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San Lorenzo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Quando un giorno che sai essere un mercoledì suona come una domenica capisci che c’è qualcosa di terribilmente strano che sta succedendo da qualche parte. C’è troppo silenzio, per essere mercoledì mattina, nell’ospedale più incasinato d’Italia.

Quando un giorno che sai essere un mercoledì suona come una domenica capisci che c’è qualcosa di terribilmente strano che sta succedendo da qualche parte. C’è troppo silenzio, per essere mercoledì mattina, nell’ospedale più incasinato d’Italia. Apro gli occhi, ma sono coperti dalle bende. Non riesco a vedere una mazza. Sono ancora mezzo rincoglionito dall’anestesia per l’intervento. Non ne sono più sicuro: è stato ieri o l’altro ieri mattina? Era fissato per mercoledì 10 agosto, la notte di San Lorenzo. Me lo ricordo perché mi chiamo Lorenzo, sono venuto qui al Gemelli per una brutta operazione agli occhi, colpa di una rissa con dei bastardi frocetti nel cortile del Casal Del Marmo, il riformatorio dove ho passato gli ultimi tre anni. Colpo di dita negli occhi, due settimane fa. Quello stronzo faceva kung-fu! Ho dovuto aspettare tanto per questo intervento. Anestesia totale per distacco della retina e mi lasciano svegliare così? Da solo come un cane? Anche questo fottuto caldo opprimente, e in stanza aria condizionata zero. Sono in un lago di sudore. Queste teste di cazzo non mi avevano detto che ci sarebbe sempre stato qualcuno di guardia accanto a me dopo l’intervento? Porca puttana! Forse mi sono svegliato prima del previsto? Mi sa che sono ancora stonato dalla ketamina che mi ha dato il dottore. «Vedrai che bel sonnellino ti fai…» mi aveva detto.
C’è qualcosa di strano però. Questo silenzio è assurdo. Né rumore di traffico dalla strada, né vociare dai corridoi. La luce arriva tagliente attraverso queste bende merdose, ma non riesco a vedere niente. C’è un odore schifoso di disinfettante come quello dell’androne del riformatorio la mattina presto, quando i secondini passano Amuchina sui pavimenti. Forse è un miracolo. Sembra davvero che non ci sia nessuno. Magari sono tutti rinchiusi a vedere la partita dell’Italia in qualche stanza. Coglioni. Adesso, li fotto! O almeno ci provo. Scappare e non tornare mai più in quel riformatorio di merda. Ma non mi sento per niente bene. Eccolo. Mi sale veloce un conato di vomito. Sarà l’anestesia del cazzo che mi hanno fatto. Mi concentro sulla bocca e sento un sapore metallico. Sputo sul pavimento. L’ansia mi avvolge lo stomaco, provo ad alzarmi per mettermi seduto nel letto con la schiena sulla spalliera, ma un dolore lancinante mi fora il braccio sinistro. L’ago della flebo, con la mano destra a testoni lo trovo e lo strappo via con forza. Provo a gridare per chiamare l’infermiera. Quella bona, l’unica cosa bella che avevo visto prima di perdere coscienza, ma la voce non esce. Cazzo! Se fossi un cellulare sarei già con la batteria a terra. Credo di non avere neanche mezza tacca di energia. Devo guardarmi allo specchio, per vedere che cera ho. Il mio piano era di approfittare di questi giorni in ospedale per trovare un modo di filarmela alla grande, alla prima occasione. Mi sa che è andata già a puttane la mia idea, prima ancora di provarci. Mi sento veramente di merda, dove vuoi che vada? Mi strappo con furia le bende dagli occhi e subito noto due cose: la prima è che è stata un’idea del cazzo aprire gli occhi. Bestemmio! La luce. Dolore assurdo come un calcio dritto nelle palle. La seconda cosa è che pensavo di aver sputato sangue sul pavimento invece guardo e vedo un grumo verdognolo. Porca puttana, che è questo schifo? La roba verde che ho sputato si muove! Panico! Vado in tilt totale. Cuore a razzo. Scendo giù dal letto in un nano secondo. Le gambe legnose non mi reggono si afflosciano come una lattina di coca vuota. Sto per andarci a sbattere di faccia sul grumo schifoso, quando all’ultimo secondo mi aggrappo alla sedia a rotelle alla destra del letto. Con uno sforzo sovrumano riesco a metterci sopra il culo e rannicchiare in fretta e furia il mio metro e novanta incartocciandolo su quel trabiccolo. Mi faccio forza e uso la poca energia che mi è rimasta per far scivolare le ruote e spingermi in direzione del corridoio, ma quello che vedo fa saltare tre battiti al mio cuore. Appena con la mia carrozzina mi affaccio fuori dalla stanza, vedo al centro del corridoio, riversi per terra