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Vin zò

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Illustrazione di Agrin Amedì
«Franco, vin zò!» «Eh nonno, sa gh’è?» «Vin zò adesa, a i-ò bisogn.» La spada di Damocle della mia infanzia: mio nonno che urla lungo la tromba delle scale dal piano di sotto. Come una sirena in tempo di guerra: sai che può succedere da un momento all’altro, ma mai alla stessa ora. Un preallarme continuo che ti tiene in sospeso tutto il giorno.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio
“Scrivere dialoghi – per film, serie tv, romanzi e teatro”
diretto da Enrico Valenzi

 

 

«Franco, vin zò!»
«Eh nonno, sa gh’è?»
«Vin zò adesa, a i-ò bisogn.»
La spada di Damocle della mia infanzia: mio nonno che urla lungo la tromba delle scale dal piano di sotto. Come una sirena in tempo di guerra: sai che può succedere da un momento all’altro, ma mai alla stessa ora. Un preallarme continuo che ti tiene in sospeso tutto il giorno.
In realtà una sorta di schema c’era, e si esplicitava nell’unica circostanza in cui il richiamo di mio nonno assumeva un connotato positivo. Quando, cioè, era pronto da mangiare.
«Franco, vin zò. L’è prount da magner.»
Tempo di reazione richiesto, 10 secondi. Se all’undicesimo non ero ancora seduto a tavola, scattava il secondo richiamo.
«Franco, alòra. Sa fèt, vin zò c’l’è bèla in di piat!»
«Sì nonno, sto finendo di fare una cosa e scendo subito!»
Il finire di fare una cosa non era contemplato. Alle 12:00 si mangiava, meglio se alle 11:55. Quindi, sapendolo, logica imponeva di non iniziare una qualsiasi attività dopo le 11:30, per avere la certezza di non arrivare a mezzogiorno nel bel mezzo di un qualche impegno.
Io non l’ho mai voluto capire, non mi sono mai piegato a questa dittatura dell’orologio biologico incastonato nello stomaco di mio nonno. Forse perché per me le 12:00 erano orario di colazione.
Fatto sta che in questo duro scontro di principi io, il più piccolo e quindi l’ultimo nella scala gerarchica della famiglia patriarcale, ero destinato a soccombere, nonostante tutte le mie ostinate resistenze.
E quindi, dopo 20 secondi, il terzo richiamo, quello senza ritorno.
Quello in cui la maestria di mio nonno nella blasfemia dava libero sfogo alla propria creatività e produceva capolavori famosi in tutta la provincia. Molti dei miei amici si facevano invitare a pranzo a casa mia solo per poterne godere di persona, diventare testimoni diretti di una leggenda e poterlo raccontare in giro.
Al terzo richiamo tremavano le pareti di casa. La casa costruita da lui, sorta di propaggine del suo corpo, in grado di recepire e amplificare le sue emozioni. La casa stessa in un certo senso mi buttava giù dalle scale facendomi rotolare fino a mettermi perfettamente seduto a tavola.
Quando l’urlo dalle scale non era in orario pasti, mi trovavo certamente nei guai. I motivi del richiamo potevano essere i più disparati, e non li avrei scoperti fino a che non fossi sceso. Il tutto si celava dietro un generico “bisogno”. “Franco scendi che ho bisogno”. Non c’erano parametri di urgenza, di difficoltà, di tempo richiesto. Bisognava scattare e sperare; che non fosse qualcosa di troppo impegnativo, di troppo lungo, di troppo noioso. Ma la probabilità era alta.
Io su, nel mio appartamento, lo sbocco finale del megafono utilizzato da mio nonno per urlare ordini, ci stavo bene, da solo. Studiavo, o giocavo, o leggevo; in ogni caso facevo i fatti miei, sempre e comunque più interessanti di qualsiasi bisogno avesse mio nonno.
Lui era un uomo del fare, della manualità, del costruire, del lavorare inteso come fatica e sudore. Se stai seduto sei pigro, sei un peso per la società, «t’è un boun da gninta». Io ero tutto ciò che mio nonno aveva sempre odiato: non mi piaceva coltivare l’orto, piantare chiodi, stendere cemento, aggiustare biciclette, montare serre, smontare tapparelle, sistemare prese elettriche. Di solito erano quelle le cose per cui aveva bisogno. E per me era un incubo.
