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Rosso pomodoro

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Illustrazione di Agrin Amedì
Samirah odiava il rosso, soprattutto la tonalità che improvvisamente colorava le faccia di quelle persone quando urlavano e insultavano il suo papà e tutti gli altri braccianti che erano con lui nei campi a raccogliere i pomodori.

Samirah odiava il rosso, soprattutto la tonalità che improvvisamente colorava le faccia di quelle persone quando urlavano e insultavano il suo papà e tutti gli altri braccianti che erano con lui nei campi a raccogliere i pomodori. Nella sua testa di bimba non riusciva a spiegarsi perché quella gente fosse così violenta. Il suo papà e i compagni lavoravano silenti e ce la mettevano tutta per essere veloci, pur spezzandosi la schiena e le braccia per la fatica nella raccolta e nel trasporto di quelle enormi casse piene di pomodori rossi. 
La notte, lì in quei campi, era breve. Durava poche ore perché prima che si potesse anche solo avvertire che era arrivato un nuovo giorno bisognava già essere al lavoro.
 La notte però era l’unico momento che piaceva davvero a Samirah. In quelle poche ore, dentro una tenda che puzzava forte di fatica e disperazione, lei stava stretta al suo papà. Lui dormiva sfinito, ma riusciva sempre a tenerla abbracciata a sé. Quello sì che era un posto sicuro e meraviglioso. 
Spesso Samirah la notte non dormiva. Le piaceva appiccicare la sua testa sul petto del papà e godersi la musica del battito del cuore. Appoggiava la guancia sulla camicia consunta ma morbida, nella tasca in alto a sinistra riusciva a sentire quello che lui teneva gelosamente conservato. Era il ritratto che gli aveva fatto lei; aveva disegnato una faccia buffa ma sorridente con sotto scritto nome di suo padre, Nabil, e il posto dove erano nati e vissuti prima di scappare da quell’orribile guerra in Nigeria. Accanto al disegno c’era un’altra scritta: “segni particolari: papà bellissimo e buonissimo di Samirah”. 
Ricordava benissimo quando e perché aveva fatto quel disegno. Erano pochi giorni che li avevano portati in quel posto infernale. Per lavoro, dicevano. Quella brutta gente li aveva ammassati tutti in una delle tende più grandi e al suo papà e a tutti gli altri migranti avevano sequestrato i documenti. Suo padre aveva provato a non consegnarlo, ma quegli uomini glielo avevano tolto con forza dicendo che tanto lì non gli sarebbe servito a niente. Samirah si era accorta di quanto questo lo aveva preoccupato, e così aveva deciso di consolarlo facendo lei per lui un documento tutto nuovo. Il suo papà era stato felicissimo del disegno e lo chiamava con orgoglio la sua “Carta di Dignità”.
 Samirah aveva un sogno, ma non un sogno qualunque. Uno preciso e speciale. Tornare a casa, una qualsiasi, con il suo papà. Dove stavano adesso, però, non c’era spazio per i sogni speciali. Era un posto marrone e verde scuro, ma non era bello e profumato come un bosco. La luce non filtrava magica dai rami: era sempre uguale e illuminava ogni cosa nello stesso modo, facendo sembrare tutto uguale. Era un posto che quando pioveva puzzava di putrido e con il sole la tenda di plastica mista a stoffa esalava un terribile odore acre che si sentiva nel naso fino a giù nella gola; faceva quasi un male fisico.
 Samirah odiava il rosso, quel rosso prepotente ed esteso dei campi di pomodori. Era colpa di quel rosso pomodoro che il suo papà doveva lavorare quasi tutto il giorno e non aveva più tempo di giocare con lei e di essere felice come quando erano in Nigeria prima della guerra. Era per sfuggire a tutto quel rosso che il suo papà una notte aveva provato a scappare con lei. Purtroppo li avevano scoperti subito e rigettati in quell’inferno verde e marrone. Fu proprio nel momento della loro cattura che in Samirah sopravvenne un nuovo sogno, un sogno speciale, ma questa volta anche urgente. Voleva entrare nell’arma, ma non in un’arma qualsiasi, proprio in quell’arma. Samirah voleva entrare nella pistola di quell’uomo che puzzava di orrore, che diceva di essere un caporale senza però indossare nessuna divisa e che puntava l’arma su suo padre come se fosse una preda senza scampo. Voleva farsi piccola piccola per entrare nella canna della pistola per poi scivolare giù veloce fino a raggiungere il tamburo, e con le sue dita piccine ed esili prendere quel proiettile in tempo per non farlo arrivare addosso al suo papà. 
Samirah odiava il rosso, quello del sangue che vedeva scorrere dal papà a terra. Con il piedino era riuscita a coprire e a nascondere dalla vista di quel mostro di caporale il suo disegno scivolato dalla tasca della camicia del suo papà mentre cadeva. La carta di Dignità era salva! 
Samirah aveva gli occhi fissi a terra, osservava il sangue di suo padre che le ricordava il colore della sua terra africana nei giorni di pioggia. Era in quei momenti che tutti nel suo piccolo villaggio cantavano, ballavano felici per festeggiare l’acqua che finalmente dissetava quella terra stanca e avara. 
Quel ricordo felice, lì in quel preciso momento, era stonato, ma indomabile. 
Samirah, piano piano, senza farsi notare raccolse la Carta di Dignità del papà e corse via veloce, velocissima, verso il suo destino, il più lontano possibile dal rosso e da quei campi di orrore e pomodori.

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