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Illustrazione di Agrin Amedì
Nonostante le due docce già fatte al mattino, ancora mi porto addosso l’odore sterile dell’ospedale in cui ho dormito stanotte, per farle compagnia. Non so se lei se ne renda conto.

Nonostante le due docce già fatte al mattino, ancora mi porto addosso l’odore sterile dell’ospedale in cui ho dormito stanotte, per farle compagnia. Non so se lei se ne renda conto. Secondo il dottor Travelletri ci sono scarse possibilità che sia ancora presente in lei un’attività cosciente. In ogni caso stanotte mi è parso di sentirla sognare. Muoveva le dita lentamente, come se stesse suonando il suo vecchio pianoforte, e bofonchiava qualcosa di incomprensibile. Non riesco a capire come questa puzza di disinfettante, di macchinario elettrico vecchio e un po’ impolverato e, più in generale di aria chiusa, stantia, riesca a essere tanto anonima quanto opprimente; rimane addosso come una seconda ombra. Oggi è il suo ottantacinquesimo compleanno e ho pensato di uscire a comprarle un regalo. Il dottor Travelletri ha detto che ormai è una questione di pochi giorni, quindi posso dire di essere certa che questo sia l’ultimo compleanno della sua vita. Eppure, anche se il calcolo pare ovvio, il mio raziocinio lo sostiene a fatica. Potrebbe darsi che io stia perdendo ore preziose in giro per queste stradine del centro, ore che potrei trascorrere accanto a lei, interrogando quella coscienza che i dottori le vogliono negare e che pure trapela dai suoi sguardi che mutano continuamente espressione, a tratti terrorizzati, come se percepissero la concretezza di ciò che sta avvenendo al corpo sul quale sono delicatamente poggiati, altre volte remissivi, quasi come se stessero prendendo educatamente commiato dagli oggetti su cui si posano.
Magari il dottor Travelletri ha ragione e la mente più brillante che gli ultimi ottantacinque anni abbiano conosciuto, quella di mia nonna, si è spenta; eppure so che lei vede, so che lei sente. Scuote leggermente la testa quando accendo la televisione, la scatola della solitudine, la chiamava, con quel suo disprezzo che sapeva essere gentile. Suppongo quindi che anche lei sia tormentata da questo maledetto olezzo da camera d’ospedale. Mi dispiace che debba sopportare anche questo; da quando sta per morire, mi addolorano continuamente le cose più irrisorie; come ieri, per esempio, che mi si è stretto il petto perché l’infermiera è arrivata in ritardo a cambiarle la flebo, o stamattina, quando il dottor Travelletri è scoppiato in una risata fragorosa, nel corridoio di fronte alla camera in cui lei sta agonizzando, ed è stata come una coltellata.
Mi hanno parlato di una piccola bottega, che dovrebbe essere in fondo a questa salita arroccata, un luogo un po’ dimesso in cui pare che un vecchio signore venda dei profumi a buon prezzo. Ho pensato che potrebbe essere un bel regalo, se non altro per la funzionalità, per toglierci di dosso quest’odore che pare quasi stregato tale è il suo effetto, perché non appena me lo sento addosso, il tempo di pochi secondi, tutto ciò che ho intorno assume le tonalità del grigio. Correlazione inspiegabile, eppure per qualche ragione il mio cuore la riconosce come perfettamente comprensibile.
Il piccolo negozio è interamente ricoperto da una grossa edera, a malapena si intravede la porta. Mi accorgo che per entrare bisogna suonare un campanello, e sul campanello c’è una piccola scritta in greco antico: ουσία; che significa “essenza”, me lo ricordo, me l’ha insegnato lei, che è laureata in lettere classiche. Spingo il piccolo pulsante e un suono melodico rimbomba per la stradina. Viene ad aprirmi un signore molto anziano, con foltissimi capelli bianchi e grossi occhiali rotondi. La cosa che mi mette in imbarazzo, però, è il piccolo fazzolettino bianco che ha incastrato in una narice. Mi ricorda quando da bambina mi colava il sangue dal naso e allora mi portavano subito un tovagliolino di carta per bloccare il flusso. Ma il naso del vecchio non sanguinava.
«Salve, venga, venga» mi dice, con quel tono un po’ affannoso che hanno le persone che finalmente ti vedono dopo averti a lungo atteso.
«Vorrei dare un’occhiata» gli dico.
«Prego, faccia pure, accanto a ogni profumo trova un bastoncino di carta sul quale può odore la fragranza di riferimento» mi risponde, aggiustandosi il fazzoletto nel naso.
