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La danse

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Illustrazione di Agrin Amedì
La prima volta che ho indossato un paio di scarpette da danza non avevo ancora quattro anni. Frequentavo la scuola materna nell’istituto di suore più rinomato della mia città, cui erano ammessi solo i figli della migliore borghesia.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio
“Scrivere dialoghi – per film, serie tv, romanzi e teatro”
diretto da Enrico Valenzi

 

La prima volta che ho indossato un paio di scarpette da danza non avevo ancora quattro anni.
Frequentavo la scuola materna nell’istituto di suore più rinomato della mia città, cui erano ammessi solo i figli della migliore borghesia. Stavamo preparando il saggio di fine anno scolastico, e alla nostra insegnante di ginnastica venne in mente di trasformarci in microscopiche ballerine classiche. L’insegnante era bellissima, esile e lieve come un miraggio. Noi bambine la adoravamo e da grandi avremmo voluto tutte diventare come lei. Durante le lezioni ci faceva saltare come cagnolini ammaestrati, percuotendo con una bacchetta la pelle screpolata di un vecchio tamburello. In realtà, le sarebbe bastato uno sguardo per farci obbedire a ogni suo comando. Le suore fecero cucire alla sarta della scuola dei piccoli tutù celesti: ricordo il corpetto di raso liscio e freddo sotto i miei polpastrelli di bambina e la gonna di tulle inamidato che mi lasciava scoperte le gambe e le pungeva un po’. Chiusero i nostri piedi infantili in un paio di scarpine da danza, anch’esse di raso celeste, con la punta dura rinforzata e lunghi nastri molli da avvolgere attorno alle caviglie.
Danzai incerta, arroccata in cima a quelle scarpette inadatte alla mia età, tenendo alto sopra la testa un ramo di pesco ripiegato ad arco, imitazione in plastica di una primavera ormai lontana. I capelli erano sciolti, trattenuti solo da un cerchietto ornato dagli stessi fiori di plastica rosa del ramo di pesco. Guardo le foto scattate quel giorno e ci ritrovo dentro una bambina morbida, sorridente, inebriata dalla sua prima esperienza di palcoscenico. Sembra soddisfatta di sé, convinta che quella danza sia solo l’inizio del meraviglioso ballo della vita.
Possiedo ancora quel tutù e quelle scarpette. Mia madre li ha conservati avvolti in una velina d’altri tempi, diventata negli anni opalescente come una pergamena antica. Ogni volta che la sfioro ho paura che possa dissolversi in una nuvola di polvere. Con cautela, libero una scarpina dal suo involucro e la guardo. Non so se sorridere o piangere: è così piccina che mi sta tutta in una mano.

