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Una vita scartata

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Quando perdiamo il senso profondo delle cose a nulla servono le raccomandazioni di chi è rimasto ancorato alla terraferma, né i tentativi di chi cerca faticosamente di ricomporre la nostra storia frammentata.

Quando perdiamo il senso profondo delle cose a nulla servono le raccomandazioni di chi è rimasto ancorato alla terraferma, né i tentativi di chi cerca faticosamente di ricomporre la nostra storia frammentata. Alexander Masters si è servito dell’unica arma che possedeva per cercare di recuperare il senso delle cose e mettere ordine nella vita di uno sconosciuto: 148 quaderni anonimi ritrovati in un cassonetto dei rifiuti a Cambridge nel 2001, quindicimila pagine, in cui qualcuno ha preso nota giorno dopo giorno di una vuota e immobile quotidianità, riportando fatti, disegni, appunti, sensazioni per oltre 50 anni. L’abilità sta tutta nel cercare di ricomporre il puzzle, nel ridisegnare i contorni di una figura sfocata. Ma può la biografia svelare l’identità di qualcuno? Leggendo “Una vita scartata” (Il Saggiatore) la domanda non ha una facile risposta. “I diari sono terribili bugiardi. Registrano drammi fuori contesto, incoraggiano la paranoia, riorganizzano i fatti, sono intenzionalmente prevenuti e auto assolutori, trasformano insignificanti lamentele in simboli tragici e, in particolare, sguazzano nel fatto che qualunque stupido può scrivere di depressione, ma descrivere la felicità richiede determinazione e abilità. La maggior parte dei diari sono gemiti messi per iscritto anche quando la persona che li scrive è felice”. I diari mentono, esattamente come gli uomini, o forse di più. Tutta la scrittura è avvelenata dal potere della menzogna, come precisava l’editore Jean-Jacques Pauvert, che diffidava persino delle lettere, scritte sempre con impeto veritiero, ma altrettanto piene di teatrali bugie. Osservare le minuzie della cronaca esistenziale significa perdersi nelle noia del momento presente, nelle parole imperfette, nella storia incolore che non ha una sceneggiatura, ma possiede solo l’impulso di contenere l’istante, di dare una forma, seppur sfumata, allo scorrere privo di senso. Ebbene il lavoro di Masters inizia come un giallo, per poi trasformarsi in indagine storica e infine immergersi nelle considerazioni filosofiche. Chi è “Io”? È la domanda iniziale che ossessiona Masters, ma che, con il passare del tempo, perderà importanza: la domanda fondamentale, infatti, diverrà “perché”? Perché una persona sente il bisogno di annotare ossessivamente tutto ciò che le accade, anche se non accade nulla? Ebbene la risposta è ben lontana dalla necessità tutta contemporanea di spargere tracce permanenti di sé: chi ha preso nota dei dettagli più intimi della sua esistenza lo ha fatto per contenere il caos della vita, per dargli forma, per tollerare l’intollerabile e delimitare la follia. Non lo ha fatto perché qualcuno, prima o poi, violasse i suoi segreti, ma per rendere quei segreti meno dolorosi.

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