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Ultimo giorno da bambino

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Illustrazione di Agrin Amedì
Zio Vittorio aveva una bottega da barbiere, incastrata tra la Prenestina e i palazzi del Pigneto. In alto vedevo sfrecciare le macchine sulla sopraelevata a buttare i gas di scarico direttamente nelle finestre della gente e in basso sferragliavano i treni diretti a Tiburtina o Termini, lenti e svogliati come tartarughe di metallo.

Zio Vittorio aveva una bottega da barbiere, incastrata tra la Prenestina e i palazzi del Pigneto. In alto vedevo sfrecciare le macchine sulla sopraelevata a buttare i gas di scarico direttamente nelle finestre della gente e in basso sferragliavano i treni diretti a Tiburtina o Termini, lenti e svogliati come tartarughe di metallo. Davanti alla bottega, il resto del traffico, i marciapiedi pieni di persone, vigili urbani, merde di cane e tutto il corredo cittadino di Roma, necessario e inevitabile. Era un casino a tutte le ore e appena potevo, uscendo da scuola o facendo una commissione per mamma o semplicemente passando per sbaglio di lì, mi infilavo nel negozio come fosse un rifugio alla confusione di quelle giornate. E mi piaceva tutto. L’insegna di fuori, un cilindro che ruotava, colorato di bianco, rosso e blu, le vecchie poltrone di cuoio coi bottoni e le cuciture spesse scurite dal tempo e dai culi che ci si erano poggiati sopra, il cavalluccio di peltro per tagliare i capelli ai bambini dove io stesso ero stato messo un sacco di volte, le ciocche tagliate per terra in attesa di essere spazzate, i lenzuoli celesti pronti per avvolgere i colli dei clienti e le barbe da radere, gli specchi invecchiati puntinati agli angoli come vecchie fotografie, l’odore della colonia Velva fluttuante nell’aria e onnipresente come l’incenso in una chiesa. E mi piaceva lui, zio Vittorio, sempre indaffarato e pieno di chiacchiera, profumato di fresco, con le mani a gesticolare, con i braccialetti d’oro ai polsi, le catenine e i crocefissi grossi al collo sotto le camicie che teneva aperte pure a gennaio, coi baffi insolenti e le spalle larghe, coi capelli impomatati e gli occhi chiari che ridevano sempre, alto e fatto bene come si conviene a chi con la bellezza ci lavora. Appena mi affacciavo sulla soglia della bottega, sempre piena di gente, gli veniva un sorriso largo così, alzava le forbici per aria come fossero sciabole a salutare un re e declamava: «Ecco Sandrino!» oppure «Amore de zio, t’aspettavo. Vie’ dentro» oppure «A bello! Quanto tempo che nun te vedo!». Insomma, era una festa comunque. 
Il negozio era sempre pieno, più di persone in affari, come diceva lui, che di clienti veri e propri. E c’era un andirivieni a tutte le ore tra la saletta e il retrobottega, fino a quando zio Vittorio metteva il cartello “Torno subito” alla porta a vetri, tirava le tendine colorate e poi mi diceva di starmene tranquillo mentre lui c’aveva da sbrigare delle cose e se ne andava di là, dove sentivo un bisbigliare indefinito, puzza di sigarette, ogni tanto una bestemmia o qualche parolaccia. Ma io non mi annoiavo. Leggevo le riviste sparse sui tavolini, sui mobili vicino ai rasoi o agli asciugacapelli, spruzzavo i dopobarba, facevo girare le poltrone su sé stesse, mi mettevo la schiuma saponata sulle guance e alla fine zio ritornava, a volte con una faccia scura, a volte col sorriso che mi piaceva tanto. E c’era sempre un viavai di soldi, banconote che passavano da una tasca all’altra, cenni d’intesa, strizzatine d’occhio. Ma io che ne sapevo, in fin dei conti. Per me zio Vittorio, che poi proprio zio non era, forse un parente alla lontana o un amico di famiglia, era uno che avevo sempre visto in casa nostra, che mangiava e beveva alla tavola con noi. Poi, ero ancora un mocciosetto, la storia finì quando mio padre non so perché se ne andò da casa e mamma trovava sconveniente (disse proprio così) che lo zio continuasse a frequentarci in casa. Così io trovai lo stesso la strada per la bottega del Pigneto, perché mi piacevano i sorrisi che zio Vittorio mi faceva, i gelati a cono acquistati all’angolo della via, le barzellette oscene che mi raccontava abbassando la voce. Perché mamma non era contenta che lo vedessi, ma io m’ero stufato di stare in casa appresso a lei cogli occhi gonfi, osservarla rovistare in un cassetto del comò tirando fuori foto di papà per guardarsele ore e ore, bagnandole di lacrime e asciugandole coi sospiri. Così uscivo, e non appeno vedevo il cilindro bianco rosso e blu ruotare all’infinito fuori alla bottega entravo dentro, dove non c’erano tristezze, non c’erano pensieri cupi: solo le risate rumorose di mio zio e tutta quella vita che scorreva intorno.
