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Carnevalone

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Illustrazione di Agrin Amedì
Alla fine della lezione, non so più perché, venne fuori questa storia. Che c’era una vecchia usanza del paese, e che sarebbe stato bello costruire un pupazzo di cartapesta per festeggiare la fine imminente del Carnevale, bruciandolo poi su una catasta di legno, come si faceva ai tempi andati.

Alla fine della lezione, non so più perché, venne fuori questa storia.
Che c’era una vecchia usanza del paese, e che sarebbe stato bello costruire un pupazzo di cartapesta per festeggiare la fine imminente del Carnevale, bruciandolo poi su una catasta di legno, come si faceva ai tempi andati.
La professoressa d’italiano, coi capelli un po’ ingrigiti e piccole macchie scure sulle mani, parlava guardando verso la finestra, e la luce fredda, cristallina di febbraio le passava attraverso gli occhi, intatta e luminosa, così sembrava proprio di leggerle dentro tutte le malinconie dei suoi ricordi di ragazza, come fossero scritte sopra a un quaderno con le righe. Poi, si girò di scatto verso di me e puntando un indice mi disse: «Giorgetto, ma tuo padre non ha una bottega di fabbro e aggiustatutto giù, in basso al borgo?».
Si voltarono tutti verso di me, e io che ero timidissimo, sprofondai rosso in viso nella seggiola. Dissi di sì, ma si vedeva solo metà della faccia, perché m’ero quasi nascosto sotto il banco.
Mio padre, alla bottega, rincarò la dose. Confermò che era vero, era tradizione di una volta bruciare il Carnevalone al Martedì grasso prima delle Ceneri, e che si trattava di un manufatto artigianale a forma di pupazzo costruito su misura per qualche ragazzo che si offriva di portarlo sulle spalle, fino alla festa e al rogo dove sarebbe arso tra le grida impazzite della gente. Non il ragazzo sottolineò papà ridendo. Solo il pupazzo. Poi, serio, mi disse: «E va bene. Dì pure alla professoressa che lo posso fare. Lo costruirò su misura per te. Sarai tu il Carnevalone». E papà manteneva sempre le promesse, così cominciò il lavoro.
Ci si metteva nel pomeriggio, perché la mattina la dedicava a finire certi supporti per le botti o i recinti del bestiame o riparava le grondaie marce dei tetti finiti a pianelle, o a tegole portoghesi. E dopo pranzo, per una settimana intera, si mise a selezionare tondini cavi e tubolari di alluminio, reti di supporto, ferri angolari e barre leggere di sostegno. Passavo da lui e mi faceva salire su un treppiedi fatto di assi traballanti e piattine di risulta imbullonate e verniciate. Così, come fosse stato un sarto, mi poteva misurare l’ampiezza delle spalle, la lunghezza delle gambe, la circonferenza del torace. E poi sul tavolo di noce disegnava le campate di sostegno del pupazzo, l’altezza, lo sviluppo della testa, i passaggi delle braccia, l’ingombro del busto di metallo, sottraeva pesi, aggiungeva e calcolava la carta di rivestimento. Sembrava un cantiere della ferrovia. E mi piaceva andare alla bottega verso pomeriggio tardi, col sole già sceso e un crepuscolo livido che sapeva ancora tutto d’inverno, per potermi fermare sempre un attimo là fuori, spiando dalle finestre illuminate circondato dal buio della sera. Salivo su un muretto, tenendomi con una mano alle sporgenze del muro di pietra e con l’altra sostenendomi al tronco di un vecchio glicine che a primavera fioriva certi enormi grappoli viola, con un profumo carico che poteva stordire le persone e perfino i calabroni, che prima gli succhiavano il nettare e alla