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Le dieci e venticinque

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Illustrazione di Agrin Amedì
Quanti anni, quanto tempo è passato… Pensavo che non avrei avuto più voglia di tornare qui, mescolarmi ancora alla gente, vedere di nuovo girare le cifre bianche sullo sfondo nero dei tabelloni lassù in alto ad annunciare ritardi, confermare puntualità, cambiare destinazioni, arrivare e partire.

Quanti anni, quanto tempo è passato…
Pensavo che non avrei avuto più voglia di tornare qui, mescolarmi ancora alla gente, vedere di nuovo girare le cifre bianche sullo sfondo nero dei tabelloni lassù in alto ad annunciare ritardi, confermare puntualità, cambiare destinazioni, arrivare e partire. E ora poi, nel pieno della calura dell’estate. Io che per trent’anni sono passato per questa stazione ma non l’ho mai guardata per davvero, che l’ho considerata solo uno spazio fisico dal vagone del treno fino alla strada là fuori; e poi per altre strade; e poi dietro una scrivania. Ma adesso mi piace starmene qua. Mi metto seduto, leggo i giornali sportivi, ma più che altro guardo le persone. Ogni tanto qualche persona guarda pure me, s’intende. Penso di essere considerato una presenza tranquilla. Anzi, lo rivendico. Sono un normale, pacifico, ultrasessantenne in pensione. Non faccio niente di male, non ho intenzioni oscene, voglio solo restituire a questo posto un po’ delle attenzioni che ha avuto per me. Mi ha atteso tutte le mattine, accompagnato fuori, venduto riviste e caffè, riparato dalla pioggia. La stazione è stata una compagna fedele sempre presente. E adesso vorrei ricambiare, se possibile. E poi, è un po’ che ho questa sensazione. Di sentirmi solo. Pure se dovrei esserci abituato. Ma qui mi passa. Gente che va, gente che viene. Facce, odori, vestiti, dialetti diversi. Ho bisogno di loro. Non mi conoscono, e nessuno mi chiede che cosa ho fatto della mia vita, perché mi sono fatto sfuggire alcune cose dalle mani, non tutte ma alcune importanti sì, come fosse stata sabbia. Loro passano, io li guardo, e per brevi istanti condividiamo lo stesso spazio. Poi, da qualche giorno, ho un motivo in più. Ho visto una donna. Avrà più o meno i miei anni, anche se non sono mai stato capace di dare un’età alle donne. Loro sono state le prime a essermi sfuggite come la sabbia di prima. Comunque, anche lei viene da sola. Si siede qualche panca più in là, si porta dei libri, legge, guarda la gente. Come me. La osservo, lo faccio di sottecchi per non farmi scoprire, perché non ho più l’età per corteggiare alcunché e ne sarei imbarazzato. Però, Dio, che bella che è. Ho sempre pensato che non c’è un’età per la bellezza. La bellezza è per sempre, cambia nelle forme e nella percezione. Ma rimane in eterno, se la possiedi, se te l’hanno data. Ha dei lunghi capelli grigi, ma vivi, lisci e dritti come spaghetti al dente. Io, che non ne ho più, mi viene da portarmi le mani sulla testa, come per non farmi scoprire. Lei invece li raccoglie con un nastro di velluto nero e se li getta dietro, sulle spalle. E indossa gonne lunghe, calza delle ballerine leggere. È alta, e mi sembra di vederle il corpo intatto, come fosse ancora una ragazza; perché si muove lieve, senza impedimenti. Accavalla le gambe con naturalezza e sensualità. Ha occhi grandi, ma il colore da qui non lo distinguo. E labbra delicate, forse con un velo elegante di rossetto. Mi piacerebbe baciarle. Ma sono solo fantasie di un vecchio.

