Condividi su facebook
Condividi su twitter

In treno

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Il traffico della città a quell’ora era veramente impossibile e lei aveva aspettato il tram per mezz’ora. Appena scese dal mezzo cominciò a piovere e maledisse il momento in cui aveva deciso di non prendere l’ombrello che teneva nel cassetto della scrivania in ufficio. Arrivò in stazione che era completamente bagnata.

Il traffico della città a quell’ora era veramente impossibile e lei aveva aspettato il tram per mezz’ora.
Appena scese dal mezzo cominciò a piovere e maledisse il momento in cui aveva deciso di non prendere l’ombrello che teneva nel cassetto della scrivania in ufficio.
Arrivò in stazione che era completamente bagnata. I lunghi capelli si erano attaccati al viso e la gonna si era appiccicata alle gambe. Cercò di asciugarsi alla buona con un foulard che aveva al collo e che era rimasto stranamente asciutto.
Dovette correre per arrivare al binario. Il treno era pieno. Faticò parecchio a trovare un posto in cui sedersi. Aveva il fiatone. Sospirò e cercò di calmarsi. Ora era finalmente seduta e per un’ora sarebbe stata tranquilla. La sua giornata era stata molto stressante. Il capo l’aveva tormentata con lavori urgenti, difficili, odiosi.
Nel vagone n. 4, che ormai era diventato il “suo vagone”, c’erano le solite persone che incontrava quasi tutte le sere. Ragazzi che tornavano a casa dall’università con libri e zaini sparsi qua e là. Pendolari come lei. Le signore piene di pacchi per un pomeriggio di shopping in centro. Il solito signore distinto che lei aveva soprannominato “il cavadenti” perchè somigliava maledettamente al suo dentista. La vecchia signora col cappellino fuori moda che leggeva il solito giornale di gossip… C’era anche il suo vicino di casa che le fece un cenno di saluto appena la vide salire. Si incontravano quasi tutte le sere ma non si erano mai parlati. Solo brevi saluti sul treno. A volte si incontravano poi al parcheggio dove al mattino avevano lasciato le rispettive auto, e si sorridevano di nuovo augurandosi l’un l’altra una buona serata.
Prese il cellulare dalla borsa per verificare se qualcuno l’avesse chiamata mentre era sul bus. Non c’erano chiamate. Lo ripose e prese il suo libro. Iniziò a leggere, ma dopo poco il suo sguardo fu rapito da una scena che si stava svolgendo nei sedili vicino alla porta di comunicazione tra i vagoni: una donna di mezza età, vestita in modo molto vistoso, stava parlando animatamente con un uomo. Lui era molto dimesso, il capo chino, le spalle ricurve. Sembrava non ascoltare le parole della donna. La voce della donna era stridula e usciva da una bocca carnosa piena di rossetto, di un rosso molto forte e quasi volgare. I denti erano gialli e il viso scavato con qualche ruga. Aveva i capelli di un nero corvino che stonavano con il viso non più giovane e con quelle labbra così rosse. Lui invece era ben vestito. Aveva un bel soprabito e un cappello stile borsalino e degli occhali spessi. Ogni tanto alzava la testa e si guardava intorno. Il suo sguardo era molto triste. Sembrava molto dispiaciuto della situazione in cui si stava trovando. 
La donna continuava a parlare aumentando il tono della voce. Ormai tutti gli occupanti del vagone avevano interrotto le loro attività e si erano concentrati tutti ad ascoltare quello che la donna stava adesso quasi urlando. «Mi stai uccidendo» ripeteva spesso. Parlava molto in fretta e le parole le uscivano dalla bocca come se fossero uno sciame di api impazzite. «Me la pagherai. Vedrai che te la farò pagare. Non so quando ne’ come… ma la dovrai pagare!» le disse con tutto il fiato che aveva in gola. L’uomo a quel punto alzò la testa e la fissò per un istante. Non parlò. Si alzò dal sedile, aprì la porta del corridoio fra i vagoni e rimase lì in piedi. La donna restò seduta e cominciò a piangere. Passarono alcuni minuti. Quasi tutti i viaggiatori ormai avevano distolto lo sguardo dalla donna, ma lei no. Le faceva pena quella donna che stava piangendo chissà per cosa. La vide asciugarsi le lacrime e cercare di ricomporsi, guardandosi in uno specchietto che aveva estratto dalla borsa. Si sistemò i capelli. Si passò altro rossetto sulle labbra e si alzò. Raggiunse l’uomo nel piccolo spazio tra i due vagoni. Li vide in piedi. Erano così vicini da sfiorarsi. Dal movimento delle labbra della donna capì che lei stava parlando, ma non riusciva più a sentire la sua voce. Lui era fermo e ascoltava, sempre col capo chino. Vide che a un certo punto si abbracciarono. Poi lui le prese il viso fra le mani e la guardò a lungo, baciandole entrambe le mani. Rimasero lì finché il treno non arrivò alla stazione. Furono i primi a scendere. Li vide camminare lungo il binario. Si tenevano per mano e si allontanarono in fretta.
Scese anche lei, e quella sera il vicino di casa la aspettò ai piedi della scaletta. Non lo aveva mai fatto. Si sorprese quando lui le propose di fare la strada insieme fino al parcheggio e che, anzi, visto che avevano gli stessi orari avrebbero potuto usare una sola macchina la mattina successiva.
Arrivarono al posteggio e lui la salutò stringendole la mano. «La aspetto domattina al portone» le disse, prima di allontanarsi. Lei prese le chiavi della macchina dalla borsa e salì in fretta sull’autovettura. Faceva freddo ed era ancora bagnata dalla pioggia presa in città. Mise in moto e si avviò verso casa.
Durante il tragitto ripensò a quello che era successo sul treno.  A quella coppia di mezza età che aveva ravvivato la noia di un ritorno a casa dopo una lunga giornata. Non l’avrebbe dimenticata facilmente. Non avrebbe dimenticato mai lo sguardo di quell’uomo triste.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'