fine cadevano a terra abboffati di polline e ubriacati dall’odore. Ma adesso era solo un pezzo di legno solido e nodoso, così mettevo le mani a coppa intorno al viso e guardavo dalla finestra. Era uno spettacolo, sembrava la grotta di uno stregone oppure l’atto della creazione dell’Universo. Papà coperto dalla maschera saldava i tubi, piegava gli angolari, toglieva le asperità con la moletta ed era tutto un bagliore violaceo come di temporale e scariche elettriche, e cadevano a terra gocce di ferro fuso simili a colate di lava, fumi azzurrognoli si levavano al soffitto e scintille di acciaio levigato dalla mola saettavano d’intorno come fossero proiettili traccianti. E quando entravo dentro l’odore delle saldature, dello zinco sciolto prima rovente poi raffreddato a forza, della limatura aspra, passava tutto nel naso e sapeva come di polvere e sangue, come se mi avessero dato un pugno ma senza sentire il dolore. E il Carnevalone cresceva, gli spuntava la testa fatta con la rete delle gabbie di pollai, gli si ingrandiva il torace arcuato con i ferri leggeri e piegati a misura sul davanti, gli si aprivano gli oblò per farci passare le braccia e le gambe, si formavano le staffe piegate su misura per adattarsi alla forma delle mie spalle. Quindi, arrivò il momento di rivestirlo di cartapesta. Papà preparò la colla di farina, e io la stendevo sopra i fogli di giornale e la incollavamo sopra la struttura, delicatamente, come fosse una pelle artificiale. E improvvisamente un pomeriggio arrivai che era finito, con mio padre sul treppiedi a dargli l’ultimo colpo di pittura intingendo una pennellessa dal secchio dei colori a tempera. Ero senza parole: il Carnevalone aveva una testa rosa, sferica, grande ma non sproporzionata. Le orecchie, un abbozzo, gli stavano di lato come si conviene, il naso era una piramide addolcita e rossa in punta, gli occhi sgranati e contornati da ciglia di pagliaccio, i capelli non c’erano perché non gli servivano, la bocca aperta in un sorriso pieno di denti dritti e solo tra due incisivi c’era una piccola fessura sbarazzina. Il corpo era un cilindro colorato di nero come una livrea di maggiordomo, svasato in basso e tutto aperto sotto, dove sarebbero uscite le mie gambe. Al centro del busto correva in verticale una fila di grossi bottoni dorati e al collo aveva un cravattino a pois ed era proprio lì, in mezzo a tutti quei pois gialli, rossi, verdi, blu che mio padre aveva ricavato i fori da dove potevo vedere e muovermi, una volta indossato il pupazzo sulle spalle. Facemmo la prova. Salii sul treppiede e mio padre mi calò dall’alto tutta la struttura, che calzò perfettamente, con le mie braccia libere a gesticolare e le gambe salde, senza impedimenti.
E poi era così leggera, con le staffe sulle spalle ricoperte di gommapiuma morbida per non farmi sentire la pressione. E mi venne da pensare alle gabbie toraciche degli uccelli, con le loro ossa cave, fragili come vetro ma sempre pronte a spiccare il volo verso il cielo. E dai pois del cravattino vedevo il mondo fuori, in due cerchi sferici, ed era come guardare dal buco della serratura.
Così, quando sfilammo dalla testa il pupazzo, chiesi a mio padre: «Papà, domani come lo porterai su il Carnevalone?».
«Che significa? Sarai tu ad andarci. È così che funziona. Chi porta il Carnevalone deve andare coi suoi piedi fino alla festa. Sarà un onore per te!»
«Ma io mi vergogno, a passare per il paese con questo pupazzo sulle spalle!» protestai.
«E chi ti vede lì dentro? Si vergognerà lui al posto tuo!»
In effetti, aveva ragione.