Scorro di fianco a un lungo tavolo di legno sul quale sono riposte tantissime bottigliette, ognuna con una forma diversa, tutte molto particolari. Avvicino al naso un bastoncino: un odore pungente mi pervade le narici, sento tirare la pelle, mi viene un brivido di freddo. Strana sensazione. Odoro ancora e mi vengono in mente le Dolomiti, chissà perché, magari sono stati impiegati, per produrlo, fiori tipici di quelle zone a me tanto care.
«Lo riconosce?» mi chiede il proprietario, sorridendo.
«Estratti di fiori di melo?»
«Beh, sì, ecco, anche… In ogni fragranza che vede ci sono almeno una cinquantina di odori diversi mischiati insieme. Quello che sta sentendo è il profumo della neve. C’è voluto qualche giorno per riuscire a ricrearlo, ma alla fine abbiamo trovato la formula giusta.»
Queste parole mi lasciano perplessa. I miei pensieri, per inclinazione intellettuale, sarebbero volti allo scetticismo, e in generale, se potessi scegliere, non amerei così tanto ogni tipo di illusoria astrazione, se solo non ne subissi la vocazione.
Decido di rimanere in silenzio e annusare un altro profumo. Quest’odore è più complesso, sento mischiati insieme aromi diversi, come profumi di diverse signore che si preparano nella toletta di un grande spogliatoio; e insieme, odore di legno, e di corda; e poi, così, d’un tratto, si insinua un suono nella mia mente, che forse è proprio quella dolce melodia di Tchaikovsky che lei canticchiava sempre.
«Questa fragranza l’abbiamo preparata su richiesta. L’ha voluta un uomo che di mestiere era il primo violino di un’orchestra molto famosa, non le posso dire quale, sa, per discrezione. Il giorno che andò in pensione non si dispiacque più di tanto perché era stanco e malato. Di una cosa, però, diceva, non riusciva a fare a meno, ed era l’odore che era disperso nell’aria mentre suonava durante i suoi spettacoli. Quello che lei sente è, precisamente, profumo di sala da concerto.»
In questi giorni che mi paiono fuori dal tempo, giorni di attesa, sospesi in uno spazio continuamente intermedio tra ieri e domani, che non oso mai chiamare oggi, sento il bisogno di credere in qualcosa. Ed è con aria benevola che accolgo le parole di questo simpatico vecchietto, che invece che sembrarmi ridicole, mi paiono del tutto esatte; se si può riprodurre una sensazione, un sentimento, una percezione con le parole, con le immagini, con i suoni, perché non dovrebbe essere possibile farlo anche con i profumi? Mi sembra del tutto razionale. Anzi, mi pare incredibile di non averci mai pensato prima.
Avvicino al naso un altro bastoncino: odore di pino, di plastica, di gelato; poi, improvvisamente, un sapore molto salato nella bocca e come una sensazione di tepore lungo il corpo.
Guardo il vecchio:
«Profumo di mare?» gli dico, certa della risposta.
«Brava, vedo che capisce. Ma mi dica, lei cercava qualcosa in particolare?»
«Sì, volevo fare un regalo…»
Mi interrompo perché al signore è caduto il fazzoletto dal naso e lui si è inchinato a raccoglierlo sussultando.
«Si sente bene?» gli chiedo.
«Sì, sì, è che ho bisogno di quest’odore…»
«Che odore?»
«La mia cara Maria. Il profumo nel fazzoletto è il suo. Ci sono giorni in cui mi basta una spruzzata qui e lì, e altri in cui ho bisogno di tenerlo legato al naso. Sa, la nostalgia… Mi manca tanto la mia Maria. Non ci è voluto molto per scoprire la ricetta esatta del suo profumo. E poi sa, gli odori delle persone sopravvivono alla loro morte, basta saperli conservare… E così è un po’ come se lei fosse ancora qui con me.»
Pensai a un profumo come a una fotografia. Un’istantanea di odori condensati in grado di riprodurne l’essenza; e mi sembrò un’idea commovente.
Forse lei poteva vedermi ma non riconoscermi, era in grado di ascoltarmi ma non di capirmi, magari sentiva il peso del mio corpo sul suo ma non riconosceva quello come un abbraccio; e forse soffriva perché non potendo in nessun modo percepire la mia presenza credeva di essere sola. Era un pensiero che non riuscivo a tollerare.
«Lei crede che… anche io abbia un profumo?»
