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Presente!

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Illustrazione di Agrin Amedì
«G. Mariella?» «Presente!» Ero tra i banchi di scuola. L’odore del gesso impregna ancora il mio ricordo. Cavolo, il primo giorno di scuola! Ero una bambina in penombra.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia diretto
da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

 

«G. Mariella?»
«Presente!»

Ero tra i banchi di scuola. L’odore del gesso impregna ancora il mio ricordo. Cavolo, il primo giorno di scuola! Ero una bambina in penombra. Quel giorno sfoderavo un enorme fiocco azzurro che nascondeva i lineamenti del mio viso pallido. Indossavo un grembiule bianco; l’intento era di proteggere i vestiti da usura e strappi, doveva occultare le prove della povertà della mia famiglia. Vi racconto un episodio che è utile per rendere chiara la nostra condizione trivellata. Era il periodo in cui era in voga la raccolta di certe figurine da incollare su di un album. L’intenzione… Beh, l’intenzione era di completare la raccolta. La mia serie preferita era: Candy Candy. Mia zia Ezia, la sorella di mia madre, mi regalò l’album, e fino a qui ci siamo, ero sullo stesso piano di tutte le altre bambine, ma improvvisamente il terreno sotto ai miei piedi cedette. «Cavolo, cosa mi succede? Non vedo più le bambine, dove sono finite?» Le bambine erano davanti all’edicola ad acquistare figurine. Io bambina ero sul mio cuscino a … Sì, provate a immaginare voi la scena! I miei genitori erano in mutande, non avevano una lira! Non c’erano abbastanza soldi per comprare le figurine. Mia nonna ogni tanto mi regalava qualche bustina, quando la pensione glielo permetteva. Ero quasi in estasi in questi rari eventi, ma questa felicità durava poco. L’album vuoto mi tirava un pugno in faccia, mi sputava i numeri di quegli spazi vacanti, dovevo assolutamente riempire le assenze! Decisi quindi di risalire su quel piano, chiesi alle bambine di mostrarmi le figurine che a me mancavano: praticamente quasi tutte. Loro erano così gentili nel mostrarmele. Tornavo di corsa a casa. Mi chiudevo nella mia cameretta, aprivo l’album e guardavo gli spazi vuoti, i numeri… Dovevo concentrarmi…Concentrarmi. Dovevo ricordarmi com’erano le figurine che il mio desiderio aveva scolpito nella mente. Tiravo un sospiro di sollievo e disegnavo perfettamente le sagome ricavate dalla mia memoria: i colori erano intensi, come l’emozione che provavo in quel momento. Così iniziavo a incollare quelle figurine. Le mie manine avevano dato vita a un sogno, e non un sogno qualunque, ma al mio sogno! Ora il mio album era completo e non solo, era unico. Nessuno me lo avrebbe potuto rubare, c’era la mia firma! Torniamo adesso tra i banchi di scuola. Dove eravamo rimasti? Ah, ecco. Quel giorno era un giorno speciale, ma proprio speciale, entravo finalmente nella vita di qualcuno. Nella vita delle mie nuove amiche. Occhi color verde papà e capelli color oro nonna materna. Il mio sorriso esibiva denti permanenti storti. Rompeva, scusate, erompeva la voce di mia madre: «Spingi con la lingua! Vedrai che si raddrizzano!». Sono trascorsi 45 anni… Sto ancora spingendo. Inciampai nel primo banco, le scarpe erano grandi, mi tradivano spesso. Mi guardai intorno, nessuno notò la mia magra figura. Accanto a me una sedia. Provai a sedermi velocemente. Ecco fatto! Con una mano alzai il mio calzettone, aveva un elastico allentato. L’altra mano la infilai nella mia cartella di cuoio. Era intenta nel tirare fuori l’astuccio dei colori e delle matite. Venni sorpresa. La mia maestra: «Maria, raccontaci di te!». Cercai di risponderle, lei aveva già cercato un primo approccio, il suo alito aveva un non so che di fogna, secondo me non se la passava proprio bene, era nella merda anche lei! Prima di aprir bocca, rivolsi il mio sguardo a quel crocifisso davanti a me. Era solo su quella parete enorme, io capivo Lui e Lui capiva me! C’era un silenzio assordante in classe. Fino a qualche minuto prima l’intera classe, come una tribù di indiani, intrecciava una danza propiziatoria per il nuovo anno. Ora, armati di archi e frecce sottilissime, erano nascosti dietro i loro banchi, accoccolati sui talloni aspettavano il primo segnale. Ingoiai la saliva. Mi girai verso il capo della tribù, in questo caso la mia maestra. Decisi di arrendermi, consegnai il mio scalpo, iniziai a cantarmela: «Abito a casa della nonna, matrigna mia madre fa la pittoressa, mio padre lavora nel sale, sono arrivata a scuola in ritardo perché sono venuta a scuola a piedi da sola, ho incontrato tante macchine accatastate, mia madre non mi ha accompagnata perché mia nonna si è piegata tutta su stessa.» Fu una carrellata di stronzate, lo so, ma io ero così. Ecco una dozzina di indiani spezzare il silenzio e slanciarsi contro di me avvolgendomi in una pioggia di risate a crepapelle. Poi avanza il resto della tribù, curvi fino quasi a toccare il suolo: «Ahahahahah!» Ero al palo della tortura, scotennata senza mandare un lamento, abbrustolita al punto giusto, le mie orecchie fumavano come tizzoni ardenti! Tutti aspettavano con una certa curiosità la mia prossima mossa. Provavano un gusto matto a udire le mie parole. La maestra aveva le braccia legate dietro la schiena, non poteva liberarmi dall’imbarazzo, me l’ero proprio cercata quella fossa. Chinai il capo. Mi guardai i piedi. Osservai le mie scarpe. Erano così orrende che quella condizione rimpiazzò l’amarezza della circostanza del momento. Capii che dopotutto al cospetto di quelle scarpe le mie parole meritavano di essere promosse a pieni voti. Suonò la campanella. La mia maestra si avvolse nel suo mantello. Ordinò a tutti di metterci in fila indiana. Era mezzogiorno di fuoco. Mia madre non era fuori ad aspettarmi. Era solita non aspettarmi, era solita lasciarmi, e ogni volta che commetteva questo delitto io ponevo un fiore davanti alla sua fotografia, dormivo accanto alla sua lapide, in memoria della sua fugace presenza. Ma questo non potevo raccontarlo, sarebbero tutti morti e non certamente dalle risate. Uscii dalla mia classe, dalla scuola, dal cancello. Guardai il cielo sopra di me, il sole. Provavo… Non sapevo cosa provavo. Tornai a casa saltellando, dovevo fare in fretta, mi attendeva un piatto caldo fumante. Mi attendeva.

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