«Franco, vin zò c’a i-ò bisogn.»
Senza riguardo per i miei impegni. Potevo avere un progetto da consegnare la mattina dopo, essere al telefono con un amico, stare guardando la finale dei Mondiali, il suo bisogno aveva la precedenza.
«Nonno, scendo fra 10 minuti, sto facendo una cosa.»
«Dai Franco, st’èt da fer? Vin zò adèsa c’à fam impresia.»
«Dai nonno, non ho tempo, devi farlo proprio adesso?»
La trafila di bestemmie mi aiutava a schiarirmi il pensiero e a definire l’ordine delle mie priorità.
La precedenza ai ciapèin, i lavoretti di casa, e a quel ciapinèr di mio nonno, una sorta di McGyver domestico con soluzioni fantasiose ed efficaci a qualsiasi problema pratico. Per i quali chiedeva aiuto a me, che partorivo soluzioni complicate a problemi di nessuna utilità pratica.
Un commovente e disperato tentativo di redimermi, recuperarmi da un tossico intellettualismo e portarmi sulla retta via: quella del falegname, dell’idraulico, dell’elettricista. O, sogno proibito e inconfessabile, del dipendente comunale, con un sacco di tempo per manutenere la casa e dedicarsi alla politica nel circolo del paesino.
Guai a uscire dal paesino, e guai a puntare troppo in alto lavorativamente.
«Nonno, vorrei andare all’Università e poi avere un buon lavoro all’estero.»
«Franco, t’è n’ambizios. Sta chiet, n’do vòt ander? Tè t’ée na bela cà, na fameja, accontentati. A essere ambiziosi non si ottiene gnint’ad boun.»
Non mi aveva convinto. Anzi, con il passare dell’età aumentavano contemporaneamente la spinta ad andarmene e la forza dei tentacoli che mi tenevano legato a quel complesso nonno-casa-paesino.
Più crescevo, più dovevo studiare e più mi chiudevo nel mio appartamento, il “di sopra”. Allo stesso modo aumentavano lo scandalo di quel buco nero di inattività, la vergogna di mio nonno per quel tumore intestino alla sua casa, e i suoi tentativi di curare una realtà inconcepibile.
Il piano di sopra per lui era una scatola nera, che sondava sempre più frequentemente, anche con richieste fittizie o inventate sul momento.
«Franco, t’ée 2 minut par gunfier la bizicleta?»
«Nonno, sto studiando, non ce la fai da solo?»
«A g’la chev, ma te t’è sempar su a studier, prendi un po’ d’aria!»
Altre volte si affacciava solo per bestemmiare, gratuitamente. Il suo modo di far sentire la sua presenza, di ricordarmi che lui c’era e poteva trovare con facilità qualcosa da farmi fare, sicuramente molto più importante della mia attuale attività.
«Franco, vin zò!»
«A fare?»
«Vin a fer du ciacri. Ci sediamo sulla panchina davanti a casa e guardiamo chi passa. Sei sempre lì a studiare.»
Non riusciva a farmi entrare nella testa che salutare la gente del paese, con la quale avrei dovuto avere a che fare nel mio radioso futuro da dipendente comunale, era più urgente dell’esame del giorno dopo.
Infine riuscii ad andarmene. Mi ero laureato, avevo trovato lavoro in un’azienda di Milano, e stavo con una ragazza con cui ero in procinto di andare a convivere.
Una combinazione micidiale che aveva indispettito al quanto mio nonno: «Sa vet a fer a Milano? S’astarà ben bein ché, al paese. È il posto migliore del mondo, c’è tutto quel che ti serve. E po’ quando non ci sarò più io, chi terrà dietro alla casa? L’è ca’ tua, te la lascio a te, l’ho fatta per te. Sarà colpa ad lelia, ti ha convinto lei ad andare via da qua. L’é n’ambiziousa, na bouna da gninta. Non saprà neanche cucinare. Sta ché Franco, dà retta a me.»
Non gliela diedi, retta. Anzi nell’idea di prendere il suo posto, di diventare come lui, di entrare in possesso del suo corpo-casa, trovavo ulteriore spinta a partire il prima possibile.
Il giorno degli addii mio nonno non volle crearmi traumi, mantenendo la routine della nostra vita insieme. Prese lui l’iniziativa:
«Franco, vin zò.»
«Nonno devo partire, cosa c’è?»
«Vin zò 2 minut, un quel veloce e poi ci salutiamo.»
«Ma possibile che tu debba farmi fare qualcosa anche oggi?»
E mi regalò una bestemmia bellissima, il suo capolavoro.

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