«Certo. Non ha notato che ho dovuto aprire la finestra? Non si offenda, è che qui gli equilibri sono fragili, un nuovo profumo che inebria l’aria porta sempre un po’ di scompiglio, bisogna essere cauti…»
«E potrei acquistare il mio profumo?»
«Senz’altro. Sarà pronto in una mezz’ora. Ma prima dobbiamo lavorare insieme, le farò una serie di domande, sa, per conoscerla; per ottenere il profumo di qualcuno o di qualcosa è necessario conoscerne l’essenza. Dovrà rispondere alle mie domande, e poi le preparerò il suo profumo.»
Seguo quell’uomo anziano, che adesso mi sembra quasi un mago, in una piccola stanza dove c’è una scrivania intorno alla quale ci sediamo. Mi fa le domande più svariate, alcune piuttosto inusuali. Mi chiede, per esempio, quale sia stata, fino a oggi, la cosa per cui ho pianto di più. Seguono domande sui miei gusti culinari. Poi interroga la mia memoria, mi domanda, per esempio, quale sia la prima melodia che ricordo di avere ascoltato nella vita. Si informa riguardo ai miei sogni ricorrenti, ai poeti preferiti, ai luoghi che ho abitato.
Il nostro colloquio dura un paio d’ore. Mi accorgo, con sorpresa, che conosco tutte le risposte alle domande. Non devo soffermarmi neanche un attimo a pensare, c’è una voce dentro di me che sa esattamente cosa dire.
Strano, a pensarci. Io, che non sono mai riuscita a godere del pensiero puro e irriflessivo della giovinezza, io, con i miei continui dubbi, chi sono, cosa voglio, dove devo andare; proprio io che conosco la risposta a ogni domanda e l’anziano signore, di fronte a me, che prende appunti. Proprio come se mi stesse facendo un ritratto.
Al termine del colloquio mi chiede di lasciargli la sciarpa che ho indosso, dicendomi che ogni corpo ha un suo odore specifico, e che gli serve anche quella fragranza per ultimare la ricetta.  A quel punto mi chiede di tornare dopo mezz’ora.
Trascorro quei minuti in uno strano stato di esaltazione, pensando a quell’uomo, rinchiuso in quella piccola bottega, come a un grande artista. Come spesso accade quando l’attesa è trepidante, quei minuti mi paiono infiniti, e la paura si impossessa di me. So che la nonna potrebbe morire da un momento all’altro. Forse è stato stupido uscire a comprarle un regalo per una ricorrenza che ormai conosco solo io.
Non appena il vecchio signore mi chiama, però, e mi consegna il mio profumo, l’odore della mia essenza, io lo porto subito al naso e la sensazione che provo è indescrivibile; somiglia un po’ a quel che sentiamo quando decidiamo di sottolineare una particolare frase in un libro, o a quando ci fermiamo per strada a sentire qualcuno che sta suonando qualcosa anche se siamo di fretta, o a quando ci guardiamo allo specchio e proviamo affetto per l’immagine riflessa; è come se quella fragranza fungesse da collante tra ciò che sento e ciò che penso, creando una perfetta coincidenza tra me e me stessa.
Mi sorprendo che costo irrisorio abbia un’opera così straordinaria. Saluto il signore con sincera riconoscenza e inizio a correre verso l’ospedale. L’ansia cresce dentro di me, devo arrivare in tempo, devo consegnare il mio regalo.
Quando varco la porta d’ingresso della camera da letto di mia nonna è l’ora del crepuscolo e lei sta guardando un punto indefinito fuori dalla finestra. La saluto, ma lei non si accorge della mia presenza. Continua a fissare qualcosa dall’altra parte del palazzo, la vista non è un granché: l’ospedale è una costruzione a forma di “U” e perciò dalla finestra si vedono solo altre finestre di altre camere della stessa struttura. Il cielo però è di un bel rosa. Prendo la bottiglietta dalla borsa, mi avvicino a lei e spruzzo un po’ della fragranza sul suo collo.
Lei rimane immobile. Io le sono di fronte ma lei continua a guardare il cielo. Le prendo la mano:
«Mi senti? Sono io…»
Avvicino il mio viso al suo e la stringo in un abbraccio. A un tratto sento la mia guancia bagnarsi. Le lacrime che le scorrono lungo il viso sono la prova tangibile che quell’uomo sia un maestro. Come gli altri giorni, neanche oggi lei mi risponde. Ma oggi siamo insieme, oggi sa che sono qui.

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