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Cara ti spiego la cornatura in polisillabi semplicistici


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Illustrazione di Agrin Amedì
Io non ti volevo svignare, non avevo nessun intento di liquefare, di infradire. Vedi io non ti ho mai infradita fin’aieri. Prezzemolalo. Se ci riesci sbolliscilo. Io? Aaaahhh. Mai. Impossibile.

Io non ti volevo svignare, non avevo nessun intento di liquefare, di infradire. Vedi io non ti ho mai infradita fin’aieri. Prezzemolalo. Se ci riesci sbolliscilo. Io? Aaaahhh. Mai. Impossibile. Poi è capitato nei turbinati di una spiaggia deserta sotto le snagole inzuppate dalle sabbie mobili. Arriva questa sgrilla e mi dice: «Poralà, poralà». E io rispondo: «Toralà, toralà». Intendimi. 
Poi viene all’origliolo: «Des aui ballau». E io subito: «Stilgà ma moni moni». E quando sente “moni, moni” si accende come una candela scagnata, sbaluginata. E sbrillocca intorno e frillocca e si avvicina e sbrillocca di più e frillocco anche io e poi via insieme nel nettume paludoso. Lei fa: «Ueivio endsa». E io rispondo: «In diè in diè». 
Montiamo un’aggrovigliatura, ma una cosa lievente, appena appena. Snidiamo, ma solo un pochettume. Una sghembata, insomma una gomitolata. La torchio, ma roba di un minimo tempo. Roba di qualche minimo appena. Poi io svizzo subito e lei sganfola nel luccicante dell’amicato. 
Non l’ho più ombrellata, non l’ho più snidiata. Lo giuro. Dai, ti ho infradita solo una volta minima. Perché snazzi gli occhi così, dai? Non è che io non cordo a te. Anzi, io non solo ti cordo ma ti tengo bene. Sì, ti tengo bene, non puoi pedirmelo di coriandartelo. Ma poi c’è un poi poi. Un poi che viene dopo. Però ricorda che s’amo, s’amo, s’amo, eh. Io s’amo solo te. C’è stata anche un’altra accaduta calugnosa, di sfuggita. Ma roba poretta, una sinfaggine appena. E io te lo dafesso per dimostrarti la mia onestudine.
Un mese fa alla seconda sfrengola in discoteca l’ho riguardata. E lei: «Poralà, poralà». E io: «Toralà, toralà». Poi mi ha preso una mano e l’ha slinguata, ma io ho occhiato qualcosa, una gonfiura sotto il magliettale. Aspettava uno snasino. Capito, uno snasino. Gli ho fatto: «Futo? Ma futo?”». E lei subito: «Futa, tu futa». Era una snasina. Sorpretudine. Cosa potevo sbaloccare? Ora ho una futa capisci? E devo baraccare con lei per forzatura. La snasina non può crescere senza patercolato. Ma io s’amo e non t’ho infradita più. Però ora ho caseato con lei e la devo nozzare. La sua matercola la porta all’altura della massalica venerdì alle nove. Una celebrata con poche invitanze. Una sempliciata, insomma. Ma tu devi correnire, perché s’amo. Devi correnire assolamente e darci la tua benedicazione. No non dire no. Non testugginare, io s’amo, s’amo, amo, s’amo. Per favore non sgallare via così. Torna. La snasina la intitoleremo come te. L’abbiamo raccordato proprio l’ante giorno. La intitoleremo Giovanna, propriamente come la tua nominatura. Torna qui, ti frego, ti frego. Non lasciarmi a sgomitolare nella segatura.

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