*

Qualche giorno fa, per la prima volta, mi è venuta a trovare la solitudine dell’età. Ero seduta in cucina, in mezzo all’afa delle sere di questo fine luglio, con la cena davanti. Un movimento maldestro e il bicchiere, con un dito di Sangiovese dentro, è caduto per terra. Non mi ha dato fastidio l’idea di raccogliere i cocci, anche se poi del vetro, si sa, ne rimane sempre una scheggia infilata da qualche parte. Né il lavoro di asciugare il vino sparso. Mi ha sconcertato l’eco del tonfo. Rimbalzava intero tra le piastrelle bianche della cucina e quelle rosa del bagno, dalla lampada accesa della sala alle tende della camera da letto. E nessuno che mi dicesse: «Sta’ attenta, rincoglionita». Mi sono sentita disperatamente, perdutamente, sola. Per questo ho cominciato a frequentare la stazione. Voglio essere stordita dagli altoparlanti che annunciano i treni, dallo stridore dei freni, dai sussulti delle carrozze, dalle grida dei venditori di bevande e panini. Voglio che i miei pensieri siano confusi insieme a quelli di altre centinaia, migliaia di persone. Come se potessi vederli dall’alto, disegnati come fumetti concreti e visibili a chiare lettere, e li potessi leggere solo io. Impicciarmi degli affari degli altri. Ho testardamente difeso la mia indipendenza per tutta la vita e adesso mi trovo a dover dipendere dalle sensazioni che mi rimandano questi pendolari che vanno e vengono tra i binari. Ma io non sono rimasta da sola per scelta. È successo, e basta. Capita a tante persone ed è capitato pure a me, che ho amato così tanto. E immagino di essere stata tanto amata. Anzi, ne sono certa. Da qualche parte, adesso, in questo momento, c’è qualcuno che mi pensa, si ricorda di me attraverso il velo malinconico degli anni passati. E c’è quell’uomo laggiù che mi sta guardando, ne sono sicura. Fa finta di leggere il giornale, ma in realtà mi osserva. È un bel signore, non c’è che dire. Spalle larghe, fisico asciutto. Avrà la mia età, ci scommetto. Io sono brava a riconoscere gli anni delle persone. Perché mi piacciono, ne sono affascinata. Lui, comunque, è interessante. Forse si vergogna della sua testa pelata perché a volte si copre la fronte, come se fosse in imbarazzo. Mi piacerebbe parlarci, anche magari dell’afa, dell’estate che avanza. Ma sono solo fantasie di una vecchia.

*

Fa caldo. I binari in lontananza sembrano deformarsi, storcersi e tremolare nell’aria bollente. Le traversine di legno sono secche, esauste. Tra gli spazi qualche filo d’erba gialla, le cartacce, sigarette spente, i sassi grigi della massicciata. Stamattina hanno disinfettato con la creolina e c’è un odore penetrante esaltato dal calore. Pizzica le narici, fa arricciare i nasi. Guardo le carrozze che si allontanano veloci, i respingenti neri e le luci rosse intermittenti dietro l’ultimo vagone, e le facce della gente. Militari, ragazzi e ragazze che vanno verso la Riviera a farsi un po’ di mare, impiegati in trasferta, persone che vanno a trovare i parenti, persone mano nella mano, giovani e anche meno giovani. Tutta questa gente si sveglia raccontandosi l’uno all’altra i sogni che hanno fatto nella notte, e stanno camminando insieme per un lungo pezzo di strada dritto come questi binari d’acciaio. Io dov’ero per tutti questi anni che avrei voluto amare ma non l’ho fatto? Mi sento inaridito dentro, prosciugato da questa estate. Anzi, peggio. Il contrario. Mi sembra come avere un fiume in piena nello stomaco e un tappo, una diga gigantesca a bloccare la corrente. Ma oggi la donna dai lunghi capelli grigi è ancora più bella. Ha una camicia scollata azzurro chiaro e una gonna, sempre lunga, ma con uno spacco laterale. Le scarpe di corda colore chiaro. Ho visto un po’ di gambe. Ho sbirciato e mi vergogno, perché mi sa che se ne è accorta. Che figura ci faccio? Da grandi, alla mia età, non bisognerebbe più avere queste fantasie. Lei mi piace tanto, però. Chissà, un giorno di questi potrei anche vincere la paura e presentarmi. Mi è mancata sempre questa, alla fine. La voglia di provarci, di buttarmi. Prima rimandavo, sapevo che c’era tempo. Adesso, chissà. Ma sbaglio o mi ha fatto come un sorriso?

*

Ieri ho incontrato una vecchia amica, una di quelle che da giovane mi parlava dietro, diceva che andavo con tutti quelli che mi piacevano. Lei non lo sa, ma quante volte ho pianto pensando che ci fosse qualcuno che mi considerava una facile, che si dava al primo venuto. Poi si è sfogata un po’. Mi ha fatto piacere. Ha detto che il suo matrimonio sta andando in pezzi. Sospetta che il marito si veda con un’altra, una più giovane. Dice che gli controlla le tasche dei pantaloni, il portafogli per vedere le ricevute di qualche motel, annusa le camicie per sentire profumi diversi dal suo. Ha alzato gli occhi verso di me così le ho letto dentro lo spavento, anzi di più: il terrore assoluto di perdere tutte le sue certezze. Io ho pensato che alla nostra età dobbiamo ancora fare di queste fatiche e mi sono rallegrata con me stessa, una volta tanto, perché era esattamente così che non volevo si riducesse la mia vita. Avrei potuto rinfacciarle i tempi di quando mi considerava una ragazza leggera, ma non l’ho fatto. L’ho salutata augurandole buona fortuna, di cuore, perché i miei amori in fondo sono stati come questi treni che vedo sfilare alla stazione. Certi sono passati velocissimi e non si sono nemmeno fermati, altri hanno fatto scalo, come quello fermo adesso sulla banchina. Ma solo per poco, il tempo di salire, scendere, salutarsi. E quelli che invece sono durati di più, alla fine, somigliavano tanto a quei treni merci laggiù, fermi sul binario morto. Goffi, lenti e sgraziati. Ah, è arrivato quel signore interessante che forse mi spia di nascosto. Dio, mi ha guardato nello spacco della gonna, lo sapevo che non dovevo metterla, che era troppo audace. Ma non l’ho fatto apposta, stava bene con la camicia azzurra. Però mi ha divertito ed emozionato quello sguardo, dopo tanto tempo. Perché negarlo? Mi ha proprio strappato un sorriso.