Mia madre andava a servizio quattro giorni a settimana da una famiglia ricca di Corso Trieste; così avevo tempo per me finiti i compiti e l’inverno se passavo alla bottega e c’era solo qualche vecchio dentro a spuntarsi i capelli sulla nuca, zio chiudeva tutto e mi diceva: «Andiamo, vieni con me». E mi caricava sulla macchina, andando verso il centro. Parcheggiavamo dietro Piazza Venezia e mi portava nei vicoli stretti dove inciampavamo sui sampietrini sconnessi, dove c’erano le buste di plastica dell’immondizia sotto gli archi a volta a pochi metri dalle Madonnine piene di grazie ricevute, e si infilava in qualche rimessa o pizzeria o bottega di stagnaro, di tappezziere, e mi diceva di aspettarlo. Oppure si incontrava a Campo de’ Fiori con gli amici e lo vedevo sbracciarsi, toccarsi il crocefisso d’oro, maneggiare soldi, fischiare alle ragazze, fumare, imprecare o ridere a bocca aperta mentre io zitto mangiavo un supplì o il baccalà fritto di Via dei Giubbonari. Poi finiva che si era fatto tardi, mi dava un gettone per telefonare a casa e andavamo ai Marmi di Trastevere, dove c’era la pizza romana più buona del mondo.
Ma l’estate, beh, l’estate quando arrivava per davvero, quando le scuole chiudevano e sentivo le prime cicale arrampicate a fare chiasso sui pini di Porta Maggiore, era il momento più bello dell’anno, quello che aspettavo sfogliando i giorni del calendario. Perché tutti i lunedì i barbieri riposano, e zio Vittorio mi portava al mare di Ostia. Passava la mattina alle nove, suonava al citofono e io ero già pronto, col costume sotto i pantaloni e la borsetta dell’asciugamano mentre mamma girava per casa nervosa, sistemandosi i capelli, guardandosi allo specchio e a volte colorandosi le labbra con il rossetto nuovo. Poi, non appena il campanello gracchiava, si scuoteva tutta, lisciandosi il vestitino e andando al balcone, dove io la seguivo saltando per la contentezza. Allora si metteva dietro di me, con le mani a premermi sull’incavo delle spalle; sotto c’era zio Vittorio, e tutte le volte attaccavano un teatrino che più o meno faceva così: «Caterì, madonna che bella che sei oggi. Hai la gonna, eh? Ma esci da lì dietro, fatti vedere! Sandrino, digli a mamma se vuole venire con noi, dai, che oggi andiamo a mangiare il pesce!». Ma mamma rimaneva rigida, strizzava gli occhi, serrava le labbra a formare una specie di O e chiosava acida «No, ho da fare. Stacci attento, Vittò, mi è rimasto solo lui. Va bene?». E zio sorridendo allargava le braccia in un gesto che faceva spesso, così la camicia si apriva e si vedeva il torace forte, muscoloso, con le collane d’oro pacchiane e le diceva: «Non ti devi preoccupare, Caterì, lo sai bene. Ci andiamo solo a fare una giornata di mare». E correvo giù per le scale, lasciando mia madre confusa in viso, coi lineamenti tesi a toccarsi le ciocche di capelli, a rimboccarsi le maniche del vestito, a rimettere in ordine le fila dei suoi pensieri.
E così, dentro la Giulietta di zio Vittorio ce andavamo verso Ostia. E c’era sempre quel punto lì, sulla Cristoforo Colombo, dove l’odore di resina dei pini a destra e sinistra della carreggiata si faceva più forte e si mischiava già al salmastro, dove la strada prima si alzava leggermente in un abbozzo di salita e poi riscendeva; insomma c’era quel posto preciso dove potevo vedere finalmente il filo blu intenso e scuro dell’orizzonte e strillavo ogni volta: «Zio, eccolo laggiù, il mare! Il mare!». E lui pure rideva, con la sigaretta in bocca e la cenere che volava per tutta la macchina, trasportata dal vento caldo che entrava furibondo dai finestrini tutti aperti.
Al mare era sempre un divertimento. Facevo il bagno, entravo e uscivo dall’acqua, mentre zio se ne stava al chiosco a bere un po’ di vino fresco, lontano dal sole che gli metteva ansia come fosse stato una medusa allungata sul bagnasciuga. Odiava pure la sabbia, ma tanto arrivava subito qualcuno che lo conosceva o aveva un appuntamento, così si riformava la cagnara e le sceneggiate che vedevo l’inverno, le risate e gli scoppi d’ira, i soldi che passavano di mano, le sigarette spente e accese in continuazione, le bottiglie di birra fredda, i riflessi del sole sulle catenine d’oro, sui bracciali. Mi sembrava tutto uno spettacolo messo in piedi per me. Poi a pranzo andavamo sempre allo stesso ristorante coi tavolini in mezzo alla spiaggia e il tetto di cannucce a ripararci dalla calura, e prendevamo la frittura mista, le fragole col gelato o il cocomero. Non mancava mai una brocca di vino bianco ghiacciato in mezzo alla tavola, e ci serviva la proprietaria del locale, una donna mora, gli occhi scuri, la bocca piccola e rossa come una ciliegia matura. Aveva sempre una spallina del vestito leggero che le cadeva o la gonna attillata sul sedere sodo, e zio allungava le mani, la toccava nella scollatura, in mezzo alle gambe e quella strillava, gli dava le botte sulla testa ma rimaneva lì finché non avevamo finito di mangiare