Condividi su facebook
Condividi su twitter

Black out

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Federica correva. Correva senza criterio e senza risparmio, correva senza pensare a niente, correva per raggiungere l’istante esatto in cui il fiato si sarebbe spezzato e lei sarebbe crollata a terra, con il cuore a martellarle nelle orecchie e le lacrime per la fame d’aria.

Federica correva. Correva senza criterio e senza risparmio, correva senza pensare a niente, correva per raggiungere l’istante esatto in cui il fiato si sarebbe spezzato e lei sarebbe crollata a terra, con il cuore a martellarle nelle orecchie e le lacrime per la fame d’aria. Correva per poter cedere: i suoi cinque minuti di quotidiano black out . E fu proprio in quel momento – mentre sdraiata sul prato umido tastava con le dita le gocce di sudore che le scivolavano lungo il collo – fu proprio allora che iniziò il dolore.
 Comincio’ come un leggero pulsare al mignolo della mano sinistra. Come se qualcuno, a intervalli regolari, le infilasse un aghetto nel polpastrello. Un aghetto sottile, discreto, eppure fastidioso, tenace,  tanto che fu costretta ad alzarsi di scatto e ad affrettare il passo verso casa. La sera le fitte si estesero alle altre dita. La mattina dopo al palmo. Avrò preso una botta – si disse – anche se non ricordava di aver urtato alcunché. Passerà. Ma le cose non migliorarono. Nel giro di 24 ore il dolore risali il braccio fino alla spalla. Poi comincio’ la discesa lungo la schiena. Per la prima volta da anni Federica si prese due giorni di malattia e andò dal suo medico, un dottore distratto che si limitò a prescriverle un antidolorifico, consigliandole di rivolgersi a una specialista. Federica decise per prima cosa di provare con un ortopedico. L’ortopedico la tastò e la rivoltò, le fece fare una lastra e una risonanza, per poi concludere, perplesso,  che le ossa erano tutte a posto e non c’era segno di distorsione. «Provi con un dermatologo», le disse. Il dermatologo ispezionò ogni centimetro di pelle,  ricorse all’epiluminescenza, tirò fuori un librone dallo scaffale e confrontò le sue minuscole efelidi con le immagini presenti nel testo. Potrebbe essere un’allergia, ipotizzò alla fine, e le prescrisse altri esami che non portarono a nulla. Federica fu costretta a tornare in ufficio. Nel frattempo gli aghetti si erano moltiplicati a dismisura conquistando anche la spalla, il braccio e la mano destra. Lei non riusciva a pensare ad altro: il dolore sembrava aver intrapreso una maratona colonizzatrice lungo tutto il suo corpo. Non che fosse insopportabile, questo no. Ma era implacabile, costante. Man mano che il dolore si espandeva, gli aghetti si erano trasformati in un bruciore diffuso: era come essere avvolti perennemente in una guaina urticante e lo sforzo di ignorarla assorbiva completamente le sue energie.
Al lavoro trascinava le ore senza concludere granché. Prendeva continuamente permessi, saltava riunioni importanti, non finiva le pratiche che le venivano assegnate. La sera ingoiava un sonnifero e si buttava sul letto. Riusciva così a cadere in un dormiveglia agitato ma senza ristoro. In sogno il dolore assumeva le sembianze di un caldo opprimente. Di volta in volta si trovava immersa in una vasca di acqua bollente in mezzo al deserto, coperta di sabbia o con la pelle ustionata dopo l’abbraccio di una medusa gigante. Una volta sognò addirittura di essere chiusa in un forno. Si svegliò urlando senza riuscire più a riprendere sonno. A quel punto il dolore aveva raggiunto anche il petto, il seno e la pancia; qualche fitta cominciava a farsi sentire lungo la spina dorsale.
Federica provò allora a parlare con uno psichiatra. «Stai tranquilla», le disse quello dopo un colloquio di un’ora allungandole un foglio. «Se prendi queste  nel giro di due settimane tutto tornerà come prima.» La ricetta indicava tre medicine diverse. Federica corse in farmacia ad acquistarle, entusiasta, e per 15 giorni seguì diligentemente le prescrizioni. Ma al termine della cura, a parte una sensazione di fastidioso torpore, niente era cambiato. Anzi, il bruciore si era esteso a tutta la schiena. 
Federica divenne cupa, arrabbiata, nervosa. Passava intere giornate senza parlare, completamente chiusa in se stessa, riservando al lavoro la medesima attenzione distratta che dedicava alla strada quando guidava. Ogni suo nervo era concentrato sul quel pulsare incessante. Nessun analgesico sembrava funzionare, né avevano miglior fortuna rimedi naturali, sedute di yoga, agopuntura e impacchi di erbe. Era incredibile come il dolore avesse modificato le sue percezioni. Quello a cui prima teneva, quello che sembrava importante come le rate crescenti del mutuo a tasso variabile, la promozione che non arrivava, il divorzio chiesto da suo marito, ormai non contava più nulla. Il fuoco continuo che sentiva su tutta la pelle giù fino alle ossa divorava impietoso problemi e preoccupazioni, lasciando intravedere sul fondo nuove e insospettate priorità. Era come se il dolore fosse una sorta di ultimo senso, ma un senso più estremo e più puro, rivolto all’esterno piuttosto che al corpo. Così una sera, quando il bruciore aveva ormai conquistato anche entrambe le gambe – la destra per prima, dal gluteo fino a raggiungere la punta dell’alluce, poi la sinistra, in ordine inverso, a partire dal mignolo – Federica decise di credergli. Il giorno dopo si licenziò, firmò le carte del divorzio e chiamò un’agenzia per mettere in vendita la casa. Poi si mise una tuta, uscì e cominciò a camminare. Camminò tutto il giorno, lentamente. Raggiunse la spiaggia quando era quasi il tramonto, immerse le piante dei piedi roventi nell’acqua di mare. Infine si sdraiò sulla sabbia – era fresca – e chiuse gli occhi. Quando si svegliò la mattina seguente il dolore era scomparso.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'