Adesso calzo il 41, e ho sempre difficoltà a trovare un paio di scarpe che non mi facciano sembrare un parà in libera uscita. Al posto della bambina compiaciuta ci sono io, una donna che da tempo ha smesso di sorridere. Una donna senza più illusioni, alla perenne ricerca di se stessa. Anche oggi. Oggi che compio 50 anni. So che tra poco il campanello suonerà e la mia casa sarà invasa dagli amici che, pensandomi distratta, hanno deciso di organizzare una festa a sorpresa, convinti che io non me ne accorgessi. Ma io lo so, e conosco anche l’ora dell’appuntamento. E’ per questo che me ne sto qui, davanti alla finestra. Pronta ad andarmene.
A chi me lo chiedesse risponderei che la mia vita non è stata un ballo meraviglioso. Anzi, direi proprio il contrario.
Ho studiato danza durante tutti gli anni dell’infanzia. Volteggiare su quelle punte rigide era diventato la mia sola aspirazione e la sostanza quotidiana dei miei giorni. Era duro e faticoso, ma esaltante. Ero persa in una dimensione meravigliosa, fatta di musica e bellezza, suono e colore, dove un gesto aggraziato poteva trasformarmi in una fata, una regina, una stella. La danza mi veniva naturale ed ero la migliore del mio corso; nei saggi avevo sempre il ruolo principale e spesso ballavo da solista. Ero perfino riuscita a superare il durissimo esame di ammissione all’accademia di danza della mia città. Di mattina studiavo, di pomeriggio passavo ore interminabili nella sala prove con le pareti rivestite dagli specchi.
È lì che con orrore ho iniziato a vedere il mio corpo trasformarsi. Il corpo, il primo elemento della mia vita a tradirmi, la prima parte del mio mondo ad andare in pezzi. A poco a poco la bambina minuta e leggera iniziò ad allungarsi e allargarsi, a diventare sempre più alta e spigolosa. Guardavo il mio riflesso spaventata e al mio posto vedevo Alice nell’incubo surreale del mondo al di là dello specchio. Dovevo aver mangiato il biscotto sbagliato, quello che faceva crescere oltre ogni misura. Alla fine della terza media mi ritrovai espulsa dall’accademia. Le insegnanti e i dirigenti furono inflessibili: non potevo proseguire negli studi perché ero troppo alta, troppo pesante, troppo al di fuori dei canoni della danza classica. Non saprei contare il numero dei giorni trascorsi a piangere il mio sogno irrimediabilmente infranto. Ma perché non andavo più bene? Che cosa c’era di sbagliato in me? Io ero la stessa bimba delicata di quel remoto giorno dell’asilo, la stessa che voleva essere fata e principessa, regina e farfalla. Solo, sembrava che sotto le mie nuove spoglie nessuno più fosse in grado di vedermi per come realmente ero.
Così decisi di non guardarmi più allo specchio, e soprattutto di ignorare il mio sconforto. Se non mi avevano voluto, voleva dire che non mi avevano meritato. Mi asciugai le lacrime e stabilii che più niente e nessuno avrebbe potuto farmi soffrire così tanto.
All’università presi la strada più difficile. A forza di guardare le persone dall’alto e da fuori, decisi che valeva la pena studiarle anche da dentro. Mi iscrissi a medicina e volli specializzarmi in chirurgia addominale. Mi laureai brillantemente e poco dopo sposai il professore di anatomia del mio corso. D’accordo con lui, stabilimmo di non avere figli per poterci dedicare in pieno alle rispettive professioni. Eravamo in due, e in due ci saremmo bastati.
Sembrava che nulla potesse fermarmi, affrontavo ogni nuova sfida come se fosse l’ultima. Irradiavo solidità e un senso di sicurezza adamantino. Molti vedevano in me un esempio da seguire; ogni passo che facevo sembrava rendermi più forte e mi portava più lontano dal mio punto di partenza.
Dopo anni di gavetta in un ospedale pubblico divenni abbastanza affermata da poter intraprendere la carriera privata. Iniziai a lavorare in una clinica dove ero convinta di poter dare il meglio di me stessa senza troppe inefficienze e lentezze burocratiche. Nello studio in cui ricevevo i pazienti, sulla parete alle spalle della mia scrivania, avevo fatto appendere una gigantografia del quadro di Matisse intitolato “La danse”. Tutti lo avevano interpretato come un gesto terapeutico nei confronti degli ammalati, un tentativo di restituire serenità e armonia a chi si rivolgeva a me portandomi la propria malattia e il proprio dolore. Ma per me quel quadro significava qualcosa di diverso. In quei corpi allungati e arcuati io avvertivo una tensione disperata; nelle membra innaturalmente stirate percepivo lo sforzo di adattarsi a uno spazio che non era il loro; nelle mani allacciate leggevo la fatica di opporsi al risucchio del vuoto circostante. I ballerini danzavano su una base che sembrava scivolare sotto i loro piedi, costringendoli in eterno a un girotondo instabile e ondeggiante. Il rosso dei loro corpi era il sangue che mi aspettava in sala operatoria. E di sangue ne vedevo tanto, ogni giorno.
Il mio disagio iniziò quasi senza che me ne accorgessi. Dapprima fu qualche incubo confuso, qualche notte insonne attribuita al troppo lavoro e presto archiviata come disturbo passeggero. Poche gocce di tranquillante mi avrebbero restituito la lucidità necessaria ad affrontare il mio lavoro con freddezza ed efficienza. Poi però l’insonnia divenne regolare e gli incubi si fecero ricorrenti. Dovevano essere talmente spaventosi che al risveglio non riuscivo a ricordarli; mi rimanevano addosso solo il sudore e il senso d’angoscia, accompagnati dalla tachicardia. Conservavo pure la vaga reminiscenza di un pianto ostinato e sottile, insistente come quello di un bambino.
Solo molto tempo dopo, all’incirca due anni fa, improvvisamente capii. Stavo affrontando un’operazione particolarmente difficile, e anche se all’esterno apparivo calma e concentrata, dentro di me tremavo come una foglia. Mi succedeva ormai regolarmente, non appena indossavo il camice mi sembrava di non poter contare su me stessa e tutta l’esperienza accumulata in anni di lavoro si dileguava, lasciandomi sola davanti alla mia ansia. Nonostante tutto riuscivo adoperare con la solita bravura, e questo era ciò che mi consolava nei momenti in cui pensavo di gettare il camice alle ortiche.
Quel giorno impugnai il bisturi riuscendo una volta di più a controllare il tremito delle mani. Mi complimentai con me stessa e tracciai un’incisione perfetta all’interno del riquadro operatorio. Del paziente vedevo solo una porzione anonima di pelle delimitata dai quattro teli verdi. Incisi, e all’improvviso la mia vita si fermò. Le immagini si scomposero davanti ai miei occhi, tutto quello che avevo intorno scomparve; la consapevolezza mi travolse accompagnata da un fragore che per fortuna potei sentire solo io. Stesa su quel lettino, c’ero io. Ero il chirurgo, ma soprattutto ero il paziente cui io stessa avrei dovuto asportare la parte pericolosa e malata.
L’allucinazione durò abbastanza da farmi comprendere ciò che era stata tutta la mia vita: un inconsapevole ma coerente tentativo di tagliare via pezzi di me stessa. Tutte le mie scelte mi apparvero dettate dalla volontà di rimuovere, di allontanare da me qualsiasi cosa potesse farmi soffrire. Sul tavolo operatorio ritrovai improvvisamente una me stessa sofferente e ferita, tanto diversa dalla donna sicura che ero abituata a conoscere. E la cosa più triste, era che di quella me stessa non sapevo assolutamente cosa fare. Non possedevo uno spazio legittimo in cui metterla. Con uno sforzo enorme riuscii a riscuotermi dall’incubo e a terminare l’operazione con successo. Poi corsi a piangere in bagno. Non se ne accorse nessuno.
Da quel giorno ho passato ogni singolo istante delle mie giornate cercando di essere una, e sentendomi lacerata in due. Due metà inconciliabili e incapaci di dialogare. La fatica di essere così scissa, forte e debole, grande e piccola, guaritrice e ammalata, sicura e disperata, mi ha infinitamente stancato.

