino più in là, dal momento che il video è diventato tipo virale su tutti i telefoni del mondo. 
Che storia questa della rete che ci unisce così indissolubilmente me, la mia ex, la professoressa, e un killer religioso postadolescente in un unico amplesso di onde elettromagnetiche e megafibre telefoniche. Sento il bisogno impellente di condividere questa considerazione sul telefono.
Dopo l’atto telefonico mi rendo conto di avere il fiatone. Fatto. L’ho rifatto. 
Ma oggi avevo deciso di non farlo, perché non voglio sembrare uno di quelli che sostituisce la vita reale col telefono e sta sempre lì a postare al telefono pensieri di metafisica dozzinale per tamponare un’evidente vuoto affettivo, e poi lei ha posato finalmente il telefono e si guarda attorno come smarrita, sarebbe il momento di dirle qualcosa in questo momento di vulnerabilità da astinenza telefonica, ma prima devo cancellare il post, anche se nel frattempo è comparsa la bandierina rossa di un like, il che significa che già in molti avranno l’avranno visto – sono ben note le correlazioni statistiche tra visualizzazioni e like, e ridendo e scherzando sono passati cinque minuti – magari anche la mia ex, e non voglio certo fare la figura dell’insicuro che ritratta, non davanti a lei e a quel cicisbeo che le fa il filo telefonicamente, ma intanto che sto a pensare al telefono c’è questa donna affascinante e matura, sempre più bella ogni minuto che passa, il telefono rosa metallizzato con attaccato un pendaglio a forma di cuore, sicuramente un modello ultra recente – il mio invece ha il vetro crepato dopo essere caduto di spigolo sull’asfalto, e siccome dal telefono si capisce molto di una persona d’un tratto mi sento scoraggiato e impotente; ma tanto che importa dal momento che la prof sta alzando infine una mano a salutare qualcuno fuori dalla vetrina del bar, è una sua amica, o sorella, o cognata o vai a sapere chi, insomma un’altra signora, che si toglie il telefonino dall’orecchio nel momento stesso in cui la vede, mentre sul tavolo il telefono cellulare manda la luce per un avviso di chiamata non risposta, e così mentre si alza raccogliendo tutto in fretta e ficcando lo smartphone dentro una borsa elegante di pelle e borchie ottonate, mi avvolge quel senso di malinconia struggente di quando ti accorgi che un rapporto in cui avevi davvero creduto finisce.
E sai che è per sempre.

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