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L’amore rimasto

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Illustrazione di Agrin Amedì
La stanza degli ospiti dell’appartamento di Emilio Pisanti, avvocato penalista in pensione, era molto spaziosa, ben illuminata, e arredata con gusto borghese, tuttavia l’effetto che faceva alla vista, era di un luogo opprimente per via di quadri fissati sui muri senza nessun criterio:

La stanza degli ospiti dell’appartamento di Emilio Pisanti, avvocato penalista in pensione, era molto spaziosa, ben illuminata, e arredata con gusto borghese, tuttavia l’effetto che faceva alla vista, era di un luogo opprimente per via di quadri fissati sui muri senza nessun criterio: nature morte, raffigurazioni sacre, opere d’arte contemporanea comprate presso case d’asta famose. L’avvocato Pisanti si stava trasferendo con la moglie ad Antibes e aveva pensato di regalarmi  l’intera libreria perché sapeva che oltre ai libri e alla passione per la gastronomia non mi era rimasto nulla nella vita.  Negli anni gli avevo cucinato raffinate leccornìe e forse questo slancio di estrema generosità era il suo modo per sdebitarsi.
Osservai la meraviglia dei testi e sfiorai con rispetto la polvere leggera depositata sulla base della libreria.  Riuscivo con la mente ad assaporare la sapienza contenuta nei volumi. Lo spessore, il colore, l’aspetto semplice o elegante di ogni collezione mi provocava piccole scossette al cuore, deliziosi cortocircuiti di felicità.
Sulla sinistra, posto in orizzontale, notai un libretto battuto a macchina rilegato da una copisteria: “Introduzione alla cucina magica campana” di Luisella Esposito.
Al tatto la carta era consumata, ingiallita ai bordi e macchiata di olio in alcuni punti. Probabilmente il piccolo ricettario era stato sfogliato in cucina e, durante le manovre culinarie, impiastricciato da dita inesperte. Le ricette sembravano scritte in solitudine o dopo fughe romantiche, perché in calce alle pagine c’erano delle date scritte a penna.

Scarola all’ischitana, 9 maggio 1970
«Togli al cespo di scarola le prime foglie, lavale e tagliale finemente, e dopo averle sbollentate, mettile da parte. Versa l’olio nella padella, metti sul fuoco e aspetta; Emilio, non devi avere fretta, la temperatura dell’olio deve essere costante. Devi sentire il rumore del liquido che inizia a chiamare, che sbatte sui bordi del tegame, che grida e che è pronto a ricevere.
Lo senti? È un suono percettibile, puntuale. Finché il tuo udito non lo percepisce non immergere nulla. La cucina, ho già detto, non ama la premura. 
Emilio, adesso senti quel delicato brulichio che annuncia un’epifania? Immergi tutto piano piano, e aspetta.»

Mi soffermai un attimo, sorrisi. Chissà chi era la signora Luisella, doveva essere la sua amante. Di sicuro questa donna era entrata nella vita dell’avvocato quando lui era già coniugato. Ero confusa. Non mi sarei stupita che avesse avuto altre relazioni. Era un uomo colto, con occhi chiari e schietti. Uno di quelli che faceva perdere la testa alle signore bene della borghesia napoletana.
Ripresi la lettura:

«Adesso che l’olio è pronto, togli l’anima verdognola dal bulbo e immergi con cautela uno spicchio grande d’aglio nella padella.
Cura l’attesa, immergiti negli odori degli effluvi bianchi del fumo. Non farlo indorare né bruciare. Noi, Emilio, dobbiamo contagiare con la nostra azione. Corrompere il senso dei colori, degli odori impossibili e inclassificabili.  La cucina è linguaggio e comunicazione. Adesso prendi la scarola e immergila nell’olio. Non alzare la fiamma, mi raccomando! Resta fermo lì.  Crea attesa e mistero. Ora, con un mestolo di legno, mischia e aggiungi un’abbondante manciata di pinoli.
Ti starai domandando quale sia la giusta quantità di pinoli: Emilio, sforzati di immaginare i semini bianchi e le implicite proprietà nutritive perdute nello spazio della mia dolcissima scarola. Gioisci della superba visione che presuppone il successivo e necessario passo della degustazione. Tu sai che troverai il gusto già impresso nella memoria.  Immergiti nel non detto. Fai rinvenire l’uvetta passa e distribuisci il valore della sua dolcezza nel campo di battaglia. Le olive taggiasche renderanno giustizia. E poi mescola, mescola con tutto l’amore che hai, fai ridurre l’acqua in eccesso. E mescola, mescola ancora fino a quando il composto acquisterà la giusta consistenza, e quando il piacere degli occhi si fermerà sulla leggera crosticina che si è fatta ai bordi della casseruola…allora sarà quello il momento della magia!»