*

È iniziato agosto. Forse vado qualche giorno fuori, una città d’arte. O magari sulle colline, a prendere il fresco. Sì, vado proprio in collina. Ci sono dei posti deliziosi qui intorno. Vorrei mangiare e bere qualcosa di buono, dormire con le finestre aperte e il fruscio delle foglie accarezzate da questo vento caldo. Sentire i rumori degli animali notturni. Mi piacerebbe invitare la bella signora, ma prima dovrei conoscerla. Come si fa? Prendo coraggio, mi alzo e vado verso di lei, è semplice. Eccola lì. Ha una maglietta vagamente colorata, molto giovanile, senza maniche. Le dona proprio. Che belle le sue braccia di fuori, sottili e ancora bianche, come se il sole non le potesse abbronzare. La solita gonna lunga, stavolta senza spacco, peccato. Forse porta un filo di trucco? Aspetto che parta questo ultimo treno, che sfollino i turisti che arrivano e quelli che partono per le vacanze. Attendo che si calmi la confusione e poi vado. Come va, va. Poi, non credo tornerò più qui. Ecco, adesso è più tranquillo. Posso alzarmi. Mi ha visto. Ha sorriso. È un buon segno, no? Si è sistemata i capelli, li ha portati sul davanti, lisciandoli un po’. Se solo mi battesse meno forte il cuore. Se solo potessi sembrare meno impacciato. Non so neanche che ore sono, non porto mai l’orologio. Per fortuna c’è quello della stazione. Eccolo là, si vede benissimo anche da qui. Segna le dieci e venticinque.

*

Domani vado qualche giorno al mare. Ma sì, guarda questa città. È così bella a primavera, ma d’estate ti fa sudare solo ad aprire gli occhi la mattina. A proposito di occhi, ho messo un po’ di ombretto oggi. L’ho fatto per me. E l’ho fatto anche per il mio spasimante indeciso. Tutti questi giorni a scrutarmi da dietro il giornale. Vorrei sapesse che domani parto. E magari poi non ci ritorno in stazione. Perché non si sbriga? La vita non è fatta per consumarsi nello stesso posto per tanto tempo. A volte pensavo che non è fatta neanche per stare sempre insieme alla stessa persona. Adesso ne sono meno sicura. Mi sembra che gli anni mi stiano togliendo una a una le mie convinzioni più forti. Ho paura delle mie debolezze, avrei preferito rimanere dura, come il legno di queste panche, o il ferro scuro di quelle pensiline dove si arrampicano i piccioni, o i muri spessi di questa sala d’attesa. Ma le persone che mi sfiorano adesso, nella fretta di scendere dai vagoni o salirci sopra all’ultimo momento, è come se mi contaminassero con le loro incertezze. E rimango così, scontenta di me stessa. Ma aspetta, proprio adesso, lui, laggiù, si sta alzando. Mi guarda. Io ricambio, sorrido, perché non c’è nulla di male. Mi sento fuori luogo. Sarò all’altezza? Fammi sistemare meglio i capelli, non ho neanche una spazzola, li liscio un po’ con le mani, sarà lo stesso, sì. Si avvicina veloce, cammina forte. Sono emozionata, Dio, ho perso anche la nozione del tempo. Che ore sono? Ah, meno male, c’è l’orologio della stazione. Sono le dieci e venticinque.

 

 

Il due agosto del 1980 una bomba distrusse un’ala della stazione di Bologna.
Nell’attentato persero la vita ottantacinque persone e altre duecento furono ferite.
L’esplosione bloccò i meccanismi dell’orologio della stazione che rimase fermo, indicando per sempre l’ora esatta della strage: le dieci e venticinque del mattino.

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