primario, chirurgo e infermiera. L’infermiera ha i capelli biondi che le ricoprono il viso. Sembrano tre pesci spiaggiati. Hanno le pance gonfie in maniera assurda, sotto i loro camici bianchi s’intravedono ventri enormi che quasi gli esplodono. I corpi in posizione scomposta, gli occhi aperti e sbarrati, la pelle blu, e un filo di robaccia tipo slime verde che gli esce dalle bocche spalancate. Che cazzo sta succedendo qua dentro? Me ne devo andare. Devo andare via. Adesso. Sento un rumore fortissimo salire dal piano di sotto attraverso la rampa di scale: STOMP, STOMP, STOMP e poi uno swish strusciante. Concentro le mie energie, provo a farmi forza per andare dall’altra parte verso la fine del corridoio, vedo l’ascensore al piano con la luce accesa e le porte spalancate. Niente, quella cazzo di sedia a rotelle non si schioda. Cado e con un ultimo tentativo disperato striscio pancia a terra sui gomiti come una recluta al suo primo giorno di addestramento. A zig-zag sul pavimento riesco a raggiungere l’ascensore e a schiacciare il bottone del terzo piano. Le porte si chiudono dietro di me mi rendo conto di aver lasciato una lunga striscia di sudore, sono fradicio e ho il cuore che mi batte all’impazzata, ma d’istinto decido di fare una cosa che facevo da bambino mentre giocavamo a nascondino nel palazzo per fregare quelli che m’inseguivano. Schiaccio il bottone ‘ALT’ e mi fermo tra il secondo e il terzo piano. Trattengo il fiato e cerco di sentire oltre il rumore del mio cuore. Mi arriva forte lo STOMP STOMP STOMP che proviene dal piano sotto di me, ma sento anche una fievole voce provenire dal terzo. Non so che fare al terzo piano ci può essere di tutto ad aspettarmi ma non ho scampo ci devo provare premo “3” ma l’ascensore non arriva al piano, si ferma e le porte si aprono un po’ prima. Attraverso le porte vedo il dislivello. Merda, penso. Salgo con le punte dei piedi sulla sedia e mi tiro su con le braccia. Ora, se fossi un cellulare, la mia batteria lampeggerebbe rossa. È buio pesto e lo STOMP STOMP STOMP accompagnato dallo swish frusciante lo sento vicinissimo. Dietro di me, per le scale. Sta arrivando, mi ha quasi raggiunto. Striscio verso la porta semichiusa in fondo al corridoio, disperato, come una biscia presa alla sprovvista in mezzo a un prato. Sento distintamente che la voce metallica esce da una radio. Riesco appena a entrare, non oso pensare che cosa possa esserci dietro di me, ma riesco a chiudere la porta con un calcio del mio piede da terra. Mi giro di scatto, mi aggrappo alla maniglia, faccio leva per alzarmi e mi tiro su barcollante, dando le spalle alla porta. Chiudo a chiave veloce. Ho un attimo per rifiatare. Stranissimo, la stanza è buia ma io riesco a vedere, come attraverso un alone verde. Sembra che la mia vista sia come in uno di quei videogiochi di guerra alla Call Of Duty quando metti il visore notturno al tuo soldato preferito. C’è un tanfo opprimente di morte e le finestre hanno le persiane chiuse. Nell’angolo vedo pulsare, in questo strano alone verde sul tavolo una radiolina. La voce esce da lì con queste parole: «Se state ascoltando questo messaggio siete sopravvissuti alla pioggia di meteoriti di ieri sera. Per ragioni inspiegabili le meteoriti hanno liberato delle spore velenose. Le persone che si trovavano all’aperto al momento dell’impatto sono decedute sul colpo. L’impatto ha attivato qualcosa nelle piante e negli alberi. Per la vostra salvezza è della massima importanza che riusciate a raggiungere con ogni mezzo e il prima possibile il punto di evacuazione dentro la cattedrale di San Pietro. Questo è un messaggio registrato». Mentre ascolto, lo STOMP STOMP STOMP si è fermato, ma sento una seconda voce uscire dall’armadietto accanto alla porta vicinissimo a me. Non è una voce registrata, ma quella vera di un vecchio che sembra essere molto debole. Apro la porta e lo vedo. Lo riconosco subito: è il dottore che mi ha addormentato per l’intervento; capelli bianchi lunghi con il codino da hippie e l’orecchino a cerchietto. Adesso il codino è tutto impiastricciato della bava verde che ha vomitato. Pancia gonfia, il camice è squarciato, ha un taglio profondissimo che gli scende dall’ombelico al pisello e vedo le sue viscere avvolte in una strana gelatina verde e fosforescente gocciolare sul pavimento. Ha gli occhi sbarrati come quelli del corridoio del piano di sotto, ma non è ancora diventato blu come gli altri, e respira con molta fatica. Sta morendo.