Per questo ho deciso di andarmene. Proprio oggi. Forse non sarà un atto gentile nei confronti dei miei ospiti, ma sono stufa di essere gentile. Quando loro arriveranno sarà già tutto finito.
Mentre apro la finestra del salone, inaspettatamente sento una chiave girare nella toppa. Sono sorpresa: nessuno doveva arrivare così presto. La porta di casa si apre ed entra mio marito. Ascolto la sua voce chiamarmi e di scatto richiudo la finestra.
«Laura, ci sei? Dove sei? Ah, eccoti, finalmente.» Il tono allegro nasconde un po’ di rimprovero. «Ti ho cercato per tutta la mattinata. Perché non hai risposto al telefono?»
Lo guardo senza afferrare bene quello che dice; ricordo confusamente di aver lasciato il cellulare spento. Tanto, a che serve? Con mio marito parliamo poco da un sacco di tempo, benché lui non paia essersene accorto. Per i pazienti ho una linea dedicata, e chi mi vuole cercare sa che può trovarmi sempre in clinica. Continuo a tacere e a guardarlo, e mi accorgo che ha un’aria diversa dal solito: gli occhi gli brillano, le labbra non riescono a trattenere un accenno di sorriso. Le mani stringono un pacchetto rettangolare poco più piccolo di una scatola da scarpe, avvolto in una carta colorata e coronato da un enorme fiocco dorato.
«Ti ho portato una cosa» mi dice avvicinandosi e mettendomi il pacchetto sotto il naso. «È un regalo per il tuo compleanno. Spero che ti piaccia. In effetti, un  po’ parla di te. È qualcosa… qualcosa che ti assomiglia molto. Però, per favore, prima di aprirlo, chiudi gli occhi.»
Mi prega come se fosse un bambino. Non riesco a opporre resistenza, ormai la situazione è sfuggita al mio controllo. Di certo questo è il momento meno adatto per ricevere un regalo, ma non posso fare a meno di prendere il pacchetto e di sedermi accanto a lui sul divano. Serro le palpebre e inizio a strappare la carta. Le mie dita incontrano il profilo di un coperchio, una superficie di legno levigato interrotta al centro da un intarsio. Le mani di mio marito guidano le mie ad aprire la scatola: sollevo il coperchio e finalmente riapro gli occhi.
Sono lì, e nello stesso tempo sono altrove: la mia vita si ferma di nuovo, come è già successo due anni fa. Le orecchie registrano il suono metallico di una musica che immediatamente riconosco: sono le note finali del brano della morte del cigno, dal “Lago dei cigni” di Tchaikovski. Dal fondo della scatola emerge una figurina che inizia lentamente a girare su sé stessa: una microscopica ballerina di plastica issata su un globo terreste roteante. Indossa un tutù di tulle bianco, con la gonna inamidata che le lascia scoperte le gambe; un nastro di raso celeste scende da una spalla a circondarle la vita. Le braccia sollevate si ricongiungono al di sopra della testa; il viso sorridente le segue volgendo lo sguardo verso il cielo. La gamba destra tesa incardina la danzatrice al globo terreste, la sinistra è alzata e ripiegata in modo che il piede sfiori il ginocchio opposto. Due scarpine nere da punta stringono i piedini perfettamente arcuati. All’interno del coperchio della scatola c’è uno specchio che riflette l’immagine della ballerina, raddoppiandola.
Il carillon ripete all’infinito le sue note, la figurina sorride e continua graziosamente a volteggiare. Fisso inebetita quell’oggetto e penso che sia la cosa più incredibilmente kitch, la più assurda che io abbia mai visto. Le lacrime iniziano a scendermi prima che io riesca a fermarle. Da una distanza incalcolabile, la voce di mio marito mi raggiunge il cuore.
«È così che ti ho sempre vista, sai, Laura? Sei come la ballerina che dissimula la fatica per regalare al pubblico l’illusione della bellezza. È questo che mi piace di te. La parte vera che riesci a tenere segreta. Perdonami se non te l’ho mai detto prima, avevo paura che non lo accettassi.»
Per la prima volta da quando sono adulta, lascio che qualcuno mi veda piangere. Stringo le mani di mio marito e piango. Guardo il carillon e piango. La danzatrice gira e gira e gira davanti ai miei occhi. Attraverso le lacrime, bianco e nero, luce e ombra, piccolo e grande, debole e forte, gioia e dolore si fondono e si ricompongono.
Adesso so di essere pronta. Pronta a restare.

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