La ricetta finiva così.  Ebbi tremito, girai la pagina oltraggiata dalla passione di Luisella.  La pelle arida del viso si stendeva, la forza delle parole arrivava come un rimprovero nascosto che abbatte l’indolenza del corpo e della mente. Mi ero così lasciata andare negli ultimi anni.  Ero certa di invidiare il carisma di quella donna, il potere che aveva su Emilio  Pisanti e il potere che iniziava ad avere su di me.
Ma poi le dita continuavano a scorrere sulla carta ingiallita a pagina 23:

Misto di verdure e pioppini del mio giardino, 10 giugno 1970
«Contro il dolore dell’assenza ho solo i funghi del mio giardino e verdure di campo. Ti stordiranno cucinati così…li rifaremo di sicuro insieme, amore mio. So come farti rinvenire con pezzetti di muschio e profumi amari di sottobosco.
Procurati patate, e barbabietole rosse. Togli il terriccio dai funghi e spruzzali d’acqua delicatamente senza farli affogare, perderebbero consistenza. La mollezza in cucina e in amore non è mai contemplata. Guarda il cappello del pioppino più grande e cospargilo di olio, delicatamente. Toccalo non avere paura, sporcati le mani e odora le dita per sentire l’ acidità residua. Poggialo con coraggio sulla rapa con la corolla. A questo punto spingi, gira e rigira, versa l’ olio a gocce senza farlo traboccare, finché il colore della rapa sarà sempre più rosso. Spingi ancora, sempre più a fondo, sarà la consistenza del pioppino a dirti quando tutto sarà finito e il gusto provato dalla sola vista di tale nutrimento gioverà al dolore della mia assenza.
Aggiungi con cautela le altre erbe tagliate finemente; ti faranno impazzire sul letto di patate dorate. A quel punto sarà una certezza, l’idea di rivedermi.»

Luisella mi stregava, la temevo ma ne ero anche attratta. Mi faceva tornare in mente Fernando, l’amore della mia vita. Anestesia, malinconia, disperazione, tutto si dissolveva nei labirinti delle mie contraddizioni. «Getta via quelle ricette!» pensavo ossessionata dall’idea che avrei potuto ridare spazio ai ricordi della mia vita.
Invece, aprii di nuovo il manuale nella speranza che la forza delle parole risvegliasse i sensi assopiti da un coma indotto dalla mia mente.
La macchia gialla a pagina 43 mi aveva  catturato e fui costretta a continuare…

Biscotti al miele e zafferano, 2 ottobre 1977
«Ti ho consumato amore mio, riempito di vitale energia.Ho divorato senza scampo la tua carnedi uomo. I tuoi occhi languidi mi assicurano che resterai tra le mie braccia a leccare l’amore rimasto.  I nostri corpi rifiutano la verità, e inconsapevoli reclamano la ferocia del tempo.
Ti prendo gli ultimi biscottini, contengono il nostro ingrediente segreto…Potremo ancora baciarci e succhiare l’aroma di mandorle dolci e fieno di campo. Ci farà illudere che non esistono ticchettii. Che non esiste dolore.  Faremo sciogliere in bocca pistilli di zafferano e fiele.
Oh, amore mio mi sembra di essere lì …quel gusto e disgusto piacevole che torneranno a essere piacere, quel piacere e dispiacere indissolubile ed estremo … quel senso d’imperfetto che porterà all’estasi.  Io sopra di te, con il viso affondato sul cuscino, non saprò mai dire di no.»

Chiusi gli occhi. Avevo in bocca il sapore del miele. La sua consistenza sciolta nella saliva. Quel succo impastato e sapido si espandeva nel palato si appoggiava sulla lingua. Le papille sembravano impazzite, la funzione primitiva cancellata.
L’amore rimasto era lì, perturbante. Resisteva, e prepotente riaffiorava.

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