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Ti scriverò domani

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ho sempre pensato che ci sarebbe stato tempo. Mentre marciavo su sentieri di una terra straniera mi dicevo che, giunto a destinazione, avrei preso carta e penna e ti avrei scritto.

Ho sempre pensato che ci sarebbe stato tempo. Mentre marciavo su sentieri di una terra straniera mi dicevo che, giunto a destinazione, avrei preso carta e penna e ti avrei scritto. Ma ogni sera mi vinceva la stanchezza o mi distraevano gli scherzi dei compagni o mi annebbiava un liquore scadente. Scriverò domani, pensavo. C’è tempo. Non volevo riconoscere che scappavo dalle parole per sfuggire i pensieri. Starne lontano per sopravvivere e non doverti raccontare dei miei bui, dei miei vuoti e della nostalgia di noi. In guerra, dopo tutto, devi essere un po’ morto per non morire. E così mi sono illuso che il tempo non si sarebbe assottigliato mai, che avrei sempre avuto la mia occasione. Stasera, amore, tra le urla dei corpi straziati che agitano l’oscurità e il fango che si incolla alla faccia, alle mani, ai capelli, stasera, vorrei scriverti e lasciarti qualcosa, fosse anche una calligrafia tremante o il brandello di un pensiero. Stasera, amore, che tutto rimbomba in boati e scoppi di luce accecanti e sempre più vicini, mi servirebbe solamente una matita e un pezzo di carta per ricordare. Di me e di te. Della confusione che mi ha invaso la testa quando ti ho baciata per la prima volta, per gioco, alla festa di quei vicini di cui non ricordo mai il nome. Tu lo sapresti e sicuramente ricordi anche il giorno. Dici sempre che non ricordo mai nulla, quasi non mi importasse. Ma cos’altro c’è di più importante da ricordare se non l’arco delle tue sopracciglia, l’esatta angolazione del tuo naso, la piega morbida delle labbra. Mi sembra di sfiorare il tuo profilo con un dito come fossi qui, nel buio, vicino a me, nel tempo lento del sonno e del risveglio. Ma il mio dito è insozzato dal fango ora, freddo e ruvido. Ti sporcherei. E io non voglio sporcare il ricordo. Macchiarlo ripensando all’angoscia della partenza, ai rumori del treno alla stazione, agli spintoni della folla. Io ero tutto nei tuoi occhi. Nelle tue lacrime. Nel tuo silenzio. Da quel giorno in silenzio ho marciato. In silenzio ho pianto i miei morti, i loro corpi smembrati, i loro volti annientati. In silenzio ho sorriso ai campi colorati di erba e di fiori, bagnati di rugiada in albe immobili. In silenzio ho guardato le stelle. Come abbiamo fatto insieme, d’estate, stesi l’uno accanto all’altra. Quando ci siamo alzati le nostre sagome sulla sabbia erano impronte perfette. Erano promesse. Stasera, amore, stasera che la carta è finita e la matita è spuntata, stasera, non posso farti promesse. Non posso promettere che tornerò. Posso solo promettere che, se domani sarò vivo, se domani troverò carta e una matita, allora domani ci sarà tempo, tempo per scriverti e ricordare e immaginare ancora.

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