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Il bianco si sporca solo a guardarlo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ricordo bene perché quella sera, sfidando la paura del buio, entrai lì dentro. Mi ero lavata le mani due volte prima di spingere la maniglia della camera da letto di mia zia, accendere la luce e avvicinarmi al letto.

Ricordo bene perché quella sera, sfidando la paura del buio, entrai lì dentro.
Mi ero lavata le mani due volte prima di spingere la maniglia della camera da letto di mia zia, accendere la luce e avvicinarmi al letto.
«Il bianco si sporca solo a guardarlo.» La sarta quella mattina lo aveva ripetuto mille volte mentre riempiva di spilli uno strano cuscinetto che aveva intorno al polso di una mano e con l’altra si infilava veloce sotto l’orlo del vestito. Camminando sulle ginocchia, aveva iniziato a girarci intorno e ogni tanto dava un colpetto alla stoffa che si sollevava, come tirata su da fili invisibili, per poi ricadere leggera, facendo scorgere appena le scarpe di pelle bianca. Sentii sulle mie dita una leggerezza di fiore.
Improvvisamente la sarta si alzò da terra e continuò la sua danza intorno a mia cugina e anche mia zia prese a fare la stessa cosa. Per un attimo pensai che si sarebbero prese tutte e tre per mano e avrebbero iniziato a cantare la canzone del girotondo tirando dentro anche me. In fondo ero la più titolata a farlo: avevo poco più di sette anni ed ero una vera esperta.
Invece nessuna di loro mi guardò e io rimasi in silenzio, seduta vicino la porta, così come avevo promesso di fare in cambio del permesso di assistere alla prova del vestito. Mia cugina ruotò su se stessa, dando le spalle alla grande finestra della stanza, e per un attimo mi incantai a guardarle i suoi capelli raccolti come un soffice gomitolo di lana sulla testa.
Sentii sulle mie dita una morbidezza di colore giallo.
Le tre donne adesso sorridevano, ma lo sguardo di mia zia mi inchiodò alla sedia proprio mentre pensavo di poter scendere e toccare quelle stoffe preziose. Si diresse verso il fondo della stanza e sollevò una specie di nuvola poggiata sulla poltroncina accanto al letto.
La nuvola diventò lunga lunga e volò leggerissima sulla testa della sposa. Provai un desiderio fortissimo di sdraiarmici dentro e mangiare quel tulle tutto in una volta. La sarta disse che si trattava di una garza a giro inglese e invitò mia cugina a guardare la stoffa da vicino: «Vedi, sono tutti piccolissimi fori intrecciati tra loro».
Sentii sulle mie dita soffi ruvidi di aria.
Persa dietro le mie strane percezioni, non mi accorsi quando iniziarono a smontare pezzo dopo pezzo l’abito bianco.
Prima scomparve la nuvola, che volando tornò sulla poltroncina, poi la gonna di crepe georgette, la sottogonna di raso e alla fine il corpetto di pizzo macramè vennero adagiati e sistemati con mille tocchi leggeri sul grande letto matrimoniale.
Le tre donne si persero in chiacchiere e finalmente una di loro mi prese per mano e mi ritrovai in corridoio coperta di baci e di complimenti per essere stata così composta e silenziosa. Fu in quel preciso istante che preparai mentalmente la mia incursione in quella camera.
Chiusi la porta alle mie spalle quasi senza respirare. Sul letto c’era una specie di montagna bianca. Avevano coperto tutto con un grande lenzuolo, quindi dovevo fare molta attenzione a non lasciare traccia del mio passaggio.
Alzai il lato più vicino a me e vidi il corpetto di pizzo macramè. La sarta aveva detto che era un merletto a nodi e le mie mani li cercarono uno ad uno, pungendomi piano i polpastrelli come quando li passi sulle briciole di crosta di pane. Sentii le dita di chi aveva tessuto i fili e sulla pelle delle mie dita arrivò un formicolio di piacere.
Mi spostati lentamente verso l’altro lato del lenzuolo e sollevandolo spuntò la parte della gonna fatta di una stoffa che aveva il nome di una donna: georgette. Era sottile come il fischio di un uccello ma ruvida al tatto e le dita della mia mano destra divennero rosse dall’emozione.
Sistemai il lenzuolo e mi diressi verso la poltroncina dove c’era il velo di tulle. Guardai tutti i piccolissimi buchi di cui era fatto e iniziai a soffiarci dentro. Si gonfiava e poi si abbassava come il respiro del mio gatto. Era una stoffa che faceva il solletico e mi divertii a passarci sopra le mie mani con carezze leggere, fermandomi ogni volta che la mia pelle percepiva uno spigolo, una curva, una durezza inaspettata.
Non so come successe, ma proprio mentre stavo andando via, alcuni bottoncini della mio pigiama si intrecciarono al tulle del velo da sposa.
Più mi allontanavo dalla poltroncina più il tulle mi veniva addosso. Iniziai a spaventarmi.
Provai a tirare la stoffa ma era più resistente di quello che immaginavo, provai anche a sbottonare alcuni dei bottoncini ma l’intreccio divenne ancora più ingarbugliato.
Le mie dita erano diventate fredde e la nuvola di stoffa mi imprigionava sempre di più, arrotolandosi vorticosamente intorno ai miei piedi come una trappola per animali.
Iniziai a scalciare tentando di allontanare la stoffa e il bianco candido iniziò piano piano a scomparire riempiendosi di piccolissimi fili rossi che si staccavano dalle mie pantofole di lana. Tentai di scrollare con le mani la parte del velo che mi stava salendo sulla gamba e mi accorsi che i miei polpastrelli non percepivano più nulla. Toccavo quella stoffa ma era come toccare l’acqua, non riuscivo più a sentirne il respiro, la morbidezza.
Inizia a piangere di rabbia e qualcuno mi sentì.
Non furono le sgridate terribili che seguirono a farmi singhiozzare tutta la notte e il giorno successivo, ma la certezza di aver perso per sempre un’emozione dentro le mie mani.

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