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La vestaglia rosa

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Illustrazione di Agrin Amedì
Bianco ottico. Cristina ricordava con precisione il nome della nuance impresso sul barattolo di vernice con cui sua madre aveva fatto ridipingere il soffitto appena due anni prima. L’aveva scelta assieme al “pittore”.

Bianco ottico. Cristina ricordava con precisione il nome della nuance impresso sul barattolo di vernice con cui sua madre aveva fatto ridipingere il soffitto appena due anni prima. L’aveva scelta assieme al “pittore”. A Cristina aveva sempre fatto ridere quel modo che sua madre aveva di chiamare gli imbianchini, quasi volesse donar loro una dignità artistica che una lingua troppo popolare aveva rubato. A guardare attentamente poi, in trasparenza, s’intravedeva la trama del palazzo: quell’incrociarsi di montanti e portanti che ne costituiscono l’ordito, come in un tessuto. A concentrarsi ancora meglio, appena sopra la finestra, si poteva addirittura scorgere l’ombra di quella macchia di umido che l’imbiancatura di due anni prima era giusto servita a coprire. Ma era un’evanescenza, nulla di più.
Cristina ormai conosceva ogni angolo di quel soffitto: i suoi occhi non inquadravano altro da quando una settimana prima era rincasata dopo il funerale di sua madre. La casa in cui era vissuta da bambina e dalla quale aveva spiccato il volo, ma in cui, per colpa del lavoro, non tornava da tanto tempo. Da quel giorno se ne stava lì, semplicemente a sopravvivere, senza muovere un muscolo tranne quando un’urgenza la richiamava in bagno. Qui riconquistava qualche raro momento di lucidità quando nel vetro della finestra vedeva riflessa una faccia che non riconosceva: gli occhi resi invisibili dal gonfiore, i capelli unti appiccicati sulle tempie, le labbra sottili e screpolate, la pelle del viso arrossata e squamata. La sua immagine aveva il potere di sbatterle davanti la realtà con la forza di un pugno che dallo stomaco risaliva su fino alla gola; e qui si scioglieva in pianto. A quel punto era tutta un’esplosione di acqua: lacrime dagli occhi, muco dal naso, saliva dalla bocca, sudore dalla fronte. Acqua. Che però non avrebbe saziato quella sete di lei che non c’era più.
Pur con la visione offuscata dalle lacrime, i suoi occhi furono attirati da una specie di macchia rosa sul muro dietro alla porta del bagno. Una volta messo a fuoco, Cristina vide che era la vecchia vestaglia di sua madre, messa a posto, appesa al suo gancio. Probabilmente l’aveva fatto poco prima di morire; un gesto di banale quotidianità con cui era riuscita a squarciare per un attimo la crudele realtà della sua malattia terminale. Ebbe un conato. Le sembrava irrispettoso quell’improvviso richiamo dell’abitudine, e al tempo stesso la impressionava quanta sofferenza quel misero dettaglio riuscisse a causarle proprio per la sua intrinseca normalità.
Si avvicinò alla vestaglia e la esaminò come fosse un agente della scientifica alle prese con una prova di reato fondamentale: c’era quel piccolo strappo sotto al risvolto della manica sinistra che aveva fatto a nove anni per un capriccio. E pure quella macchietta di pennarello blu sulla cintura, anche se ormai era un po’ stinta, frutto di un “incidente artistico” dei suoi sei anni. Le ricordava tutte, le “cicatrici” inflitte a quella povera stoffa, e a ognuna associava perfettamente il corrispondente episodio di intima vita familiare il cui ricordo ora aveva lo stesso piacere che procura una lama ritorta in una ferita ancora aperta. Erano tutte lì le crostate di albicocche che la mamma le preparava, le cucchiaiate di sciroppo per la tosse che la facevano sputacchiare o la cenere delle sigarette che sua madre fumava di nascosto la sera aspettando che tornasse lei che era sempre in ritardo. Cristina sentiva il pugno di lacrime imboccare il solito percorso, ma riuscì a controllarsi. Inspirò profondamente e fu inondata dal profumo di lei, di mimosa e ciliegie. Inghiottì. Riuscì perfino ad abbozzare un sorriso mentre accarezzava quella lana che un po’ come lei era stata resa ruvida dal tempo. Avevano la stessa età, lei e quella vestaglia: sua madre le aveva ripetuto almeno mille volte con orgoglio che l’aveva acquistata prima di andare in clinica a partorire, per questo l’aveva voluta rosa, lei che il rosa lo odiava: doveva essere come la sua bambina. Si era talmente affezionata a quella vestaglia che non aveva più voluto separarsene, neanche quando Cristina, fresca di assunzione e intascato il primo stipendio, gliene aveva regalata una nuova, stupenda, firmata Missoni per il suo sessantacinquesimo compleanno. «Grazie ma mi piace questa. È vissuta, come me», si era giustificata. E lei non si era offesa. In effetti in tutti i suoi ricordi casalinghi di bambina sua madre indossava quella vestaglia.
Poi vide quella piccola chiazza di sangue secco sul risvolto del bavero di seta lisa. Fu come uno schiaffo, cinque dita pesanti di sensi di colpa. Era la prova di tutte quelle volte in cui mentre sua made tossiva e sputava sangue lei era lontana, con la mente e il corpo assorbiti in chissà quale inutile conference call. Non ce la fece più. Non riuscì più a trattenere le lacrime. Afferrò d’istinto la vestaglia dal gancio come se volesse farla a brandelli. Invece la indossò. Non credeva potesse essere tanto morbida e calda: le sembrava di stare stretta nell’abbraccio di sua madre, e questo avrebbe dovuto confortarla proprio come quando da piccola le accadeva qualcosa di brutto e solo in quel rifugio sicuro si compiva la magia che faceva tornare tutto a posto. Ma non funzionava più così. Nulla poteva più tornare a posto. E il calore di quell’abbraccio perduto le faceva ancora più male. La violenza dei singhiozzi la fece cadere in ginocchio, poi i singhiozzi divennero urla. Urla di rabbia, rimorso e impotenza. Si addormentò così con la vestaglia ancora addosso e il volto sfigurato dal dolore. Sognò sua madre che usciva in terrazza a farsi accarezzare dal vento e faceva con lei quel gioco di quando era bambina: affacciarsi nel momento esatto in cui il custode del parco lì di fronte al tramonto andava a chiudere il cancello con le chiavi; se lo vedevi portava fortuna.
Cristina si svegliò pensando a questo vecchio gioco dimenticato. Era riuscita a sorprendere il custode solo una volta, ma aveva barato: aveva messo la sveglia all’alba e aveva aspettato a lungo. D’istinto, stretta nella vestaglia, uscì in terrazza che il sole stava sorgendo dietro l’orizzonte verde e lo vide, ma non era più il vecchio con il lungo cappotto nero che sembrava un maggiordomo, ma un ragazzotto con una tuta grigia con il cappuccio tirato sulla testa come un rapper che sbadigliando infilò una chiave lunga di ferro battuto nella serratura del cancello, e che si aprì con uno scatto. Chissà se avrebbe portato fortuna ugualmente. 

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