«Spore. Spor… pren… prendi questo. Brucia. Brucia. Seminterrato.»
Neanche il tempo di finire la frase ha un ultimo conato di vomito e lo vedo tirare le cuoia. Che fine di merda, poveraccio. Gli levo dalle mani la bomboletta bianca. La guardo, riesco a leggere nitidamente la dicitura, con questa mia vista speciale la percepisco fosforescente, di un verde quasi in rilievo: ‘Ossigeno puro al 100% altamente infiammabile’. Non lo so che cazzo è successo ma so solo che devo uscire da questo posto di merda e andare via il più veloce possibile. Apro di soppiatto la porta, controllo e non vedo niente, solo l’ascensore in fondo al corridoio. Prendo le due grucce che sono appoggiate all’armadietto, ficco la bomboletta sotto l’ascella, spalanco la porta con un calcio e saltello veloce verso l’ascensore. Oltre a questa vista insolita sento risalire dentro di me un’energia fortissima, la sento avvolgermi insieme alla furia fuori controllo che mi attanaglia. Mi accorgo di brillare al buio. Con la coda dell’occhio vedo qualcosa di fluorescente allungarsi a terra sotto il battiscopa e venire verso di me, strisciando velocissima per il corridoio. Non mi volto a guardare bene, mi sto cagando sotto di brutto. Lascio perdere le grucce e le butto lanciandole dietro di me. Disperato faccio gli ultimi tre metri in volata, con un balzo entro nell’ascensore e premo il tasto ’T’. Mentre ci muoviamo mi viene però un pensiero strano. Come guidato da un forza misteriosa mi sorprendo a fare qualcosa che non avrei mai immaginato. Premo di nuovo ‘ALT’ e poi ‘-1’ per il seminterrato. La porta si apre e vedo una marea di biglie verdi gelatinose e fosforescenti coprire tutto il pavimento. È come una di quelle vasche piene di palline per far giocare i bambini, solo che qui non c’è un cazzo da giocare. Saranno milioni. Le spore di cui parlava la radio. Hanno completamente invaso la stanza, si gonfiano ed esplodono, lanciando in ogni direzione schifosissime palline che si moltiplicano in centinaia di migliaia di spore più piccole. C’è una puzza insostenibile di foglie marce e muffa. Poi lo vedo dietro di loro, un gigantesco fungo pulsante avvolto nello slime fosforescente-verde. Gli sono spuntate due lunghissime protuberanze che saettano veloci verso di me. È alto tre metri e tocca il soffitto, si piega su e giù agitandosi veloce. Lo sento entrare con forza nei miei pensieri e sussurrarmi amichevolmente: «Resta qui con noi, sei uno dei nostri, ormai. Vedrai, sarà un mondo più bello». E invece, con una calma incredibile, svito piano il tappo della bomboletta e sento il getto freddissimo dell’ossigeno uscire. Le liane del fungo mi hanno ormai giù raggiunto e mi hanno stretto le caviglie. Mi stanno stritolando, sento le mie ossa cedere a poco a poco. Decido di tirare fuori l’accendino che avevo nascosto in tasca per fumarmi una sigaretta al risveglio e lo accendo davanti al beccuccio della bomboletta. Esce una fiamma azzurra che illumina la stanza a giorno. Brucio prima le liane alle mie caviglie, mi libero e muovo veloce il getto incandescente come una spada laser di guerre stellari verso le spore. Mi sento come uno Jedi mentre avanzo verso il mio Dart Fener. Il fungo si dimena ma non c’è bisogno di avvicinarsi per notare che lo stronzo sta riformando altre quattro liane acuminate che avanzano minacciose verso di me. Ma ho una sorpresa per lui: lancio con tutta la forza che mi è rimasta la bomboletta ai suoi piedi. La bomboletta esplode in una palla di fuoco e lo avvolge con la sua fiamma azzurra. Non mi fermo a vederlo bruciare, sento solo il suo grido alzarsi fortissimo e disperato nel mio cervello. Mi giro rientro nell’ascensore e premo ‘0’.
Chissà, magari dopo tutto questo mi faranno finalmente lasciare quel merdoso riformatorio.

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