Così, al mattino dopo, il Martedì Grasso, papà mi mise il pupazzo sulle spalle, mi gridò parole di incoraggiamento e partii in salita, verso la sommità del Palazzo Comunale, un tempo Castello degli Orsini e Barberini, e adesso scuola media del paese. Camminavo senza fretta, non volevo stancarmi e arrivare col fiatone al portone di legno della scuola. Così ogni tanto facevo una sosta e s’affacciava sempre una vecchietta, o un falegname, il salumiere, il calzolaio o qualche perditempo e tutti, invariabilmente, sapevano del Carnevalone e si compiacevano che qualcuno lo avesse riportato in vita. E uno aggiungeva un aneddoto, l’altro una curiosità, un altro ancora voleva sapere chi l’avesse costruito e di chi ero figlio, insomma mi trovavo a parlare fitto mentre camminavo e quando giunsi al portone e suonai il pulsante di bronzo per farmi aprire, dietro si era formata una processione involontaria di abitanti del paese. Li guardavo dai fori sul cravattino, in due cerchi dove loro stavano nella luce ma i contorni sfumavano in fretta, mangiati dall’oscurità della cartapesta verniciata. Così alzai una mano per salutare e loro ricambiarono, voltandosi e tornando alla giornata noiosa che li aspettava in basso al borgo. Poi scattò l’interruttore elettrico del portone ed entrai, richiudendomi alle spalle e appoggiandomi al portone per riprendere fiato dopo tutta quella faticata. Davanti a me avevo il vasto cortile dove s’affacciavano tutte le finestre delle classi, e prima che qualcuno degli amici mi vedesse e sfumasse la sorpresa presi la scalinata di marmo irregolare dove un tempo si diceva s’arrampicassero i cavalli e arrivai alla sala delle riunioni, dove s’era concordata avvenisse la festa. Rimasi qualche secondo fuori, da solo, un pupazzo sorridente di fronte alla porta verniciata di grigio e potevo sentire dall’altra parte, attutite, le risate, la musica, gli strilli delle professoresse, i tavoli e le sedie che si spostavano graffiando il pavimento, tutta la frenesia dell’ultimo giorno di Carnevale. Poi, bussai forte. E fu l’apoteosi: entrai tra i ragazzini che si spostavano ammirati, i professori con le mani sulla faccia che non credevano al lavoro di mio padre, i bidelli che si davano di gomito e soprattutto lei, quella d’italiano, che mise le mani sulle spalle del Carnevalone e disse: «Grazie Giorgetto! Mi avete fatto tornare bambina!». E mi sembrava di vedere delle lacrime sul suo viso, ma sicuramente mi sbagliavo perché dai fori del cravattino le facce andavano e venivano e i rumori giungevano ovattati, come fossi stato ancora nella pancia di mia madre. E finalmente mi levarono il pupazzo e la festa cominciò per davvero, tra maschere di soldati al fronte, suore e preti, musicisti, scienziati pazzi, selvaggi e cannibali, vampiri, meccanici, dottori in camice bianco, piloti d’astronavi. Mangiavamo le frappe e le castagnole, bevevamo coca-cola e aranciate e poi crostate e torte fatte dalle mamme delle ragazzine e per terra non si vedeva più il pavimento, coperto com’era dai coriandoli e dalle stelle filanti. Il Carnevalone, quello l’avevamo appoggiato in un angolo, e ci guardava sereno col suo sorriso largo e la fessura in mezzo ai denti. Poi, i bidelli sparirono. Affacciandomi alla finestra, vidi che stavano preparando la pira di legno. Dove avremmo messo il Carnevalone e acceso il fuoco per bruciarlo. Guardai la catasta di legna secca, pensando che avrebbe preso fuoco subito, anche con un fiammifero solo. Guardai il pupazzo. Sorrideva ignaro, i bottoni dorati, la fessura simpatica tra gli incisivi. Il cravattino coi pois e i fori da dove avevo guardato il mondo in una forma nuova, circolare e circoscritta, dove magari potevi eliminare chi o cosa non ti andava di vedere. Così, mi venne un groppo in gola. In fondo, che colpa aveva lui per essere bruciato così, dopo tutta quella pena, quel lavoro per venire al mondo? Mi batterono alle spalle mentre avevo questi pensieri. Era la professoressa d’italiano. Mi disse che era tutto pronto, sotto, e che avrei dovuto indossare di nuovo il pupazzo e portarlo sulla catasta, dove i bidelli avrebbero acceso il fuoco e tutti avremmo festeggiato facendo un girotondo intorno al Carnevalone avvolto dalle fiamme. Dissi di sì, certo, e mi rimisero il pupazzo sulle spalle. Scendemmo tutti le scale, quelli dietro e io solo davanti, facendo attenzione a non inciampare sui gradini sconnessi, guardando bene dai fori del cravattino a pois. Mi sembrava di essere un condannato a morte avviato verso il patibolo. I professori, la professoressa, erano i giudici che avevano pronunciato la sentenza. I miei amici e tutti i ragazzini della scuola il popolo chiamato ad assistere all’esecuzione. I bidelli, loro invece erano i boia incaricati ad eseguire la pena. Così, arrivato vicino alla catasta, che vista da vicino era ancora più secca e più pronta ad incendiarsi di come l’avevo vista su alla finestra, si fecero avanti proprio i boia, per togliermi il condannato da dosso e procedere all’esecuzione.
Fu allora, a sorpresa, che scappai, col Carnevalone sulle spalle.
