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Silenzio e parola


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Illustrazione di Agrin Amedì
La prima cosa che voglio dire è che io ho un gatto. Si chiama Silvestro, è bianco e grigio, e vive con noi da sette anni. Lo voglio dire subito perché è grazie a lui che ho messo a fuoco quella che secondo me è l’indiscutibile superiorità dell’animale sull’essere umano.

La prima cosa che voglio dire è che io ho un gatto. Si chiama Silvestro, è bianco e grigio, e vive con noi da sette anni.
Lo voglio dire subito perché è grazie a lui che ho messo a fuoco quella che secondo me è l’indiscutibile superiorità dell’animale sull’essere umano. Questa superiorità consiste innanzitutto nel fatto che gli animali non sono dotati di parola.
Silvestro l’abbiamo portato a casa di sera. Io e mio marito, caratterizzati da una certa lentezza, per non dire indolenza, con lui abbiamo agito d’impulso, assecondando un desiderio maturato di nascosto ed attuato in maniera così naturale ed evidente da potersi assimilare alla casualità della vita, rispetto alla quale gli esseri umani non possono far altro che obbedire. Quel gesto può essere forse considerato l’anello iniziale del mio cambiamento. 
Ho avuto paura: l’ho mascherata con quella dei microbi che avrebbe disseminato per casa, celata nel disgusto che mi provocavano i suoi odori, confusa con la difesa del mio territorio dalla curiosità che lo portava dappertutto. Ma quella era autentica paura. Non saprei dire precisamente di cosa. Però alla paura è subentrata quasi subito la tenerezza, e una forma di gratitudine verso tutto ciò che lui, il gatto, mi stava regalando. Ho sempre pensato che fosse un regalo poter osservare i suoi movimenti, il suo agire dotato di una volontà insospettabile, il suo fare giocoso. 
I sentimenti, in me, non sono mai stati slegati da un’abitudine raziocinante e non so dire se questo sia un bene o un male. 
Lo osservavo, pensavo, mi interrogavo e mi lasciavo prendere da un’imitazione forse del tutto irragionevole ma che oggi posso definire benevola quanto l’istinto sicuro che lo conduceva verso i minuscoli irrinunciabili piaceri della sua vita di gatto.
Insomma, per farla breve, avrei voluto essere come lui: semplice ed essenziale in tutto, un fare senza sbavature, che si impone con la profonda leggerezza delle cose che ci sono e basta. Un albero, il respiro del mare, la volta celeste.
Ho cominciato col disfarmi delle parole. Le parole mi piacciono assai, ma era proprio da lì che dovevo cominciare. L’idea mi è venuta una mattina. Una smania di catalogare ha fatto sì che io iniziassi a esaminare tutte le parole che dicevo e a buttarle via con ordine, attuando metodicamente una sorta di raccolta differenziata. Ho iniziato dalle parole dette per fare male, poi sono passata a quelle in cui brilla un’ingannevole verità, poi ho fatto piazza pulita di tutte le parole formali e vuote. 
Mi sentivo un po’ più sola, ma anche più libera. Avvertivo un senso di vuoto che mi dava il capogiro, a volte: in fondo, pensavo, mi sono sempre appoggiata alle parole dette. Esse sono sempre state come dei ponti che gettavo verso gli altri: ponti altissimi, a volte, che mi slanciavano in un salto sottile da equilibrista e mi allontanavano da me. Mi sentivo forte, a costruire quei ponti, a vederli librarsi nell’azzurro e ricadere a terra in una ricerca infinita, e mi dimenticavo della mia fragilità. Qualche volta erano passerelle traballanti su cui mi avventuravo senza timore, qualche volta sentieri melmosi in cui fatichi a tenere il passo.
La libertà è bella e la solitudine fa paura. Ma ho continuato. Sono arrivata dove parole e cose si toccano, ho cominciato a smantellare i concetti, con i suoni che li rappresentano. “Dovere”: parola tersa, lucida, sottile come il vetro. Vetro. Coniugandola, senti che qualcosa s’incrina: avrei dovuto, dovresti, devi. Indifferenziata. Analisi: parola bellissima e densa, umida e secca quant’altre mai, più umida o più secca? Discorso è parola umida, polposa come un frutto nato dalla furia di esistere e di amare.
La vertigine del silenzio era sempre più forte, ma ho resistito. Sapevo che in fondo ci sarebbe stato qualcosa di diverso. Pensavo al gatto e mi sentivo sempre più vicina a me stessa. 
Sul terrazzo di fronte al mare il silenzio si stemperava nel suono quieto delle piccole che lambivano la riva, si colorava di un infinito celeste, ed io ero lì. Presente nell’attimo, presente nel quieto vivere della natura, presente a me stessa come non lo ero mai stata. Non mi sentivo in dovere di fare analisi e tradurle in discorsi, evitavo di fare male con parole in cui brilla un’ingannevole verità, lontana ormai da parole formali e vuote. Il silenzio era come un bagno di mare. All’improvviso, parole antiche affiorarono alla mia mente, ma ancora più nuove che se qualcuno le avesse appena pronunciate e quelle erano le parole rimaste. Antiche. Nuove.

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