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Prezzemolo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono piena, piena di buste di plastica stracolme di cibi confezionati, appuntiti. Gli spigoli delle confezioni hanno graffiato e bucato le buste mentre le portavo via dal supermercato fino a casa.

Sono piena, piena di buste di plastica stracolme di cibi confezionati, appuntiti. Gli spigoli delle confezioni hanno graffiato e bucato le buste mentre le portavo via dal supermercato fino a casa. Le ho lanciate nel portabagagli senza preoccuparmi di eventuali rotture, sfasci, versamenti. Il tragitto è stato breve e rumoroso.
L’ascensore mi si apre davanti, sa di lercio. Qualcuno ha sputato sul pavimento e ci è passato sopra con le scarpe. La donna delle pulizie deve aver piazzato il solito deodorante in qualche angolo nascosto, mi perfora il naso ogni volta. M’invade quest’odore di detersivo scadente. Schiaccio il pulsante e inizio la salita verso il sesto piano. Primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto.
Apro le porticine ed esco. Mi sento goffa. Ho acquistato cibo ma non so se mi basterà fino a giovedì prossimo. Tutte le volte così, credo di non essere capace di fare la spesa, acciuffo le prime cose che vedo, le più vistose, a stento toccandole, come se temessi di prendere la scabbia. Cerco la chiave in tasca, la trovo e la infilo nella toppa. Metto giù le buste. Due barattoli di vetro si rovesciano sul tappetino, risuonano facendo due tonfi sordi, quasi gutturali. Mi schiarisco la voce e raschio la gola, brucia.
La porta si apre e un odore m’invade, è accogliente e pungente a tratti. Mi fermo sulla soglia perché voglio aspirarlo, sentirlo e sentirlo ancora perché mi piace. Eppure ieri sera ho cucinato e avevo creduto di non farlo bene, la carne non sapeva di nulla. Così mi sembrava almeno. Ma quell’odore proviene proprio dalla cena, si è mischiato con l’aroma d’aglio e con gli umori delle stanze, ha impregnato le pareti della casa.
Mi inebrio di quel profumo e l’entrata mi è più facile. Riesco ora ad accettare quella spesa strampalata, quelle buste un po’ strappate, straripanti. Non vado in bagno, come faccio di solito, a lavarmi le mani. Sto tenendo quell’odore, lo devo tenere ancora, tenerlo dentro di me. È l’odore della mia casa, l’ho scelta per quello, per quei muri degli anni cinquanta, per quei pavimenti qua e là macchiati, di un marmo inizialmente opaco ma che via via si sta lucidando.
Percorro il corridoio e ne percepisco le pareti strette, lo attraverso fino alla sala. Penso che mi ci potrei fermare in questo posto, più tempo del solito. Ho cambiato mille e più case ogni volta che ho creduto di dover dare un taglio. Con la coda dell’occhio vedo la poltrona e mi ci ficco mollemente. Vi scivolo dentro come una maglia calda di sera si sovrappone al corpo stanco. La seduta è liscia, di una pelle gialla come un uovo, con sopra un grande cuscino di velluto blu. Lo prendo tra le mani, lo sprimaccio, lo annuso. Al tatto è ruvido per via di un velluto un po’ liso. Lo porto alle narici e mi giunge come un fiume in piena l’odore di lui.
La luce del giorno sta cambiando, diventa più rosata, qua e là si tinge di grigio. Mi arrivano i rumori dalla strada ancora trafficata. Riesco a sentire le rondini, non più i gabbiani che tanto popolano i tetti e le aree della zona.
Sento un crampo, come una mano che mi afferra lo stomaco e stringe senza mollare. Ho la bocca secca per aver digiunato tutto il giorno e capisco di aver fame. Pigramente, posiziono i gomiti sui braccioli, punto i polsi e faccio leva per venire in piedi. Trascino le gambe facendole risuonare come se portassi enormi pesi. Mi dolgono i tendini. Mi dirigo in cucina e superata la porta vedo un grande bicchiere sul tavolo, è colmo d’acqua, con dei folti ciuffi di prezzemolo in bella mostra. Il verde delle foglie contrasta con la tovaglia color fucsia. Provo a far finta di nulla ma il ricordo di ieri sera ha la meglio su un vago tentativo mal riuscito di ricacciarne indietro il ricordo.
Lui, quando ha visto il tavolo, ha riso per quel portafiori improvvisato colmo di prezzemolo. Gli ho detto che non avevo avuto il tempo di acquistare dei fiori. Per quella serata avevo spadellato tutto il pomeriggio. Avevo preso la carne dal frigo, l’avevo lasciata a marinare, avevo letto come fare. L’avevo cotta seguendo tutti i passaggi e irrorandola di tanto in tanto.
All’inizio della cena lui mi parlava lentamente e io mandavo giù i bocconi, aiutandomi col vino. Le gocce scendevano e si mescolavano, confondendosi con quelle della carne e quelle delle mie guance, perché le parole senza suono di lui mi dicevano che non sarebbe cambiato un bel niente e che tutto strideva, strisciava e straziava come una forchetta arrugginita sui bocconi.
Poi il silenzio. Non riuscivo a proseguire, non avevo più aperto bocca. Il prezzemolo che avevo finemente triturato per la mistura della salsa, adesso esalava tutto il suo profumo dal piatto. Mi colpiva le narici e saliva nelle tempie.
Perché in quel momento sentivo l’odore del prezzemolo? In pochi secondi mi ero ricordata dei racconti di mia madre che mi diceva di aver messo prezzemolo ovunque, e di averne mangiato e bevuto in quantità per scongiurare la mia nascita, senza evidentemente riuscirci.
Invece il tentativo di quell’uomo seduto di fronte a me, di farmi perdere il nostro bambino, quello sì che era riuscito. Mi ero alzata d’impulso da tavola, come se la sedia m’avesse lanciata in avanti, ed ero corsa a lavarmi le mani e il viso e il naso e la bocca. Tutto aveva il sapore di una lacerazione.
Davanti alla porta del bagno mi ero fermata a guardarmi riflessa in uno specchio lungo e stretto comprato a poco, e mi ero vista dritta, pallida, stanca.
Ero tornata in cucina e senza parlare avevo messo una mano sul braccio di lui e lo avevo fatto alzare da tavola. In quel movimento, lui aveva dato inavvertitamente un calcio al tavolo e il bicchiere col prezzemolo aveva vibrato. Poi lo avevo spinto alla porta e non aveva fatto nulla per opporsi, aveva sentito anche lui quell’odore forte, verde, persistente, che gli aveva impregnato gli abiti e bruciava, non gli si scollava dal volto.
Era andato via a testa bassa, con le mani vuote. Io avevo chiuso la porta ma solo dopo che i suoi passi avevano smesso di rimbombare per le scale. Mi ero fermata un istante e avevo annusato l’aria nell’ingresso, il prezzemolo non si sentiva più.
Aveva lasciato il posto a un sapore dolce, morbido, che mi aveva condotto in camera. Mi ero tolta i vestiti e calma, scivolando nel letto, avevo dormito di sasso.
E ora, che me ne sto tutta avviluppata nella mia poltrona, dopo aver comprato di tutto, posso finalmente allentare i capelli legati. Li sciolgo, sanno di buono. Posso vedere in obliquo quella mia nuova spesa di buste stracolme, abbandonate per terra, all’entrata di casa… e sembrano meno lacere.

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