Iniziò una serpentina folle in mezzo al cortile della scuola, schivando le persone, a volte urtandole, ma io correvo, caracollando col pupazzo sulle spalle, goffo ma veloce, il sorriso fisso stampato sulla faccia rosa, il cravattino a pois, la livrea da maggiordomo. Sembrava che inciampassi, ma poi mi riprendevo, e la testa ondeggiava, si rialzava e si abbassava, sempre col sorriso e la fessura allegra in mezzo ai denti. Ridevano tutti, pensavano fosse uno scherzo degno della fine del Carnevale. Forse i bidelli un po’ meno, perché avevano un fiatone, con tutte le sigarette che fumavano, e così nonostante il peso addosso li distanziavo e quando sembrava mi avessero raggiunto ecco che scattavo in un sussulto del pupazzo e loro arrancavano bestemmiando senza farsi sentire dai professori. Durò un po’, ma alla fine capirono come fare e così, furbescamente, mi circondarono con una mossa a tenaglia, schiacciando me e il Carnevalone addosso al muro. C’era una confusione totale nel cortile, s’erano avvicinati tutti, urla, risate, bicchieri di bevande lanciati per aria, le castagnole usate come palle, le frappe infilate tra i capelli delle ragazze, i fischietti che gracchiavano l’aria, qualche bomboletta puzzolente buttata in mezzo ai professori, le miccette che esplodevano senza sapere chi le avesse portate e allora proprio in quel momento cacciai un urlo, più forte che potevo, a farmi sanguinare le corde vocali, a gonfiarmi le vene del collo e farle scoppiare, a farmi uscire gli occhi dalle orbite e dissi così, un attimo prima che i bidelli sollevassero dalle mie spalle il Carnevalone terrorizzato: «No!».
Venne un silenzio improvviso, i coriandoli e le stelle filanti lanciate rimasero sospesi a mezz’aria, le molle delle trombette non ritornarono al posto loro, le fialette puzzolenti non si ruppero, i petardi non si accesero e l’unico rumore lo fecero i piccioni sotto il tetto del Palazzo Comunale, che volarono via in un fracasso di ali sbattute e piume perse nell’aria, che scesero planando piano piano nel cortile. I bidelli-boia fecero un passo indietro, spaventati. Poi, nei fori del cravattino a pois, apparve il viso impallidito e i capelli grigi della professoressa d’italiano, che disse: «Giorgetto, ma che ti succede?». «Ci ho ripensato, professoressa. Non me la sento di farlo bruciare. Mi perdoni».
Così come follemente avevo zigzagato poco prima tra i ragazzi e i professori nel cortile seminando i bidelli intorpiditi, altrettanto lentamente, solennemente, percorsi i metri che mi separavano dall’uscita del cortile, tra mormorii delusi, risatine soffocate e incredulità. Tenni il pupazzo a capo chino in segno di vergogna, uscii dal portone principale, ripercorsi i vicoletti, ignorai le persone che facevano domande e alla fine imboccai l’uscio della bottega di papà. Mi aiutò a togliere il pupazzo e lo mettemmo sul treppiedi, così era ancora più alto. Il Carnevalone ci guardava sorridendo, pieno di gratitudine, con la fessura in mezzo ai denti e il cravattino a pois. Papà non mi chiese perché alla fine non l’avessi più voluto far bruciare, ci sarebbe stato tempo. Chiudemmo la bottega che stava venendo di nuovo la sera, e s’era alzata una tramontana fredda, passava dalle finestre sigillate male e ci faceva sentire voglia del camino. Così, mentre svoltavamo in fondo alla strada e già vedevo le finestre illuminate di casa nostra, mi girai istintivamente verso la parte alta del paese, dove c’era il Palazzo Comunale e la scuola. Vidi una specie di chiarore riflesso sulle pareti del Palazzo e un filo spesso di fumo provenire dal centro del cortile: alla fine l’avevano accesa e la catasta di legno bruciava forte, bruciava lo stesso, ma il Carnevalone stava al sicuro, nella bottega dove era nato. Allora mi ritrovai ad immaginare, neanche fossi stato ancora un bambino credulone, che il pupazzo si animasse, scendesse dal treppiedi dove l’avevamo messo, si acconciasse il cravattino stropicciato, la livrea da maggiordomo e cogli occhi sgranati guardando quel fuoco alla finestra, inclinasse la testa rosa da una parte distendendo ancora meglio il suo sorriso, coi denti tutti dritti e la fessura un poco aperta proprio in mezzo agli incisivi.

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